“E se diventi farfalla nessuno pensa più a ciò che è stato quando strisciavi per terra e non volevi le ali.” Alda Merini

Dopo una estate diciamo movimentata, tre mesi passati volontariamente (questo devo dirlo,  non mi aveva costretta nessuno) al Sud per stare vicina al resto della famiglia almeno nei mesi in cui in teoria si dovrebbe essere più liberi, mesi che si sono rivelati faticosissimi per me, e di conseguenza per il mio uomo meraviglioso, in cui mi sono pure ammalata (la forza della psiche), non paga della fatica,  dell’ansia, della poca sopportazione di tutto, a ottobre decido che sarebbe bellissimo andare a sciare tutti insieme a febbraio.

Masochista o forse solo ottimista, chi lo sa, comunque prenoto tutto: casa in Trentino,  figlio, aerei per loro. Il fidanzato mi segue in questa ventata di incosciente e audace allegria e prenota pure lui le figlie per la settimana di carnevale.

Nel frattempo ritiro gli esami, ne faccio altri, mi sottopongo pure ad una risonanza magnetica dalla quale si evidenzia che non ho nulla al cervello (che cosa buffa), concludo che è stata l’estate a farmi ammalare e che forse non sono così portata per fare la mamma, la matrigna, per avere una famiglia, non solo mia, ma tanto meno allargata. Nel frattempo,  o contemporaneamente, il mio uomo si paralizza e mi comunica che no, la vacanza non si farà, che non ci vedremo più tutti insieme per tanti giorni perché anche lui è stato male,  ha sofferto e si è stancato in modo abnorme l’estate passata, non se la sente di ripetere l’esperienza. È categorico e risoluto.

Ecco. Io non so cosa mi sia scattato in quel momento, forse ho semplicemente capito,  vedendo le cose dall’esterno, con lucidità e la rinnovata serenità, che era il momento di prendere la situazione in mano e rimettere a posto le cose.

Perché, estate a parte, prima andavano bene, cosa è successo e perché?

Ho iniziato un duro lavoro su me stessa, ho scritto tanto, analizzato, ho letto un libro bellissimo che mi ha aperto gli occhi su tante cose e che consiglio a tutti, proprio a tutti,  perché illuminante (La forza della gentilezza, di Piero Ferrucci), ho trascorso due mesi cercando di aprirmi, di calmare la mia ansia al pensiero della famiglia riunita, cercando di capire che non c’è nessuna minaccia da cui devo proteggermi,  e poi ho dovuto convincere lui,  il mio amore.

Non ho fatto tutto in un giorno, anche con lui ho cominciato da lontano, parlandogli di quelli che credevo fossero i miei progressi, di quello che avevo compreso, degli errori fatti e mai più da ripetere, senza promettere nulla,  perché non me la sentivo, avevo troppa paura di sbagliare e di fare promesse che non avrei potuto mantenere.

Ma lui niente. In montagna non si va.  Piuttosto pago l’appartamento,  ci vai tu,  ci andiamo io te e tuo figlio,  ma tutti insieme no.

Questo a due settimane dalla partenza.

Così un giorno l’ho fatto. Ho promesso.

HO GIURATO proprio.

Ho giurato che sarebbe andato tutto bene,  che sarebbe stata una bellissima vacanza e se così non fosse stato,  me ne sarei andata con la scusa di un lavoro improvviso da fare o altro.

Lui si è fidato, deve avermi vista così determinata che mi ha dato l’ultima possibilità.

Mi affido a te.

Col peso di questa immensa responsabilità, perché volevo farcela ma non ero affatto sicura che sarebbe andato tutto bene –anzi–  ho respirato a pieni polmoni e ho iniziato a fare le valigie,  perché davvero si era davvero fatta l’ora di partire.

Non posso raccontare gli incubi che hanno abitato le mie ultime notti prima che arrivassero loro tre dal sud, un po’ li ho scritti, un po’ li ho rimossi, ma erano accomunati dall’ansia, dagli imprevisti nefasti, popolati da persone cattive che tornavano dal passato per rovinarmi il presente. Esorcizzo la paura, ho pensato, e ho continuato a riempire borsoni di lenzuola,  asciugamani, tute e abbigliamento da sci per tutti.

E poi un giorno sono arrivati. Sono andata a prenderli in aeroporto, e le bambine mi sono corse incontro abbracciandomi  e ubriacandomi  di parole,  sorrisi,  confidenze.  Abbiamo noleggiato una grande monovolume,  raggiunto il mio bambino,  e siamo partiti alla volta delle Dolomiti.

Com’è andata?

Benissimo.  Meravigliosamente,  perfettamente,  come mai mai mai avrei potuto immaginare.

Non so se sono stata io, che forse sono cambiata, non so se i bambini sono cresciuti e sono cambiati loro, non so se sia stato l’inverno, che è la mia stagione, o la montagna,  che è  la mia dimensione, ma tutto è  filato per il meglio.

I bambini in macchina non si sono sentiti, e le ore di viaggio sono state almeno 4: i piccoli hanno giocato insieme con il mio ipad, condividendo giochi di azione (alternandosi senza mai litigare) e giochi di parole, come i crucipuzzle o la parola da indovinare o il gioco dell’impiccato, mentre la grande ha ascoltato musica e guardato semplicemente fuori dal finestrino, assorta in chissà quali pensieri di preadolescente.

Avranno fatto la famosa domanda che tutti i genitori temono e che in genere arriva dopo dieci minuti di viaggio, quando arriviamo?, forse una volta. Ci siamo fermati quasi alla meta per ammirare una vallata con un tramonto mozzafiato insieme a loro e un’altra per andare a vedere una cascata ghiacciata, per il resto un viaggio da non accorgersi quasi di averli, se non per le grasse risate dei piccoli mentre giocavano.

Noi due abbiamo avuto tanto tempo per chiacchierare,  durante la mattina mentre i bimbi facevano scuola di sci (siamo pure riusciti ad andarcene un’intera mattinata a sciare da soli nonostante una forte nevicata e scarsissima visibilità), anche durante il giorno e i viaggi,  incredibile! Addirittura non volevano venire neanche a fare la spesa,  preferivano essere lasciati a casa da soli a giocare.

Siamo molto felici di questo risultato,  perché stiamo imparando a stare tutti insieme ma con l’indipendenza individuale di chi si ama ed è sicuro dell’amore che riceve. Io lo trovo bellissimo. E mi stupisco perché non so proprio come ci siamo arrivati. Forse piano piano, senza che neanche ce ne accorgessimo, perché i cambiamenti, quelli profondi, avvengono nel tempo, non senza cadute, delusioni, involuzioni, momenti di sconforto. Sarà stato così anche per noi. Ma che bello adesso!

Spero di riuscire a scrivere di nuovo quanto prima,  mi scuso con tutti gli amici di blog a cui non sono materialmente riuscita a stare dietro, è che sto lavorando tantissimo, anche dopo cena, e quando non lavoro sono in viaggio o indaffarata a fare la mamma, mi resta davvero poco tempo libero,  ma vi leggo con piacere anche se non riesco a  commentare sempre.

Il mio lavoro di fotografa procede alla grande,  mi sto specializzando nella fotografia di neonati,  minuscoli fagottini di pochi giorni di vita,e durante l’ultimo shooting mi sono sentita dire così: tu quando fotografi i neonati sembra che fai un mandala,  o uno di quegli album da colorare per rilassarsi, eppure è un lavoro lungo e spesso sfiancante, fatto di attese, momenti morti, pianti, pause, scatti rubati…

Sarà terapeutico pure questo!  

A presto allora, spero con tante belle notizie.d87eced94f85a878ce67a79d5df81a8c

Parigi è sempre una buona idea

Comincio il nuovo anno con una bella e sana consapevolezza, con tanta gioia e felicità perché tante cose belle stanno accadendo e sono accadute in questo mese.

Poco prima di Natale sono venuti qui a nord il mio fidanzato e la piccola, soltanto loro perché la grande aveva delle esibizioni di danza e non voleva mancare per nessun motivo.

Devo dire che né lui né io abbiamo fatto nulla per convincerla, primo perché è giusto che lei sia libera di scegliere, secondo perché sappiamo quanta passione la leghi al ballo, quanto sia brava e quanto ci tenga. Non abbiamo insistito anche perché curiosi di sperimentare la formula a 4, con i due piccoli che risentono sempre un po’ della presenza tanto ingombrante della grande.

È andata benissimo: la dolce Anna era felicissima del viaggio col suo papà in aereo all’andata e in treno al ritorno, ha giocato tantissimo con Pietro, ma proprio tanto, e senza mai litigare, li sentivamo ridere in camera come forse mai in questi anni, le brillavano gli occhi di una nuova luce, era la mia complice e la mia aiutante in casa, era ammirata dalle decorazioni natalizie che avevo messo, prendeva in braccio il mio gatto, che è quasi più grande di lei, e passava ore ad accarezzarlo, a dire che le era mancato.

L’abbiamo vista rifiorire, una tenerezza disarmante.
È buffo e insieme affascinante notare i meccanismi che legano i fratelli e le sorelle fra loro e con quelli acquisiti, le dinamiche che si creano a seconda delle ricomposizioni

Sembrava quasi più dispiaciuto mio figlio dell’assenza della sorella grande.

In quei giorni abbiamo inaugurato il mio nuovo studio fotografico, i nostri bambini insieme ai cuginetti come impazziti si sono provati tutti i costumi appesi al porta abiti dell’Ikea bianco, si sono travestiti, mascherati, abbiamo fatto centinaia di foto, sparato coriandoli e cuori, in un’euforia generale contagiosa anche per noi grandi.

Esausti, poi, siamo andati a mangiare una pizza in centro, ammirando le luminarie quest’anno ancor più belle della mia già stupenda città.

L’ultimo giorno ho chiesto alla piccina: sei contenta di tornare a casa?

Mi aspettavo una risposta affermativa, che le fosse mancata la mamma, invece mi ha risposto: insomma… no. Io stavo bene anche qui.

Li abbiamo accompagnati alla stazione, dopo una mattinata trascorsa a pattinare sul ghiaccio tutti e quattro, ci siamo abbracciati forte e baciati, e io e il mio bimbo siamo tornati a casa.

La vigilia e il Natale sono stati all’insegna del riposo e dei nostri parenti, io ho passato, lo confesso, più di qualche ora nel mio nuovo studio a pulire e a sistemare: me lo coccolo come fosse un altro figlio, ancora mancano degli accessori e dei dettagli, ma sta venendo su sempre più carino e accogliente.

Tempo qualche giorno ed è tornato su il mio uomo. Da solo.

Quest’anno non ci spettavano i bambini, avendoli avuti in esclusiva una settimana l’anno scorso, e così abbiamo deciso di stare da me senza fare niente di niente.

In realtà non era neanche arrivato che la stessa idea ci è balenata nella testa: e se partissimo? se prendessimo un last second e ce ne andassimo a Parigi?

Il giorno dopo eravamo proprio a Parigi, nel quartiere latino, in un piccolo hotel davvero bello, con la Nespresso in camera (salvavita per le nostre levatacce!) e una bellissima vista.

Abbiamo camminato instancabilmente per tre giorni, ci siamo persi pure la mezzanotte dell’ultimo dell’anno per la stanchezza (dai! Aspettiamo la mezzanotte in camera e vediamo i fuochi dal balcone…zzzzz) ma il primo gennaio alle nove di mattina a Montmartre c’eravamo solo noi, ed è stato impagabile: le nuvole così basse che dipingevano il cielo di un bianco candido, gli alberi stupende silhouette nere con lo sfondo della chiesa del Sacré-Cœur che si vedeva e non vedeva, e tutti i vicoli che in genere sono così affollati da non poter camminare erano deserti, salvo, appunto, noi due più svariati militari con mitra in mano che si guardavano intorno passeggiando posizionati a triangolo.

Inutile dirvi che ho fatto foto stupende, che siamo stati tanto felici, che i polpacci ancora non riusciamo a sentirli dal dolore e dalle scale che abbiamo fatto (abbiamo scalato tutte le chiese per ammirare i panorami mozzafiato di Parigi, non ricordavo di aver mai salito tanti gradini in vita mia!), che i bambini non ci sono mancati ma stavolta li abbiamo coinvolti raccontando loro ogni sera cosa avevamo visto, mandando foto in diretta di quello che pensavamo potesse piacergli, e che abbiamo promesso loro torneremo a vedere tutti insieme; intanto, però, ci torneremo un’altra volta da soli in autunno, per ammirarla e fotografarla con il foliage, un sogno per me. Mi emoziono immaginando come sarà il mio parco preferito, il Jardin des Tuileries, a ottobre/novembre.

Adesso la vita è ricominciata, io mi sento più tranquilla perché ho fatto qualche passo avanti nella ricerca del mio io materno più profondo, da un lato ho anche sdrammatizzato e relativizzato le mie paure, e quindi andiamo, si riparte in questo 2016 con tantissimi progetti e tanta tanta allegria, ché quella non è mai troppa.205 PARIS_0166w

Il tempo passerà di nuovo

Ciao sud, ciao mare che vedo dappertutto intorno a me: dalla finestra di casa, dall’aereo quando atterra e quando decolla, di cui percepisco l’odore ad ogni angolo, ciao case bianche e basse, terrazze in fiore anche d’inverno, palme alte e rigogliose, buganvillee coloratissime su tutti i muri, ciao sole accecante, vento impetuoso che mi scompiglia i capelli e mi colora le guance, ciao pane così buono e mozzarelle insuperabili, ciao terra che amo in tutta la sua apparente semplicità e le sue contraddizioni, ciao amore mio.

Il cielo stamattina dall’aereo sembra una vaporosa distesa di zucchero filato e panna montata, il sole illumina il biondo dei miei capelli e lo schermo dell’iPad su cui scrivo, ma non lo chiudo il finestrino, devo incamerare tutta questa luce, tutto questo calore, tutto questo bianco, e portarli a casa dove il cielo sarà grigio e avrò freddo, dove starò, per la prima volta dopo tanto tempo, dieci giorni lontana da te.

Sono stati tre giorni di soli noi due, giorni sognati e meritatissimi, tre giorni in cui non abbiamo fatto niente, se non essere noi e basta. Sono state lunghe dormite, di notte e di giorno, abbracciati, intersecati, almeno un pezzetto di noi sempre a contatto, pomeriggi mai troppo lunghi di chiacchiere, film, sperimentazioni di nuove ricette da gustarci con la meritata calma, musica ascoltata e suonata, e, come sempre, tante tante risate.

L’attimo prima di addormentarci, girati l’uno verso l’altra, ci guardiamo, e una specie di strana magia, da sempre, si compie: iniziamo a chiacchierare e, come ai bambini quando sono molto stanchi e a cui prende quella ridarella incontrollabile, a noi viene da ridere. Una battuta dietro l’altra e risate che non si contengono, ci fa male la schiena, non si riesce a finire un discorso perché ridiamo troppo e allora “aspetta aspetta, fammi finire” “ti prego, fermati che mi dimentico quello che ti volevo dire” “ridimmelo” “sei troppo bravo, rifammi me quando sono polemica, quando sono puntigliosa, quando faccio la regina delle nevi” “oddio muoio”.

Sono momenti di assoluta e totale e complicità, e che a noi sembrano ogni volta un miracolo, venendo da un passato in cui tutto questo mancava, in cui eravamo così grottescamente male assortiti, in cui la coppia non era gioia, non era forza, ma individualismo, indebolimento, competizione, fatica, incomprensione, non era coppia.

Ed è un messaggio di speranza quello che vorrei dare, a chi si è ritrovato solo dopo una vita insieme, a chi è infelice e non spera più, a chi ha paura a fare il salto perché l’incertezza e il dubbio lo paralizzano, a chi si trascina consapevole che quello che ha non era quello che voleva, perché si è voluto accontentare, perché così deve essere, perché ormai ho un’età e chi me lo fa fare, perché ho un’età e voglio sposarmi in fretta e fare dei figli altrimenti diventa tardi e io volevo essere una madre giovane, perché ho il terrore di stare solo e quindi meglio che niente, perché ho dei figli e non voglio il loro male.

Tutto è possibile. È possibile ricominciare a quasi quarant’anni, ma anche più tardi, è possibile amare follemente come mai nella vita, è possibile incontrare anche a mille chilometri di distanza l’altra metà di te. Una vita che combacia alla perfezione con la tua.
Non dico che sia facile, dico che se non ci si prova non lo sapremo mai, se non ci si butta e non si rischia la nostra vita rimarrà uguale e nulla cambierà. E anche ritrovarsi da soli pur non avendolo scelto può essere una grandissima occasione, una volta attenuato il dolore forte, acuto, paralizzante, di crescere più forti, più consapevoli di quello che si vuole (e soprattutto di quello che non si vuole più), di quello che si è nel profondo, nutrimento della nostra autostima e del nostro ego bistrattato da una vita, da un’esperienza infelice.

E adesso che sto per atterrare nel mio nord, ritorno in modalità mamma di bambino ingessato che mi aspetta a scuola, fotografa che deve consegnare velocemente un paio di lavori e impostarne un altro, un concerto di musica classica domani e un workshop importantissimo domenica, ritorno alla mia vita piena di tante cose e il tempo passerà di nuovo. Biglietti aerei acquistati fino a tutto maggio, vacanze impostate e concordate fra noi e con gli ex, tutto scorre, e io mi sento felice.

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Fino alla prossima volta

La vita di una famiglia allargata che abita a mille chilometri di distanza è spesso faticosa, ci sono l’assenza e la mancanza da imparare a gestire, ci sono biglietti aerei, tanti, da prenotare sempre con grande anticipo, incastrando il lavoro, la scuola, gli impegni di tutti, c’è la fatica fisica dei dieci chili di valigia portati su e giù dal quarto piano senza ascensore quasi tutte le settimane, gli autobus, le code in aeroporto, le attese.

C’è la scientifica programmazione della riunificazione di tutti i componenti della famiglia in momenti importanti come i compleanni, le feste, le ricorrenze, e meno male che abbiamo due ex coniugi che in questo ci aiutano e almeno su questo non rompono le palle. (Le rompono poco in generale, soprattutto il mio, a onor del vero)

Ci sono giorni, come ieri, in cui si parte addirittura il giorno prima, perché il volo è alle 6 di mattina, si trascorre la notte in un B&B a due passi dall’aeroporto, e si mangia in camera cibo portato da casa perché nei dintorni non c’è nulla, si conoscono persone gentili, come la ragazza romena che ti viene incontro a metà strada e ti accoglie con simpatia, o il signore che passerà la notte nella stanza accanto alla tua, in attesa della moglie prigioniera di un volo in ritardo, che viene da Napoli e ti offre metà della sua sfogliatella frolla (specifichiamo!) napoletana, che tu benedici perché non ti eri portata neanche un dolcino per concludere la tua serata rilassante nella bella camera che ti hanno riservato.

Ci sono le sveglie alle 5, come oggi, che ti interrompono bruscamente il sonno, e che ti fanno preparare in fretta, uscire che è buio e umido, e meno male non piove, e tu, imbacuccata nel tuo montgomery di montone, col cappuccio tirato su e le guance rosse dal freddo, cammini a passo svelto verso il terminal, dove ad attenderti troverai una coda lunghissima per i controlli di sicurezza, che percorri stanca ma serena perché stai davvero per partire, e saranno tre giorni solo di noi due, senza figli e senza orari, e allora va bene così.

E già mentre l’aereo decolla ti accorgi che non è più così buio, e un sole rosso fuoco sta illuminando il cielo con una striscia sempre più ampia dai colori saturi e brillanti in mezzo a una coltre di nuvole grigio scure, e tu ti senti felice, vuoi goderti ogni attimo di quest’alba meravigliosa che se non fosse stato per questa levataccia, per questo volo così presto, non avresti mai visto, soprattutto da quassù! E, mentre ascolti dal tuo iPod musica per pianoforte, vieni ripagata di ogni fatica, di un viaggio iniziato ieri pomeriggio, della pioggia, del freddo, resti incantata a guardare il cielo che muta sotto i tuoi occhi, che man mano che il sole sorge si chiudono piano piano, e pensi che alla fine la tua vita è bella così com’è, e che davvero non potresti chiedere di più. Inebriata e felice ti addormenti.
Al tuo risveglio ti sembrerà di atterrare nel mare, il sole accecante di questo sud che è diventato un po’ anche tuo, che ti ha accolto con amore e allegria, e che è anche la tua casa.

Pensieri necessari e salvifici, indispensabili per quando arriverà il viaggio di ritorno, che sarà molto diverso da quello di andata: meno faticoso e poetico, intriso di una malinconia che dovrà essere freddamente rimossa e sostituita da pensieri di ordine pratico, come l’elenco mentale delle cose da fare non appena arriverai a casa, bambino da prendere a scuola insieme a due amici maschi settenni (e con questo ho detto tutto), gatto con turbe psichiche da portare dal veterinario, servizi fotografici di neonati che son tutti venuti al mondo nel giro di pochi giorni, sperando che le vacanze arrivino presto e la maledetta assenza che ti attanaglia cuore e polmoni scompaia. Fino alla prossima volta.

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Dormire insieme: sì/no

Nella ricostruzione delle nuove coppie prima e delle nuove famiglie dopo, specie dopo anni di differenti esperienze, tante sono le diverse esperienze e le situazioni nuove da affrontare che re-impiastrano i nostri nuovi, precari equilibri. Li analizzeremo di volta in volta e cercheremo le soluzioni pratiche da adottare per migliorare la nostra condizione.

Uno dei primi e più comuni “problemi” riscontrabili quando ci si (ri)mette insieme a qualcuno è dormire insieme.

Sì: dormire insieme. Tutti, chi più, chi meno, avranno provato (in queste condizioni) come ci si possa sentire quando, dopo gli ultimi periodi passati a notti angosciate con gli ex-partner, la sensazione tremolante, ma calma di dormire da soli.

Anche se tra incubi e pensieri, il dormire da soli reca con sé un senso di auto-realizzazione che, rispetto alla precedente situazione di sicuro e certo conflitto (perché altrimenti non saremmo qui a parlarne), contiene un file: “stobene.doc”
Passa il tempo e la convinzione si rafforza fino a che ci si rimette insieme.

Ah, che bello: sentire l’amore, il calore, l’affetto, i baci, le carezze, la presenzaLa presenza?

Ecco: la presenza di un’altra persona nel proprio letto. Nel proprio file stobene.doc s’installa tipo un virus, un worm, un malware (qualcuno da lontano direbbe un trojan: “Quella trojan!”) e non si dorme più.

Parliamo di notte, momenti di abbattimento delle difese, nudo inconscio.

Le soluzioni, se escludiamo l’accettazione dell’”intruso/a” a priori possono passare dall’assunzione serale di tisane e camomille e altre sostanze psicotrope o alcoliche (non fatelo a casa, ndr) per mitigare il senso di ansia, a interventi pratici e di immediata efficacia, quali dormire in letti separati o in case diverse. Qualsiasi decisione prenderete sarà quella giusta, nessuno se la prenda a male: dopo certe esperienze si è maturi abbastanza per prendere atto che l’importante è volersi bene e vivere.

Controindicazione della soluzione chimica: l’assuefazione.
Controindicazione della soluzione geografico/logistica: dormire sul divano può rendere un po’ somiglianti i “primi tempi” con gli “ultimi tempi”.

Bene. Ma noi non vogliamo rinunciare ad amore, calore, affetto e tutto il resto anche nella fascia oraria notturna, quindi si rende necessario che il nuovo risulti drasticamente diverso dal vecchio. Se il vostro ex-partner vi costringeva a tenere la TV accesa la sera o vi massacrava di sensi di colpa per averlo svegliato con i vostri micro-movimenti involontari, allora non era evidentemente un buon compagno di sonno.

Si può ancora dormire insieme abbracciati, ne abbiamo le prove: vale sempre la regola che solo i poli simili si attraggono.

Nella prossima scheda del nostro pratico manuale, vedremo insieme “Ah, nella mia famiglia queste cose non si sono mai viste!” e “Non ho detto che non mi piace: è che lo preferivo di un sapore diverso”.

M.

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Senza radici non si vola

Vi ho accompagnati in aeroporto, mancavano cinque minuti alla chiusura del gate quando siamo arrivati correndo, con l’affanno, gli zaini che scendevano dalle spalle, i capelli della piccina che sfuggivano dalle mollette, i trolley trascinati dalle bimbe che schiacciavano i piedi delle persone, la coda infinita ai controlli.

Quasi non ci siamo salutati, l’addetto alla sicurezza vi ha fatti passare rimproverandoci.

Ciao, vieni dammi un bacio, ciao amore- le sistemo i ciuffi biondi con la molletta a forma di stella- Marco scrivimi quando atterrate, ciao bambine, ci abbracciamo. Nessuno parla, ci si sbriga solamente mentre la guardia apre un varco nella fila.

Solo tu, bimba grande, ti giri, è urgente, devi chiedermelo: ma noi quando ci rivediamo?

A dicembre, no anzi, a fine novembre, insomma presto, vai, correte, buon viaggio!

Rimasta sola, sotto tanta pioggia che solo in un giorno così poteva essere tanto malinconica anche per me che amo l’autunno, ho ripreso la macchina e ho guidato fino a casa. Un’ora di strada e di pensieri. Perché tutti insieme, tutti e 5, ci rivedremo solo a Natale. Prima saremo due, saremo tre, e non sarà la stessa cosa.

Sono stati solo due giorni, due giorni affollati di amici, di cugini, di famiglia, di giochi, due giorni di emozioni intense e probabilmente indimenticabili.

La mostra di Picasso sabato, in cui questi nostri tre bambini hanno dato il  meglio di se’ in ogni sala, mimando pittore e modella, cercando particolari nei quadri, giocando a indovinare quale dipinto aveva immaginato ognuno di noi, disegnando dettagli di tele che li avevano colpiti con una bravura di cui, almeno io, non ero veramente a conoscenza. Mai avremmo detto che sarebbe stato così piacevole vedere una mostra, per altro così impegnativa, insieme a loro.

Disegno di Pietro, 7 anni

Disegno di Pietro, 7 anni

Ieri, invece, la meraviglia della magia del Cirque du soleil. Avevamo comprato i biglietti a luglio, facendo abbastanza un sacrificio, perché non era momento di spese, e cinque biglietti in posti buoni perché il Cirque du soleil lo devi vedere bene, ecco, insomma, è stato un piccolo investimento. Ma sapevamo che ne sarebbe valsa la pena. E infatti.

Abbiamo riso, abbiamo pianto, ci siamo emozionati, spaventati, commossi, stretti la mano, ci siamo sussurrati cose all’orecchio, tappati gli occhi, abbiamo perso la voce urlando “Bravi!!”, le nostre mani rosse e doloranti a forza di applaudire. Il Cirque du soleil è un mondo intero di emozioni, non si riesce, almeno io non riesco, a descriverlo con le parole.

Vi lascio quindi questo video, che penso dica tutto. Anche di noi.

Noi due

Nel nostro continuo itinerare, fra voli, incastri, bambini a volte due, altre tre, altre uno solo, capita che ci si trovi un week-end soli. Soli io e lui, senza di loro perché sono dagli altri rispettivi genitori, senza impegni lavorativi, 48 o 72 ore da trascorrere interamente noi due. Nella mia o nella sua città.

Ed è allora che avviene la magia.

Lontani dai vincoli della genitorialita’, lontani da tutti i “Papà vieni!” “Mamma guarda!” “Papà corri!!” “Ma Pietro ha detto così, ma Malvina non mi fa giocare al tablet, ma io non voglio fare i compiti”, assaporiamo con gusto e felicità ogni attimo del nostro tempo insieme, torniamo ad essere due fidanzati che si conoscono da poco (anche se non è vero, ma quella è la sensazione), ci dimentichiamo di avere dei figli (sì, lo ammettiamo!), e usciamo, andiamo al cinema, prendiamo il treno e andiamo a Roma, a Milano, a Torino a vedere mostre fotografiche e d’arte (non paghi di tutti gli aerei che prendiamo quasi ogni settimana per riabbracciarci), stiamo in casa a non far niente, andiamo a respirare il mare d’inverno, andiamo a letto tardi o molto presto, ci alziamo col sole già alto o quasi all’alba, ci cuciniamo signore cenette che i nostri figli sicuramente schiferebbero a favore della ben più appetibile pasta in bianco, e poi ridiamo. Ridiamo tanto. Perché questa nostra vita è strampalata e faticosa, ma anche tanto divertente, e perché, dopo anni passati a cercarci senza saperlo, alle soglie dei quaranta ci siamo finalmente trovati, e quando trovi l’anima gemella tutto si trasforma. È come quando hai tanta sete e ti porgono un bicchier d’acqua, è come chiudere gli occhi e riposare dopo una giornata faticosa, è come riscaldarsi al tepore di un caminetto ai primi freddi, e sentire il caldo nelle mani, nelle guance che si arrossano, nella pancia e nel cuore.

Questo potrebbe essere un post di risposta ai tanti che ci chiedono: ma perché, adesso, non fate un figlio vostro?

Ecco, capiteci.

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