“E se diventi farfalla nessuno pensa più a ciò che è stato quando strisciavi per terra e non volevi le ali.” Alda Merini

Dopo una estate diciamo movimentata, tre mesi passati volontariamente (questo devo dirlo,  non mi aveva costretta nessuno) al Sud per stare vicina al resto della famiglia almeno nei mesi in cui in teoria si dovrebbe essere più liberi, mesi che si sono rivelati faticosissimi per me, e di conseguenza per il mio uomo meraviglioso, in cui mi sono pure ammalata (la forza della psiche), non paga della fatica,  dell’ansia, della poca sopportazione di tutto, a ottobre decido che sarebbe bellissimo andare a sciare tutti insieme a febbraio.

Masochista o forse solo ottimista, chi lo sa, comunque prenoto tutto: casa in Trentino,  figlio, aerei per loro. Il fidanzato mi segue in questa ventata di incosciente e audace allegria e prenota pure lui le figlie per la settimana di carnevale.

Nel frattempo ritiro gli esami, ne faccio altri, mi sottopongo pure ad una risonanza magnetica dalla quale si evidenzia che non ho nulla al cervello (che cosa buffa), concludo che è stata l’estate a farmi ammalare e che forse non sono così portata per fare la mamma, la matrigna, per avere una famiglia, non solo mia, ma tanto meno allargata. Nel frattempo,  o contemporaneamente, il mio uomo si paralizza e mi comunica che no, la vacanza non si farà, che non ci vedremo più tutti insieme per tanti giorni perché anche lui è stato male,  ha sofferto e si è stancato in modo abnorme l’estate passata, non se la sente di ripetere l’esperienza. È categorico e risoluto.

Ecco. Io non so cosa mi sia scattato in quel momento, forse ho semplicemente capito,  vedendo le cose dall’esterno, con lucidità e la rinnovata serenità, che era il momento di prendere la situazione in mano e rimettere a posto le cose.

Perché, estate a parte, prima andavano bene, cosa è successo e perché?

Ho iniziato un duro lavoro su me stessa, ho scritto tanto, analizzato, ho letto un libro bellissimo che mi ha aperto gli occhi su tante cose e che consiglio a tutti, proprio a tutti,  perché illuminante (La forza della gentilezza, di Piero Ferrucci), ho trascorso due mesi cercando di aprirmi, di calmare la mia ansia al pensiero della famiglia riunita, cercando di capire che non c’è nessuna minaccia da cui devo proteggermi,  e poi ho dovuto convincere lui,  il mio amore.

Non ho fatto tutto in un giorno, anche con lui ho cominciato da lontano, parlandogli di quelli che credevo fossero i miei progressi, di quello che avevo compreso, degli errori fatti e mai più da ripetere, senza promettere nulla,  perché non me la sentivo, avevo troppa paura di sbagliare e di fare promesse che non avrei potuto mantenere.

Ma lui niente. In montagna non si va.  Piuttosto pago l’appartamento,  ci vai tu,  ci andiamo io te e tuo figlio,  ma tutti insieme no.

Questo a due settimane dalla partenza.

Così un giorno l’ho fatto. Ho promesso.

HO GIURATO proprio.

Ho giurato che sarebbe andato tutto bene,  che sarebbe stata una bellissima vacanza e se così non fosse stato,  me ne sarei andata con la scusa di un lavoro improvviso da fare o altro.

Lui si è fidato, deve avermi vista così determinata che mi ha dato l’ultima possibilità.

Mi affido a te.

Col peso di questa immensa responsabilità, perché volevo farcela ma non ero affatto sicura che sarebbe andato tutto bene –anzi–  ho respirato a pieni polmoni e ho iniziato a fare le valigie,  perché davvero si era davvero fatta l’ora di partire.

Non posso raccontare gli incubi che hanno abitato le mie ultime notti prima che arrivassero loro tre dal sud, un po’ li ho scritti, un po’ li ho rimossi, ma erano accomunati dall’ansia, dagli imprevisti nefasti, popolati da persone cattive che tornavano dal passato per rovinarmi il presente. Esorcizzo la paura, ho pensato, e ho continuato a riempire borsoni di lenzuola,  asciugamani, tute e abbigliamento da sci per tutti.

E poi un giorno sono arrivati. Sono andata a prenderli in aeroporto, e le bambine mi sono corse incontro abbracciandomi  e ubriacandomi  di parole,  sorrisi,  confidenze.  Abbiamo noleggiato una grande monovolume,  raggiunto il mio bambino,  e siamo partiti alla volta delle Dolomiti.

Com’è andata?

Benissimo.  Meravigliosamente,  perfettamente,  come mai mai mai avrei potuto immaginare.

Non so se sono stata io, che forse sono cambiata, non so se i bambini sono cresciuti e sono cambiati loro, non so se sia stato l’inverno, che è la mia stagione, o la montagna,  che è  la mia dimensione, ma tutto è  filato per il meglio.

I bambini in macchina non si sono sentiti, e le ore di viaggio sono state almeno 4: i piccoli hanno giocato insieme con il mio ipad, condividendo giochi di azione (alternandosi senza mai litigare) e giochi di parole, come i crucipuzzle o la parola da indovinare o il gioco dell’impiccato, mentre la grande ha ascoltato musica e guardato semplicemente fuori dal finestrino, assorta in chissà quali pensieri di preadolescente.

Avranno fatto la famosa domanda che tutti i genitori temono e che in genere arriva dopo dieci minuti di viaggio, quando arriviamo?, forse una volta. Ci siamo fermati quasi alla meta per ammirare una vallata con un tramonto mozzafiato insieme a loro e un’altra per andare a vedere una cascata ghiacciata, per il resto un viaggio da non accorgersi quasi di averli, se non per le grasse risate dei piccoli mentre giocavano.

Noi due abbiamo avuto tanto tempo per chiacchierare,  durante la mattina mentre i bimbi facevano scuola di sci (siamo pure riusciti ad andarcene un’intera mattinata a sciare da soli nonostante una forte nevicata e scarsissima visibilità), anche durante il giorno e i viaggi,  incredibile! Addirittura non volevano venire neanche a fare la spesa,  preferivano essere lasciati a casa da soli a giocare.

Siamo molto felici di questo risultato,  perché stiamo imparando a stare tutti insieme ma con l’indipendenza individuale di chi si ama ed è sicuro dell’amore che riceve. Io lo trovo bellissimo. E mi stupisco perché non so proprio come ci siamo arrivati. Forse piano piano, senza che neanche ce ne accorgessimo, perché i cambiamenti, quelli profondi, avvengono nel tempo, non senza cadute, delusioni, involuzioni, momenti di sconforto. Sarà stato così anche per noi. Ma che bello adesso!

Spero di riuscire a scrivere di nuovo quanto prima,  mi scuso con tutti gli amici di blog a cui non sono materialmente riuscita a stare dietro, è che sto lavorando tantissimo, anche dopo cena, e quando non lavoro sono in viaggio o indaffarata a fare la mamma, mi resta davvero poco tempo libero,  ma vi leggo con piacere anche se non riesco a  commentare sempre.

Il mio lavoro di fotografa procede alla grande,  mi sto specializzando nella fotografia di neonati,  minuscoli fagottini di pochi giorni di vita,e durante l’ultimo shooting mi sono sentita dire così: tu quando fotografi i neonati sembra che fai un mandala,  o uno di quegli album da colorare per rilassarsi, eppure è un lavoro lungo e spesso sfiancante, fatto di attese, momenti morti, pianti, pause, scatti rubati…

Sarà terapeutico pure questo!  

A presto allora, spero con tante belle notizie.d87eced94f85a878ce67a79d5df81a8c

Parigi è sempre una buona idea

Comincio il nuovo anno con una bella e sana consapevolezza, con tanta gioia e felicità perché tante cose belle stanno accadendo e sono accadute in questo mese.

Poco prima di Natale sono venuti qui a nord il mio fidanzato e la piccola, soltanto loro perché la grande aveva delle esibizioni di danza e non voleva mancare per nessun motivo.

Devo dire che né lui né io abbiamo fatto nulla per convincerla, primo perché è giusto che lei sia libera di scegliere, secondo perché sappiamo quanta passione la leghi al ballo, quanto sia brava e quanto ci tenga. Non abbiamo insistito anche perché curiosi di sperimentare la formula a 4, con i due piccoli che risentono sempre un po’ della presenza tanto ingombrante della grande.

È andata benissimo: la dolce Anna era felicissima del viaggio col suo papà in aereo all’andata e in treno al ritorno, ha giocato tantissimo con Pietro, ma proprio tanto, e senza mai litigare, li sentivamo ridere in camera come forse mai in questi anni, le brillavano gli occhi di una nuova luce, era la mia complice e la mia aiutante in casa, era ammirata dalle decorazioni natalizie che avevo messo, prendeva in braccio il mio gatto, che è quasi più grande di lei, e passava ore ad accarezzarlo, a dire che le era mancato.

L’abbiamo vista rifiorire, una tenerezza disarmante.
È buffo e insieme affascinante notare i meccanismi che legano i fratelli e le sorelle fra loro e con quelli acquisiti, le dinamiche che si creano a seconda delle ricomposizioni

Sembrava quasi più dispiaciuto mio figlio dell’assenza della sorella grande.

In quei giorni abbiamo inaugurato il mio nuovo studio fotografico, i nostri bambini insieme ai cuginetti come impazziti si sono provati tutti i costumi appesi al porta abiti dell’Ikea bianco, si sono travestiti, mascherati, abbiamo fatto centinaia di foto, sparato coriandoli e cuori, in un’euforia generale contagiosa anche per noi grandi.

Esausti, poi, siamo andati a mangiare una pizza in centro, ammirando le luminarie quest’anno ancor più belle della mia già stupenda città.

L’ultimo giorno ho chiesto alla piccina: sei contenta di tornare a casa?

Mi aspettavo una risposta affermativa, che le fosse mancata la mamma, invece mi ha risposto: insomma… no. Io stavo bene anche qui.

Li abbiamo accompagnati alla stazione, dopo una mattinata trascorsa a pattinare sul ghiaccio tutti e quattro, ci siamo abbracciati forte e baciati, e io e il mio bimbo siamo tornati a casa.

La vigilia e il Natale sono stati all’insegna del riposo e dei nostri parenti, io ho passato, lo confesso, più di qualche ora nel mio nuovo studio a pulire e a sistemare: me lo coccolo come fosse un altro figlio, ancora mancano degli accessori e dei dettagli, ma sta venendo su sempre più carino e accogliente.

Tempo qualche giorno ed è tornato su il mio uomo. Da solo.

Quest’anno non ci spettavano i bambini, avendoli avuti in esclusiva una settimana l’anno scorso, e così abbiamo deciso di stare da me senza fare niente di niente.

In realtà non era neanche arrivato che la stessa idea ci è balenata nella testa: e se partissimo? se prendessimo un last second e ce ne andassimo a Parigi?

Il giorno dopo eravamo proprio a Parigi, nel quartiere latino, in un piccolo hotel davvero bello, con la Nespresso in camera (salvavita per le nostre levatacce!) e una bellissima vista.

Abbiamo camminato instancabilmente per tre giorni, ci siamo persi pure la mezzanotte dell’ultimo dell’anno per la stanchezza (dai! Aspettiamo la mezzanotte in camera e vediamo i fuochi dal balcone…zzzzz) ma il primo gennaio alle nove di mattina a Montmartre c’eravamo solo noi, ed è stato impagabile: le nuvole così basse che dipingevano il cielo di un bianco candido, gli alberi stupende silhouette nere con lo sfondo della chiesa del Sacré-Cœur che si vedeva e non vedeva, e tutti i vicoli che in genere sono così affollati da non poter camminare erano deserti, salvo, appunto, noi due più svariati militari con mitra in mano che si guardavano intorno passeggiando posizionati a triangolo.

Inutile dirvi che ho fatto foto stupende, che siamo stati tanto felici, che i polpacci ancora non riusciamo a sentirli dal dolore e dalle scale che abbiamo fatto (abbiamo scalato tutte le chiese per ammirare i panorami mozzafiato di Parigi, non ricordavo di aver mai salito tanti gradini in vita mia!), che i bambini non ci sono mancati ma stavolta li abbiamo coinvolti raccontando loro ogni sera cosa avevamo visto, mandando foto in diretta di quello che pensavamo potesse piacergli, e che abbiamo promesso loro torneremo a vedere tutti insieme; intanto, però, ci torneremo un’altra volta da soli in autunno, per ammirarla e fotografarla con il foliage, un sogno per me. Mi emoziono immaginando come sarà il mio parco preferito, il Jardin des Tuileries, a ottobre/novembre.

Adesso la vita è ricominciata, io mi sento più tranquilla perché ho fatto qualche passo avanti nella ricerca del mio io materno più profondo, da un lato ho anche sdrammatizzato e relativizzato le mie paure, e quindi andiamo, si riparte in questo 2016 con tantissimi progetti e tanta tanta allegria, ché quella non è mai troppa.205 PARIS_0166w

Un fratellino per tutti

Tra una cosa e l’altra si è fatto quasi dicembre.

Tutto procede, con piccole e grandi gioie, tanto lavoro (e molto soddisfacente, per fortuna), pochi viaggi miei (e tanti di lui), una riunione familiare al Sud che è la normalità ma che ci fa sentire sempre più famiglia, e poi le solite cose: la scuola, lo sport, la musica.

Il mio bambino ha smesso ormai da mesi il violino e ha manifestato il desiderio che gli insegni io il pianoforte. Quasi ogni giorno pretende una lezione: è pignolo, preciso, puntiglioso, e forse sono tutte caratteristiche di chi voglia imparare bene uno strumento (e non solo quello), io stessa ero così e sono arrivata al diploma. Chissà, vedremo. Per me non è importante, mi piacerebbe sì che imparasse a leggere e a capire la musica, ma che ci si divertisse e che fosse per lui solo un piacere.

Ai colloqui a scuola le maestre ci hanno voluto parlare di lui dal punto di vista delle amicizie, della socialità, del comportamento nel gruppo, perché il rendimento è ottimo (grazie al cielo) e non hanno niente da dire.

Pare che mio figlio sia un abile giocatore delle tre carte, un mercante scaltro ed esperto (non ci capacitiamo da chi abbia preso), che riesce, con la dialettica e l’insistenza (quindi prendendoli per sfinimento) a farsi dare merende e oggetti dai bambini più ingenui e timidi, che però poi giustamente si pentono e vanno a lamentarsi dalla maestra.

Il giorno del colloquio io e il padre abbiamo parlato a lungo con lui, non so quanto è passato delle nostre parole, forse nulla,  forse si vedrà col tempo.

Io però dovevo andare in fondo a questa cosa, e allora la sera, poco prima di dormire, come facciamo sempre, sono entrata con lui nel letto, e tutti abbracciati e attorcigliati al calduccio del piumone, abbiamo chiacchierato un po’.

“Ma tu senti che ti manca qualcosa? Che gli altri bambini siano più fortunati di te?”

(Sensazione immediata di essermi tirata una martellata sui piedi, per di più all’ora in cui bisogna dormire)
“Sì, penso che gli altri siano più fortunati”

(Panico. Come più fortunati? Da quando pensa questo? Respiro.)

“Più fortunati in che senso, amore? Fammi degli esempi.”

“Perché gli altri hanno un fratello e io no. Per esempio Giacomo ha due sorelle grandi che sono amorosissime con lui.”
“Davvero pensi questo? Mi hai sempre detto che eri felice di essere figlio unico, che non invidiavi affatto tuo cugino o quelli che hanno fratelli tra i piedi… Anche Giacomo è vero, ha due sorelle, ma deve dividere con loro l’affetto dei genitori. Tu hai tutto l’amore per te.”

(Vediamo il bicchiere mezzo pieno, anche perché ormai non c’è rimedio)

“Sì, ma proprio perché sono grandi, ormai hanno la loro vita, e i genitori quando non lavorano si dedicano tutti a Giacomo.”

(Non se ne esce così)

“Allora pensa questo. Tu hai me, hai Marco, hai papà e la sua fidanzata, e poi hai le bambine di Marco, pensa quanti affetti hai, le bambine sono un po’ come due specie di sorelle, che dici?”

Ci pensa. E si illumina.

“Ah, è vero… però… però se tu e Marco faceste un bambino vostro, allora questo bambino sarebbe come l’unione delle nostre due famiglie, perché ci sarebbero Marco, le bambine che sono solo sue, tu e io, che sono solo tuo, e questo bambino che sarebbe vostro e nostro fratello”

“Ah”. (Pensieri misti, confusi, stupore, ricerca di risposta veloce e non idiota)

“Quindi ti piacerebbe un fratellino da me e Marco. Ma non saresti geloso? Tu di Isabella, tua cugina piccola, sei ancora gelosissimo, dovrei dare tante attenzioni a questo bambino”.

(Ora lo frego)

“No perché starebbe con noi qui, non con loro.”

(Ora lo frego davvero)

“Eh, che c’entra, non saresti geloso delle bambine, ma di me sì, perché mi dovrei occupare molto di un poppante che richiederebbe la mia attenzione sempre, pensaci bene”.

(Sudore)

No perché questo fratellino avrebbe la mia età. O forse sarebbe più grande.

Ho iniziato a ridere, e lui con me, di cuore.  Abbiamo scherzato sulla macchina del tempo, sul film Ritorno al futuro, perché lui è piccolo, forse emotivamente più piccolo dei suoi 8 anni, ma è intelligente e inizia già a capire l’ironia.

Poi l’ho baciato a lungo sulle sue guancine morbide, sui biondi capelli profumati, fregandomene del fatto che si sente grande e non vuole più baci, l’ho abbracciato e annusato tenendogli quelle manine calde e appiccicose, pensando che sì, è vero, sarebbe bello avere un altro bambino in famiglia, un piccoletto a congiungere tutti e cinque in un’unica vera famiglia, nell’accezione più romantica del termine, sarebbe bello sentire di nuovo in casa la risata cristallina e innocente di un bebé che ancora non sa nulla del mondo, e che è felice solo perché tu lo ami, gli sorridi, ti occupi di lui, ma no, non lo faremo.

Adesso è tempo di noi cinque, di coltivare e accrescere la nostra conoscenza, il nostro amore, è tempo di vacanze da grandi, di settimane bianche, sciando tutti insieme, senza neonati da badare, è tempo di fughe a due e di coppia innamorata come il primo giorno, è tempo di libertà per noi, e fra poco anche per voi, cari figli.

Abbiamo due nipotine nuove in famiglia, forse un’altra (o un altro) in arrivo l’anno prossimo: facciamo gli zii, facciamole ridere, volare in aria, riprendiamole, ma poi torniamo a essere noi cinque, con i vostri discorsi a volte strampalati, con le rispostacce da preadolescenti, con i compiti da fare, i giochi da tavola, i video di Natale che, come da tradizione, ogni anno giriamo per gli amici e i parenti, i nostri voli, i nostri progetti, e la nostra speranza, ormai comune, di riuscire prima o poi a ricomporci una volta per tutte. Prendendo finalmente gli aerei solo per andarcene in vacanza.

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Di piedini rotti e di famiglie molto allargate

Dopo un frizzante venerdì sera trascorso fino a notte al pronto soccorso di uno degli ospedali della mia città, e una raccomandazione da parte del medico di guardia, “da padre, non da dottore”, di andare il giorno dopo all’ospedale pediatrico nel caso che il bambino ancora non poggiasse il piede infortunato, sabato abbiamo avuto la sua festa di compleanno nella palestra di arrampicata sportiva.

Una palestra grandissima, con tutti i muri attrezzati per arrampicarsi, e due istruttori a nostra disposizione, che hanno fatto salire i bambini a turno, mentre gli altri saltavano, correvano e giocavano sui tappetoni blu. Il festeggiato è stato seduto, ha un po’ giocato strisciando e ridendo, una volta è caduto perché pretendeva di correre con le stampelle per andare a salutare un amico.

C’eravamo tutti: io, il mio uomo, le sue bimbe (che alcuni amici di Pietro definiscono “le sue sorelle”), il mio ex e la sua bravissima fidanzata, mia sorella con i miei nipoti e tanti tanti amici. Tutti in grande armonia e spensieratezza.
C’erano anche i soliti genitori di classe pettegoli, gli ipocriti integralisti cattolici incuriositi dalla nostra famiglia e, a loro avviso, bizzarra separazione, stupiti e meravigliati (diciamo pure increduli) dalla mia organizzazione curata nei particolari, soprattutto da quello gastronomico (ma hai fatto tutto tu davvero? devi darmi la ricetta di questi meravigliosi biscotti, e della torta, e della PANNA), perché una mamma separata è per definizione sola, triste, senza aiuti, senza supporto morale, come fa ad organizzare una festa così bella? Come fa inoltre ad essere così carina, ad avere capelli sempre perfetti, un fidanzato così bello e bravo, un marito così gentile e una fidanzata di marito così simpatica, che con lei chiacchiera e che adora, ricambiata, suo figlio? 
Come fa questa mamma a non essere gelosa della fidanzata del suo ex marito? Com’è possibile?

Io, vi confesso, ho goduto molto nel chiacchierare amabilmente con queste mamme vipere sorridenti, perché so quanto rosichino e quanta invidia zampilli da quelle linguette biforcute e avevo troppo piacere nel sentirle rivolgersi a me fra l’ammirato e la livida malevolenza.

A fine festa, di comune accordo, io e i tre componenti acquisiti della famiglia componibile siamo rimasti a pulire e a portare via regali e il poco che è avanzato, mentre ex, fidanzata e Pietro sono andati all’ospedale pediatrico con le lastre e il referto dell’altra struttura perché ancora il piede non si poggiava, ma, anzi, dopo la caduta con le stampelle, faceva più male.

Ci siamo ritrovati tutti verso l’ora di cena in un’attesa infinita fra i codici verdi dell’ospedale dei bambini. (“Chiara! Questo ospedale sembra più un parco giochi che un ospedale! Speriamo che Pietro debba restare anche a dormire, così vediamo le camere, la ludoteca e domani i clown!”)
E, seppur con la stanchezza e la preoccupazione di passare un’altra nottata al pronto soccorso, è stato bello.
I tre bambini che disegnavano, giocavano, e addirittura si sono messi a fare le corse con la sedia a rotelle e le stampelle, le bambine che chiedevano a Pietro se potevano fare un giro anche loro, e giù a spingersi, a correre, a fare il vigile che ferma il traffico con una stampella. Noi quattro adulti abbiamo chiacchierato un po’ di tutto, ci siamo confrontati, raccontati aneddoti di vita, abbiamo anche riso.
La fidanzata del mio ex ha raccontato alle bambine del loro gatto che era stato preso per sbaglio da una coppia di vecchini che avevano perso il loro, le ha fatte ridere e giocare.

Tutto era naturale, spontaneo, come dovrebbe essere, se tutti avessero una coscienza, e, soprattutto, volessero il bene di questi bambini.

Il tempo passava, era oltre l’ora di cena, le bimbe avevano fame, il mio invece aveva sonno. Abbiamo deciso di andare a casa e Pietro è rimasto là col padre, io mi sono raccomandata con la sua compagna di farlo sdraiare un po’ e riposare e li ho salutati che lui aveva poggiato la sua testolina sulle sue gambe, lei che lo carezzava.

Come è finita questa storia? Che i medici hanno effettivamente riscontrato una microfrattura del metatarso, e hanno deciso di ingessargli il piede fin sotto il ginocchio: 25 giorni di gesso e un mesetto di riabilitazione.

Il bambino è voluto tornare da noi anche se era di nuovo quasi l’una, perché voleva dormire con le bambine, tutti accampati con i tre materassi in terra, tipo campeggio.
Le bimbe avrebbero voluto aspettarlo sveglie perché tutte eccitate dal gesso, avevano anche deciso cosa scriverci sopra (frasi molto affettuose e tanti cuoricini), ma non hanno per fortuna resistito.
La mattina seguente la mamma delle bambine (sì! proprio lei!) ha mandato sul telefono della grande un video dei minions a Pietro per augurargli buon compleanno, lui le ha risposto con un messaggio vocale, e lei gliene ha rimandato un altro con un bacione e un “riguardati con il piede, tesoro”.

Gli ultimi due giorni li ho passati in casa tenendo un bambino immobile e con la gamba sollevata per far seccare il gesso, e grazie a Dio domani tornerà a scuola, ché fra tonsillite e infortunio ha già perso dieci giorni.

Questo lungo e faticoso week-end mi ha fatto tanto riflettere: ho per la prima volta percepito nettamente che siamo tanti, siamo uniti, e siamo una forza quando siamo tutti insieme e in modo così compatto e armonioso.
So che ci saranno altri scleri, altre invidie da parte della mamma delle bambine, qualche piccolo scazzo col mio ex, perché è naturale che questo accada, d’altronde se ci siamo separati più di un motivo ci sarà stato, ma in questa occasione ho visto davvero l’impegno di tutti e ho visto tre bambini veramente felici, allegri, rilassati. Le bimbe finalmente spontanee anche con la madre, a cui mandavano foto nostre e del bambino ingessato che faceva le corna, lei che rispondeva che erano bellissimi tutti e tre.

A chi si chiedesse: quindi è possibile?

Rispondo che sì, lo è. Non è facile, per niente, ma lo è, e nel nostro caso questa brutta avventura ce lo ha dimostrato.

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Ricomposizione

La neve stamattina, nella piccola città del Sud dove splende sempre il sole e il clima è mite, ci ha portato due bambine.
Incappucciate, sciarpa, guanti, guance rosse, grandi sorrisi e baci buttati attraverso il vetro della macchina.
Allegre, affettuose, appiccicose, spiritose, piene di idee e iniziative carine.
Le bambine che conosco io, le figlie del mio amore.
La grande perfettamente guarita dal brutto raffreddore, la piccina sana come un pesce.

La nostra strategia, mia e di Marco, ha funzionato. Ieri abbiamo fatto finta di nulla, le abbiamo cercate solo per un saluto e per sapere come stavano. Nessuno ha insistito affinché tornassero. 
E nel frattempo io lui e il mio bimbo siamo andati al cinema, divertendoci tantissimo. Cinema, pop corn, giochi a casa e cenetta tranquilla.

Il dopo cena ancora più tranquillo da soli, perché, come diciamo sempre, la coppia è tutto, è la base, e la nostra per noi più importante di ogni altra cosa.
Mentre eravamo a letto abbiamo ricevuto anche una mail che aspettavamo da tempo, e pieni di meraviglia abbiamo stappato una bottiglia di champagne per festeggiare degnamente.

La sera la Signora al telefono aveva annunciato che da stamattina le bimbe sarebbero tornate, spiegando al suo ex che lei si era molto arrabbiata con loro e non aveva capito il voler tornare a casa dell’altra sera. Che le aveva rimproverate ricordando loro che il padre aveva preso apposta ferie per stare tutti insieme (anche a noi!) e che non facessero storie col dormire o con le regole. Che ognuno aveva le proprie regole e modo di vivere, e loro avrebbero dovuto adattarsi.

Rinsavita, direte voi. Pazza completa, forse penserete.
Noi abbiamo sorriso perché anche se ogni tanto ci spiazza con questi giochini, di base la conosciamo bene, e dopo un suo certo primo momento di giubilo e 1-0 per lei (nella sua testa), sicuramente vedendo che noi non solo non ci siamo arrabbiati, ma neanche abbiamo insistito per riaverle, anzi, abbiamo continuato la nostra vita come niente fosse, si è resa conto che per lei le vacanze sarebbero finite qui.
Chiusa in casa con due bambine annoiate che diventa sempre più complicato portarsi appresso per locali notturni (anche perché qui fa veramente freddo adesso).
Finite le uscite, le serate con boccali di birra grandi quanto lei, gli amici sbandati, e due bimbe appiccicose e raffreddate in giro per casa.

Quindi dalle dieci di stamattina siamo di nuovo tutti e 5.
Stiamo bene, ridiamo, i tre bambini hanno inscenato un ristorante che si chiama Super Delizie, hanno scritto tutto un menù reinventando quello che stavo preparando io, dandoci anche i soldi finti per pagare, ci hanno inchiodati al divano davanti a un loro spettacolino che solo chi ha figli di età scolare può comprendere quando sia stato soporifero e infinitamente lungo in un post pranzo di sonnolenza e agognato bisogno di relax, ci hanno costretti a una visita guidata della “Grotta Cinese, grotta americana e grotta del morto” (quest’ultima era il bagno).
Sono buffi, sono fantasiosi, instancabili (troppo), creativi.

La bufera di neve che si è scatenata questo pomeriggio li rende euforici, vogliono costruire un pupazzo, non capiscono che siamo sul mare e la neve qui non attacca.
Ma domani faremo loro una sorpresa: li sveglieremo presto e li porteremo su un altopiano dove sta nevicando da ieri, e saranno pupazzi, foto, pallate, neve nei capelli, neve mangiata, mani ghiacciate, piedi zuppi, risate, tante.

Poco fa ho acceso il camino per la prima volta in questa casa, io che sono esperta perché ho abitato qualche anno in campagna, e i bambini sono impazziti.
Il mio nome riecheggia in continuazione: Chiara vieni, Chiara corri si sta spegnendo!!, Chiara soffia, Chiara guarda la pigna come ha preso!, e nonostante stia scrivendo e abbia tanta ma tanta voglia di finire questo post, mi alzo e vado da loro, felice come non mai, per questa nostra bella e inaspettatamente perfetta ricomposizione.IMG_1915

Oscuri presagi

Dopo aver trascorso, e con molto piacere, i giorni di Natale e Santo Stefano praticamente da sola, ad eccezione di un breve pranzo dai miei e un cinema (di qualità) con un’amica, ecco che, come da copione, tenebrose profezie si fanno largo nella mia mente.

Previsoni certe di privazione della libertà, della privacy, del sonno, della pace si alternano dentro di me, e a turno vengono riposte nell’angolo razionale del mio cervello, che ormai riesce a non soccombere a quello governato dall’ansia grazie ad anni di esercizio di autocontrollo che forse hanno dato qualche frutto. Forse.

Soffro perché il computer non mi entra in valigia, e neanche la tavoletta grafica, ed essi sono il mio tasto escape, la scusa, il pretesto, il “devo lavorare un po’, ciao, ci vediamo fra un’ora, fra due, non lo so”.

Ho l’iPad, ma non è la stessa cosa, perché posso solo scriverci, e scrivere non è il mio lavoro. Non posso usarlo come scappatoia.

I bagagli, miei e del mio bambino, contengono vestiti per tutti i climi (che pare la morsa di freddo che sta arrivando ci seguirà anche al sud, con l’aggravante del vento), giochi, regali, una stampantina istantanea fotografica, libri, reflex, non c’è spazio per altro.

Ho provato a suonare il pianoforte, che in genere mi acquieta, e niente, oggi non funziona.

Andrà tutto bene, come sempre. Sarò felice, come lo saranno tutti gli altri.
Nulla è cambiato, le bambine mi ameranno, saranno affettuose, non le vedo da un mese ma saranno sempre le stesse. Dormiremo tutti, sono grandi ormai, i problemi di sonno della scorsa estate sono stati risolti, anzi, la mattina ci lasciano pure riposare.

I bambini andranno tutti d’accordo e romperanno poco, non vedevamo l’ora che arrivassero le vacanze di Natale. Avremo sì meno tempo per noi (zero?) ma fa parte del gioco, di questa allegra e scombinata famiglia che ci siamo scelti.
Ma io ho l’ansia. Un senso di soffocamento che so, perchè lo so, che scomparirà non appena ci rivedremo, e che un pochino sì tornerà, ma come quello di qualsiasi genitore assediato da tutti i figli per un tempo superiore a quello a cui è abituato (e noi separati siamo in un certo senso abituati male), come tutti i papà e le mamme che hanno i bambini a casa da scuola e che si sono presi vacanza pure loro.

Se non si fosse ancora capito, fra due ore io e il mio bimbo voleremo a mille chilometri da qui, e la famigliacomponibile si ricomporrà per un’intera settimana.
Addio.

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Innamorarsi a dicembre

Oggi pensavo al giorno in cui io e te ci siamo innamorati. Che poi in pratica è lo stesso in cui ci siamo conosciuti. Era dicembre, faceva molto freddo. C’era proprio la neve.

C’eravamo visti una sola volta qualche mese prima a una cena da amici comuni, avevamo parlato anche poco per la verità. Entrambi reduci da matrimoni finiti, io ferita da esperienze abbastanza dolorose avevo trovato il mio equilibrio, non stavo male, mi ero solo in un certo senso abituata a non aspettarmi (più) niente, abituata ad avere poco, e sì, è triste come immagine, ma così era.
C’era tanta gente quella sera, ci siamo sorrisi, osservati, non molto di più.
Forse non pensavamo che ci saremmo più rivisti, chissà. Le nostre città lontanissime, impensabile anche immaginare.

Invece abbiamo cominciato a scriverci, complice una passione comune, la fotografia. Per me lavoro e vita, per te espressione visiva di pensieri ed emozioni. Le foto ci raccontavano, le mie, le tue, giorno dopo giorno, pezzi di noi che si incastravano, curiosità, attrazione, immaginazione, scoperta.

Ci siamo scritti all’inizio quasi con timidezza, con timida gentilezza, con prudenza,  poi sempre più intensamente, ed erano risate, racconti  buffi, psichedelici, paure, poi le ore al telefono passate a ridere, a raccontarci, a condividere tutto, come amici, come una coppia, come due persone che si conoscono da sempre, come un uomo e una donna che si devono non vedere, ma rivedere, non incontrare, ma ricongiungere dopo una vita passata a cercarsi.

Ed eccoci lì, all’aeroporto, stretti in un abbraccio che da solo diceva tutto, le tue braccia intorno a me, avvolta, accoccolata, sicura che fossi tu, le tue mani sulla mia schiena che mi accarezzano, le tue labbra che mi baciano i capelli, forse la tempia, il tuo cuore che batte, il mio impazzito ma tu non puoi sentirlo.

In quel momento ci siamo riconosciuti, eravamo noi, “basta, ti ho trovata, sei tu, finito, voglio stare con te”.

E poi quei quattro giorni, quattro tutti nostri, sempre insieme, in totale e completa armonia, incredulità, desiderio, stupore, un film, un sogno, la perfezione.

Parole, parole, parole, scritte, pronunciate, fantasie, desideri, sogni, attesa che finisce.

Gli scenari immaginati sul nostro incontro che diventano realtà.

… le tue guance rosse dal freddo a dicembre, i cappotti, le sciarpe, i cappelli, la mela caramellata, in centro a comprare i regali” e “che bello innamorarsi a dicembre!”

ho paura

ho paura che ti amo”.

Sono passati anni, e tutto è ancora così. Come il giorno in cui ti ho (ri)visto e ho capito che da quel momento la mia vita diventava felice.

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