“Facciamo un blog o un canale? “

“Perché non apriamo un blog o un canale YouTube con tutti i nostri viaggi? Esempio: viaggio a Napoli, e mettiamo le foto e i video, viaggio in montagna, viaggio a Roma, viaggio a Firenze… Ecco, sì,  qualcosa fatta da noi 5” 

Questo ci ha chiesto oggi la figlia grande, e tutto il giorno, a Napoli, dove siamo in vacanza per tre giorni, non ha fatto che filmare, fare time lapse, abbiamo cantato a squarciagola in viaggio, abbiamo riso, scherzato, i piccoli hanno giocato da piccoli, noi due abbiamo avuto zero tempo per noi (ma non importa) e tutto sembra facile, limpido, naturale.  O forse,  semplicemente, lo è.  

“E se diventi farfalla nessuno pensa più a ciò che è stato quando strisciavi per terra e non volevi le ali.” Alda Merini

Dopo una estate diciamo movimentata, tre mesi passati volontariamente (questo devo dirlo,  non mi aveva costretta nessuno) al Sud per stare vicina al resto della famiglia almeno nei mesi in cui in teoria si dovrebbe essere più liberi, mesi che si sono rivelati faticosissimi per me, e di conseguenza per il mio uomo meraviglioso, in cui mi sono pure ammalata (la forza della psiche), non paga della fatica,  dell’ansia, della poca sopportazione di tutto, a ottobre decido che sarebbe bellissimo andare a sciare tutti insieme a febbraio.

Masochista o forse solo ottimista, chi lo sa, comunque prenoto tutto: casa in Trentino,  figlio, aerei per loro. Il fidanzato mi segue in questa ventata di incosciente e audace allegria e prenota pure lui le figlie per la settimana di carnevale.

Nel frattempo ritiro gli esami, ne faccio altri, mi sottopongo pure ad una risonanza magnetica dalla quale si evidenzia che non ho nulla al cervello (che cosa buffa), concludo che è stata l’estate a farmi ammalare e che forse non sono così portata per fare la mamma, la matrigna, per avere una famiglia, non solo mia, ma tanto meno allargata. Nel frattempo,  o contemporaneamente, il mio uomo si paralizza e mi comunica che no, la vacanza non si farà, che non ci vedremo più tutti insieme per tanti giorni perché anche lui è stato male,  ha sofferto e si è stancato in modo abnorme l’estate passata, non se la sente di ripetere l’esperienza. È categorico e risoluto.

Ecco. Io non so cosa mi sia scattato in quel momento, forse ho semplicemente capito,  vedendo le cose dall’esterno, con lucidità e la rinnovata serenità, che era il momento di prendere la situazione in mano e rimettere a posto le cose.

Perché, estate a parte, prima andavano bene, cosa è successo e perché?

Ho iniziato un duro lavoro su me stessa, ho scritto tanto, analizzato, ho letto un libro bellissimo che mi ha aperto gli occhi su tante cose e che consiglio a tutti, proprio a tutti,  perché illuminante (La forza della gentilezza, di Piero Ferrucci), ho trascorso due mesi cercando di aprirmi, di calmare la mia ansia al pensiero della famiglia riunita, cercando di capire che non c’è nessuna minaccia da cui devo proteggermi,  e poi ho dovuto convincere lui,  il mio amore.

Non ho fatto tutto in un giorno, anche con lui ho cominciato da lontano, parlandogli di quelli che credevo fossero i miei progressi, di quello che avevo compreso, degli errori fatti e mai più da ripetere, senza promettere nulla,  perché non me la sentivo, avevo troppa paura di sbagliare e di fare promesse che non avrei potuto mantenere.

Ma lui niente. In montagna non si va.  Piuttosto pago l’appartamento,  ci vai tu,  ci andiamo io te e tuo figlio,  ma tutti insieme no.

Questo a due settimane dalla partenza.

Così un giorno l’ho fatto. Ho promesso.

HO GIURATO proprio.

Ho giurato che sarebbe andato tutto bene,  che sarebbe stata una bellissima vacanza e se così non fosse stato,  me ne sarei andata con la scusa di un lavoro improvviso da fare o altro.

Lui si è fidato, deve avermi vista così determinata che mi ha dato l’ultima possibilità.

Mi affido a te.

Col peso di questa immensa responsabilità, perché volevo farcela ma non ero affatto sicura che sarebbe andato tutto bene –anzi–  ho respirato a pieni polmoni e ho iniziato a fare le valigie,  perché davvero si era davvero fatta l’ora di partire.

Non posso raccontare gli incubi che hanno abitato le mie ultime notti prima che arrivassero loro tre dal sud, un po’ li ho scritti, un po’ li ho rimossi, ma erano accomunati dall’ansia, dagli imprevisti nefasti, popolati da persone cattive che tornavano dal passato per rovinarmi il presente. Esorcizzo la paura, ho pensato, e ho continuato a riempire borsoni di lenzuola,  asciugamani, tute e abbigliamento da sci per tutti.

E poi un giorno sono arrivati. Sono andata a prenderli in aeroporto, e le bambine mi sono corse incontro abbracciandomi  e ubriacandomi  di parole,  sorrisi,  confidenze.  Abbiamo noleggiato una grande monovolume,  raggiunto il mio bambino,  e siamo partiti alla volta delle Dolomiti.

Com’è andata?

Benissimo.  Meravigliosamente,  perfettamente,  come mai mai mai avrei potuto immaginare.

Non so se sono stata io, che forse sono cambiata, non so se i bambini sono cresciuti e sono cambiati loro, non so se sia stato l’inverno, che è la mia stagione, o la montagna,  che è  la mia dimensione, ma tutto è  filato per il meglio.

I bambini in macchina non si sono sentiti, e le ore di viaggio sono state almeno 4: i piccoli hanno giocato insieme con il mio ipad, condividendo giochi di azione (alternandosi senza mai litigare) e giochi di parole, come i crucipuzzle o la parola da indovinare o il gioco dell’impiccato, mentre la grande ha ascoltato musica e guardato semplicemente fuori dal finestrino, assorta in chissà quali pensieri di preadolescente.

Avranno fatto la famosa domanda che tutti i genitori temono e che in genere arriva dopo dieci minuti di viaggio, quando arriviamo?, forse una volta. Ci siamo fermati quasi alla meta per ammirare una vallata con un tramonto mozzafiato insieme a loro e un’altra per andare a vedere una cascata ghiacciata, per il resto un viaggio da non accorgersi quasi di averli, se non per le grasse risate dei piccoli mentre giocavano.

Noi due abbiamo avuto tanto tempo per chiacchierare,  durante la mattina mentre i bimbi facevano scuola di sci (siamo pure riusciti ad andarcene un’intera mattinata a sciare da soli nonostante una forte nevicata e scarsissima visibilità), anche durante il giorno e i viaggi,  incredibile! Addirittura non volevano venire neanche a fare la spesa,  preferivano essere lasciati a casa da soli a giocare.

Siamo molto felici di questo risultato,  perché stiamo imparando a stare tutti insieme ma con l’indipendenza individuale di chi si ama ed è sicuro dell’amore che riceve. Io lo trovo bellissimo. E mi stupisco perché non so proprio come ci siamo arrivati. Forse piano piano, senza che neanche ce ne accorgessimo, perché i cambiamenti, quelli profondi, avvengono nel tempo, non senza cadute, delusioni, involuzioni, momenti di sconforto. Sarà stato così anche per noi. Ma che bello adesso!

Spero di riuscire a scrivere di nuovo quanto prima,  mi scuso con tutti gli amici di blog a cui non sono materialmente riuscita a stare dietro, è che sto lavorando tantissimo, anche dopo cena, e quando non lavoro sono in viaggio o indaffarata a fare la mamma, mi resta davvero poco tempo libero,  ma vi leggo con piacere anche se non riesco a  commentare sempre.

Il mio lavoro di fotografa procede alla grande,  mi sto specializzando nella fotografia di neonati,  minuscoli fagottini di pochi giorni di vita,e durante l’ultimo shooting mi sono sentita dire così: tu quando fotografi i neonati sembra che fai un mandala,  o uno di quegli album da colorare per rilassarsi, eppure è un lavoro lungo e spesso sfiancante, fatto di attese, momenti morti, pianti, pause, scatti rubati…

Sarà terapeutico pure questo!  

A presto allora, spero con tante belle notizie.d87eced94f85a878ce67a79d5df81a8c

Parigi è sempre una buona idea

Comincio il nuovo anno con una bella e sana consapevolezza, con tanta gioia e felicità perché tante cose belle stanno accadendo e sono accadute in questo mese.

Poco prima di Natale sono venuti qui a nord il mio fidanzato e la piccola, soltanto loro perché la grande aveva delle esibizioni di danza e non voleva mancare per nessun motivo.

Devo dire che né lui né io abbiamo fatto nulla per convincerla, primo perché è giusto che lei sia libera di scegliere, secondo perché sappiamo quanta passione la leghi al ballo, quanto sia brava e quanto ci tenga. Non abbiamo insistito anche perché curiosi di sperimentare la formula a 4, con i due piccoli che risentono sempre un po’ della presenza tanto ingombrante della grande.

È andata benissimo: la dolce Anna era felicissima del viaggio col suo papà in aereo all’andata e in treno al ritorno, ha giocato tantissimo con Pietro, ma proprio tanto, e senza mai litigare, li sentivamo ridere in camera come forse mai in questi anni, le brillavano gli occhi di una nuova luce, era la mia complice e la mia aiutante in casa, era ammirata dalle decorazioni natalizie che avevo messo, prendeva in braccio il mio gatto, che è quasi più grande di lei, e passava ore ad accarezzarlo, a dire che le era mancato.

L’abbiamo vista rifiorire, una tenerezza disarmante.
È buffo e insieme affascinante notare i meccanismi che legano i fratelli e le sorelle fra loro e con quelli acquisiti, le dinamiche che si creano a seconda delle ricomposizioni

Sembrava quasi più dispiaciuto mio figlio dell’assenza della sorella grande.

In quei giorni abbiamo inaugurato il mio nuovo studio fotografico, i nostri bambini insieme ai cuginetti come impazziti si sono provati tutti i costumi appesi al porta abiti dell’Ikea bianco, si sono travestiti, mascherati, abbiamo fatto centinaia di foto, sparato coriandoli e cuori, in un’euforia generale contagiosa anche per noi grandi.

Esausti, poi, siamo andati a mangiare una pizza in centro, ammirando le luminarie quest’anno ancor più belle della mia già stupenda città.

L’ultimo giorno ho chiesto alla piccina: sei contenta di tornare a casa?

Mi aspettavo una risposta affermativa, che le fosse mancata la mamma, invece mi ha risposto: insomma… no. Io stavo bene anche qui.

Li abbiamo accompagnati alla stazione, dopo una mattinata trascorsa a pattinare sul ghiaccio tutti e quattro, ci siamo abbracciati forte e baciati, e io e il mio bimbo siamo tornati a casa.

La vigilia e il Natale sono stati all’insegna del riposo e dei nostri parenti, io ho passato, lo confesso, più di qualche ora nel mio nuovo studio a pulire e a sistemare: me lo coccolo come fosse un altro figlio, ancora mancano degli accessori e dei dettagli, ma sta venendo su sempre più carino e accogliente.

Tempo qualche giorno ed è tornato su il mio uomo. Da solo.

Quest’anno non ci spettavano i bambini, avendoli avuti in esclusiva una settimana l’anno scorso, e così abbiamo deciso di stare da me senza fare niente di niente.

In realtà non era neanche arrivato che la stessa idea ci è balenata nella testa: e se partissimo? se prendessimo un last second e ce ne andassimo a Parigi?

Il giorno dopo eravamo proprio a Parigi, nel quartiere latino, in un piccolo hotel davvero bello, con la Nespresso in camera (salvavita per le nostre levatacce!) e una bellissima vista.

Abbiamo camminato instancabilmente per tre giorni, ci siamo persi pure la mezzanotte dell’ultimo dell’anno per la stanchezza (dai! Aspettiamo la mezzanotte in camera e vediamo i fuochi dal balcone…zzzzz) ma il primo gennaio alle nove di mattina a Montmartre c’eravamo solo noi, ed è stato impagabile: le nuvole così basse che dipingevano il cielo di un bianco candido, gli alberi stupende silhouette nere con lo sfondo della chiesa del Sacré-Cœur che si vedeva e non vedeva, e tutti i vicoli che in genere sono così affollati da non poter camminare erano deserti, salvo, appunto, noi due più svariati militari con mitra in mano che si guardavano intorno passeggiando posizionati a triangolo.

Inutile dirvi che ho fatto foto stupende, che siamo stati tanto felici, che i polpacci ancora non riusciamo a sentirli dal dolore e dalle scale che abbiamo fatto (abbiamo scalato tutte le chiese per ammirare i panorami mozzafiato di Parigi, non ricordavo di aver mai salito tanti gradini in vita mia!), che i bambini non ci sono mancati ma stavolta li abbiamo coinvolti raccontando loro ogni sera cosa avevamo visto, mandando foto in diretta di quello che pensavamo potesse piacergli, e che abbiamo promesso loro torneremo a vedere tutti insieme; intanto, però, ci torneremo un’altra volta da soli in autunno, per ammirarla e fotografarla con il foliage, un sogno per me. Mi emoziono immaginando come sarà il mio parco preferito, il Jardin des Tuileries, a ottobre/novembre.

Adesso la vita è ricominciata, io mi sento più tranquilla perché ho fatto qualche passo avanti nella ricerca del mio io materno più profondo, da un lato ho anche sdrammatizzato e relativizzato le mie paure, e quindi andiamo, si riparte in questo 2016 con tantissimi progetti e tanta tanta allegria, ché quella non è mai troppa.205 PARIS_0166w

Ciclotimia genitoriale

Sono due mesi che per nostra scelta, sia logistica, sia economica, sia, forse, semplicemente egoistica, ci vediamo solo io e lui.
Meno spesso a causa del lavoro di entrambi, di orari dei voli non proprio favorevoli, ma rigorosamente in due.
Tanto i bambini neanche ci fanno caso”, abbiamo pensato. “Stiamo soli ché siamo stanchi, questo inverno è pesante fra malattie, gessi e rotture varie, i bambini alla fine hanno la loro vita, la scuola, gli amici, le mille attività, si rivedranno ormai a fine aprile e poi d’estate.”
Certo, è capitato che venisse lui durante la settimana da me o che durante un giorno del mio week-end al sud prendessimo le bambine per un pomeriggio al cinema o per una pizza, e la famiglia si ricomponesse in parte, ma di base siamo stati parecchio e piacevolmente da soli.
Nell’ultima settimana, però “Indoviva chi viene lunedì? Marco! sei contento?”
Ma con le bambine?”
Ehm, no, però sta con noi cinque giorni, lo avrai tutto per te
Uffa. Io volevo le bambine.”
Questo fine settimana ero io nell’amato mio sud, in cui quest’anno la primavera stenta ad arrivare nonostante sia tutto una stupenda fioritura, e avevamo programmato sabato di portare le bimbe a vedere il film di Cenerentola, per altro bellissimo (io e lui commossi con lacrima, loro a ridacchiare) il resto del week-end da soli. Marco è andato a prenderle e io sono rimasta a casa ad aspettarli.
Bimbe mettetevi dietro
Perché dietro? Io voglio stare davanti!”
Perché c’è Chiara.
 Visetti speranzosi
Ma c’è anche Pietro?”
Eh, no
Ma uffa” sguardi delusi e occhi al cielo.
E poi la piccina che si vuole sedere accanto a me, che davo per scontato volesse stare accanto al padre (ogni volta erano le vere lotte con la sorella, ovunque: a tavola, a teatro, in aereo, in pullman, persino nei prati), sempre lei che gli chiede nell’orecchio  perché devo rimanere a casa quando lui le riaccompagna dalla madre. Io la sento bisbigliare e domando incuriosita: “Che dite?”
Il padre mi riferisce e chiedo alla piccina: “Vuoi che venga con voi a riaccompagnarvi?”
.” Sorriso timido.
La grande che per la festa del papà ha fatto a Marco un segnalibro con ritagliate le foto di loro tre bambini (il mio compreso) e unite con del filo, in modo da poter segnare tre pagine invece che una.
Noi stupiti e increduli. Felici, tanto.
Abbiamo così passato la domenica a far biglietti aerei e programmare riunificazioni: Pasqua tutti insieme a Roma, metà aprile al Sud, metà maggio sempre Sud con anche i miei genitori e pulmino 7 posti per girare il più possibile e senza noia (i bimbi impazziranno!) e aspetto con ansia la prossima estate per stare più tempo possibile insieme.
Ebbene sì: la disintossicazione da troppi figli si è compiuta.
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Il tempo passerà di nuovo

Ciao sud, ciao mare che vedo dappertutto intorno a me: dalla finestra di casa, dall’aereo quando atterra e quando decolla, di cui percepisco l’odore ad ogni angolo, ciao case bianche e basse, terrazze in fiore anche d’inverno, palme alte e rigogliose, buganvillee coloratissime su tutti i muri, ciao sole accecante, vento impetuoso che mi scompiglia i capelli e mi colora le guance, ciao pane così buono e mozzarelle insuperabili, ciao terra che amo in tutta la sua apparente semplicità e le sue contraddizioni, ciao amore mio.

Il cielo stamattina dall’aereo sembra una vaporosa distesa di zucchero filato e panna montata, il sole illumina il biondo dei miei capelli e lo schermo dell’iPad su cui scrivo, ma non lo chiudo il finestrino, devo incamerare tutta questa luce, tutto questo calore, tutto questo bianco, e portarli a casa dove il cielo sarà grigio e avrò freddo, dove starò, per la prima volta dopo tanto tempo, dieci giorni lontana da te.

Sono stati tre giorni di soli noi due, giorni sognati e meritatissimi, tre giorni in cui non abbiamo fatto niente, se non essere noi e basta. Sono state lunghe dormite, di notte e di giorno, abbracciati, intersecati, almeno un pezzetto di noi sempre a contatto, pomeriggi mai troppo lunghi di chiacchiere, film, sperimentazioni di nuove ricette da gustarci con la meritata calma, musica ascoltata e suonata, e, come sempre, tante tante risate.

L’attimo prima di addormentarci, girati l’uno verso l’altra, ci guardiamo, e una specie di strana magia, da sempre, si compie: iniziamo a chiacchierare e, come ai bambini quando sono molto stanchi e a cui prende quella ridarella incontrollabile, a noi viene da ridere. Una battuta dietro l’altra e risate che non si contengono, ci fa male la schiena, non si riesce a finire un discorso perché ridiamo troppo e allora “aspetta aspetta, fammi finire” “ti prego, fermati che mi dimentico quello che ti volevo dire” “ridimmelo” “sei troppo bravo, rifammi me quando sono polemica, quando sono puntigliosa, quando faccio la regina delle nevi” “oddio muoio”.

Sono momenti di assoluta e totale e complicità, e che a noi sembrano ogni volta un miracolo, venendo da un passato in cui tutto questo mancava, in cui eravamo così grottescamente male assortiti, in cui la coppia non era gioia, non era forza, ma individualismo, indebolimento, competizione, fatica, incomprensione, non era coppia.

Ed è un messaggio di speranza quello che vorrei dare, a chi si è ritrovato solo dopo una vita insieme, a chi è infelice e non spera più, a chi ha paura a fare il salto perché l’incertezza e il dubbio lo paralizzano, a chi si trascina consapevole che quello che ha non era quello che voleva, perché si è voluto accontentare, perché così deve essere, perché ormai ho un’età e chi me lo fa fare, perché ho un’età e voglio sposarmi in fretta e fare dei figli altrimenti diventa tardi e io volevo essere una madre giovane, perché ho il terrore di stare solo e quindi meglio che niente, perché ho dei figli e non voglio il loro male.

Tutto è possibile. È possibile ricominciare a quasi quarant’anni, ma anche più tardi, è possibile amare follemente come mai nella vita, è possibile incontrare anche a mille chilometri di distanza l’altra metà di te. Una vita che combacia alla perfezione con la tua.
Non dico che sia facile, dico che se non ci si prova non lo sapremo mai, se non ci si butta e non si rischia la nostra vita rimarrà uguale e nulla cambierà. E anche ritrovarsi da soli pur non avendolo scelto può essere una grandissima occasione, una volta attenuato il dolore forte, acuto, paralizzante, di crescere più forti, più consapevoli di quello che si vuole (e soprattutto di quello che non si vuole più), di quello che si è nel profondo, nutrimento della nostra autostima e del nostro ego bistrattato da una vita, da un’esperienza infelice.

E adesso che sto per atterrare nel mio nord, ritorno in modalità mamma di bambino ingessato che mi aspetta a scuola, fotografa che deve consegnare velocemente un paio di lavori e impostarne un altro, un concerto di musica classica domani e un workshop importantissimo domenica, ritorno alla mia vita piena di tante cose e il tempo passerà di nuovo. Biglietti aerei acquistati fino a tutto maggio, vacanze impostate e concordate fra noi e con gli ex, tutto scorre, e io mi sento felice.

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Di piedini rotti e di famiglie molto allargate

Dopo un frizzante venerdì sera trascorso fino a notte al pronto soccorso di uno degli ospedali della mia città, e una raccomandazione da parte del medico di guardia, “da padre, non da dottore”, di andare il giorno dopo all’ospedale pediatrico nel caso che il bambino ancora non poggiasse il piede infortunato, sabato abbiamo avuto la sua festa di compleanno nella palestra di arrampicata sportiva.

Una palestra grandissima, con tutti i muri attrezzati per arrampicarsi, e due istruttori a nostra disposizione, che hanno fatto salire i bambini a turno, mentre gli altri saltavano, correvano e giocavano sui tappetoni blu. Il festeggiato è stato seduto, ha un po’ giocato strisciando e ridendo, una volta è caduto perché pretendeva di correre con le stampelle per andare a salutare un amico.

C’eravamo tutti: io, il mio uomo, le sue bimbe (che alcuni amici di Pietro definiscono “le sue sorelle”), il mio ex e la sua bravissima fidanzata, mia sorella con i miei nipoti e tanti tanti amici. Tutti in grande armonia e spensieratezza.
C’erano anche i soliti genitori di classe pettegoli, gli ipocriti integralisti cattolici incuriositi dalla nostra famiglia e, a loro avviso, bizzarra separazione, stupiti e meravigliati (diciamo pure increduli) dalla mia organizzazione curata nei particolari, soprattutto da quello gastronomico (ma hai fatto tutto tu davvero? devi darmi la ricetta di questi meravigliosi biscotti, e della torta, e della PANNA), perché una mamma separata è per definizione sola, triste, senza aiuti, senza supporto morale, come fa ad organizzare una festa così bella? Come fa inoltre ad essere così carina, ad avere capelli sempre perfetti, un fidanzato così bello e bravo, un marito così gentile e una fidanzata di marito così simpatica, che con lei chiacchiera e che adora, ricambiata, suo figlio? 
Come fa questa mamma a non essere gelosa della fidanzata del suo ex marito? Com’è possibile?

Io, vi confesso, ho goduto molto nel chiacchierare amabilmente con queste mamme vipere sorridenti, perché so quanto rosichino e quanta invidia zampilli da quelle linguette biforcute e avevo troppo piacere nel sentirle rivolgersi a me fra l’ammirato e la livida malevolenza.

A fine festa, di comune accordo, io e i tre componenti acquisiti della famiglia componibile siamo rimasti a pulire e a portare via regali e il poco che è avanzato, mentre ex, fidanzata e Pietro sono andati all’ospedale pediatrico con le lastre e il referto dell’altra struttura perché ancora il piede non si poggiava, ma, anzi, dopo la caduta con le stampelle, faceva più male.

Ci siamo ritrovati tutti verso l’ora di cena in un’attesa infinita fra i codici verdi dell’ospedale dei bambini. (“Chiara! Questo ospedale sembra più un parco giochi che un ospedale! Speriamo che Pietro debba restare anche a dormire, così vediamo le camere, la ludoteca e domani i clown!”)
E, seppur con la stanchezza e la preoccupazione di passare un’altra nottata al pronto soccorso, è stato bello.
I tre bambini che disegnavano, giocavano, e addirittura si sono messi a fare le corse con la sedia a rotelle e le stampelle, le bambine che chiedevano a Pietro se potevano fare un giro anche loro, e giù a spingersi, a correre, a fare il vigile che ferma il traffico con una stampella. Noi quattro adulti abbiamo chiacchierato un po’ di tutto, ci siamo confrontati, raccontati aneddoti di vita, abbiamo anche riso.
La fidanzata del mio ex ha raccontato alle bambine del loro gatto che era stato preso per sbaglio da una coppia di vecchini che avevano perso il loro, le ha fatte ridere e giocare.

Tutto era naturale, spontaneo, come dovrebbe essere, se tutti avessero una coscienza, e, soprattutto, volessero il bene di questi bambini.

Il tempo passava, era oltre l’ora di cena, le bimbe avevano fame, il mio invece aveva sonno. Abbiamo deciso di andare a casa e Pietro è rimasto là col padre, io mi sono raccomandata con la sua compagna di farlo sdraiare un po’ e riposare e li ho salutati che lui aveva poggiato la sua testolina sulle sue gambe, lei che lo carezzava.

Come è finita questa storia? Che i medici hanno effettivamente riscontrato una microfrattura del metatarso, e hanno deciso di ingessargli il piede fin sotto il ginocchio: 25 giorni di gesso e un mesetto di riabilitazione.

Il bambino è voluto tornare da noi anche se era di nuovo quasi l’una, perché voleva dormire con le bambine, tutti accampati con i tre materassi in terra, tipo campeggio.
Le bimbe avrebbero voluto aspettarlo sveglie perché tutte eccitate dal gesso, avevano anche deciso cosa scriverci sopra (frasi molto affettuose e tanti cuoricini), ma non hanno per fortuna resistito.
La mattina seguente la mamma delle bambine (sì! proprio lei!) ha mandato sul telefono della grande un video dei minions a Pietro per augurargli buon compleanno, lui le ha risposto con un messaggio vocale, e lei gliene ha rimandato un altro con un bacione e un “riguardati con il piede, tesoro”.

Gli ultimi due giorni li ho passati in casa tenendo un bambino immobile e con la gamba sollevata per far seccare il gesso, e grazie a Dio domani tornerà a scuola, ché fra tonsillite e infortunio ha già perso dieci giorni.

Questo lungo e faticoso week-end mi ha fatto tanto riflettere: ho per la prima volta percepito nettamente che siamo tanti, siamo uniti, e siamo una forza quando siamo tutti insieme e in modo così compatto e armonioso.
So che ci saranno altri scleri, altre invidie da parte della mamma delle bambine, qualche piccolo scazzo col mio ex, perché è naturale che questo accada, d’altronde se ci siamo separati più di un motivo ci sarà stato, ma in questa occasione ho visto davvero l’impegno di tutti e ho visto tre bambini veramente felici, allegri, rilassati. Le bimbe finalmente spontanee anche con la madre, a cui mandavano foto nostre e del bambino ingessato che faceva le corna, lei che rispondeva che erano bellissimi tutti e tre.

A chi si chiedesse: quindi è possibile?

Rispondo che sì, lo è. Non è facile, per niente, ma lo è, e nel nostro caso questa brutta avventura ce lo ha dimostrato.

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Ricomposizione

La neve stamattina, nella piccola città del Sud dove splende sempre il sole e il clima è mite, ci ha portato due bambine.
Incappucciate, sciarpa, guanti, guance rosse, grandi sorrisi e baci buttati attraverso il vetro della macchina.
Allegre, affettuose, appiccicose, spiritose, piene di idee e iniziative carine.
Le bambine che conosco io, le figlie del mio amore.
La grande perfettamente guarita dal brutto raffreddore, la piccina sana come un pesce.

La nostra strategia, mia e di Marco, ha funzionato. Ieri abbiamo fatto finta di nulla, le abbiamo cercate solo per un saluto e per sapere come stavano. Nessuno ha insistito affinché tornassero. 
E nel frattempo io lui e il mio bimbo siamo andati al cinema, divertendoci tantissimo. Cinema, pop corn, giochi a casa e cenetta tranquilla.

Il dopo cena ancora più tranquillo da soli, perché, come diciamo sempre, la coppia è tutto, è la base, e la nostra per noi più importante di ogni altra cosa.
Mentre eravamo a letto abbiamo ricevuto anche una mail che aspettavamo da tempo, e pieni di meraviglia abbiamo stappato una bottiglia di champagne per festeggiare degnamente.

La sera la Signora al telefono aveva annunciato che da stamattina le bimbe sarebbero tornate, spiegando al suo ex che lei si era molto arrabbiata con loro e non aveva capito il voler tornare a casa dell’altra sera. Che le aveva rimproverate ricordando loro che il padre aveva preso apposta ferie per stare tutti insieme (anche a noi!) e che non facessero storie col dormire o con le regole. Che ognuno aveva le proprie regole e modo di vivere, e loro avrebbero dovuto adattarsi.

Rinsavita, direte voi. Pazza completa, forse penserete.
Noi abbiamo sorriso perché anche se ogni tanto ci spiazza con questi giochini, di base la conosciamo bene, e dopo un suo certo primo momento di giubilo e 1-0 per lei (nella sua testa), sicuramente vedendo che noi non solo non ci siamo arrabbiati, ma neanche abbiamo insistito per riaverle, anzi, abbiamo continuato la nostra vita come niente fosse, si è resa conto che per lei le vacanze sarebbero finite qui.
Chiusa in casa con due bambine annoiate che diventa sempre più complicato portarsi appresso per locali notturni (anche perché qui fa veramente freddo adesso).
Finite le uscite, le serate con boccali di birra grandi quanto lei, gli amici sbandati, e due bimbe appiccicose e raffreddate in giro per casa.

Quindi dalle dieci di stamattina siamo di nuovo tutti e 5.
Stiamo bene, ridiamo, i tre bambini hanno inscenato un ristorante che si chiama Super Delizie, hanno scritto tutto un menù reinventando quello che stavo preparando io, dandoci anche i soldi finti per pagare, ci hanno inchiodati al divano davanti a un loro spettacolino che solo chi ha figli di età scolare può comprendere quando sia stato soporifero e infinitamente lungo in un post pranzo di sonnolenza e agognato bisogno di relax, ci hanno costretti a una visita guidata della “Grotta Cinese, grotta americana e grotta del morto” (quest’ultima era il bagno).
Sono buffi, sono fantasiosi, instancabili (troppo), creativi.

La bufera di neve che si è scatenata questo pomeriggio li rende euforici, vogliono costruire un pupazzo, non capiscono che siamo sul mare e la neve qui non attacca.
Ma domani faremo loro una sorpresa: li sveglieremo presto e li porteremo su un altopiano dove sta nevicando da ieri, e saranno pupazzi, foto, pallate, neve nei capelli, neve mangiata, mani ghiacciate, piedi zuppi, risate, tante.

Poco fa ho acceso il camino per la prima volta in questa casa, io che sono esperta perché ho abitato qualche anno in campagna, e i bambini sono impazziti.
Il mio nome riecheggia in continuazione: Chiara vieni, Chiara corri si sta spegnendo!!, Chiara soffia, Chiara guarda la pigna come ha preso!, e nonostante stia scrivendo e abbia tanta ma tanta voglia di finire questo post, mi alzo e vado da loro, felice come non mai, per questa nostra bella e inaspettatamente perfetta ricomposizione.IMG_1915