Fidanzarsi con un uomo separato che ha figli: piccole regole di sopravvivenza

Mi arrivano ultimamente tante mail, tanti messaggi, di donne che stanno iniziando o hanno una relazione con un papà single, in cui mi si chiede il segreto per una convivenza felice e serena, per riuscire a incastrare emozioni, sentimenti di tutti i tipi, figli (a volte entrambe le parti), ex mogli, case e momenti liberi, e quello che emerge da queste lettere è una grande confusione, soprattutto dal punto di vista emotivo, una poca chiarezza dei ruoli di ognuno, una grande paura e un senso di solitudine, spaesamento, timore di sbagliare, rancori accumulati e inespressi che rischiano alla lunga di minare la buona riuscita di relazioni di questo tipo.

Inutile dire che mi immedesimo in un ognuna di queste donne, perché come ho scritto più volte in questo blog, la famiglia allargata può essere una realtà meravigliosa e ricchissima, ma anche insidiosa e complessa.

Diciamo che bisogna giocarcela bene fin dall’inizio, perché gli errori sono meno perdonati (da tutti i componenti, persino quelli esterni), rispetto alla famiglia tradizionale, in cui si è già familiari, già legati dalla nascita e da una parentela forte e quindi tutto è più facile, perché i sentimenti sono dati per scontati, la fiducia pure e l’amore già costruito senza fatica alcuna.

Vorrei provare in questo post ad elencare, in ordine sparso, qualche regoletta che ho imparato e che può essere utile per non cadere in errori fatali che potrebbero compromettere tutti i vostri sforzi e i risultati raggiunti.

Queste piccole regole ovviamente le ho pensate e scritte per bambini dagli 0 ai 12 anni circa, perché questa è la mia esperienza. Quando sono più grandi, quindi ragazzi, le cose cambiano un po’ e allora affidatevi al vostro buonsenso, o in qualche modo ne riparlano.

Appena potrò, inoltre, scriverò anche un post ‘dalla parte’ delle ex mogli, essendo pure io una ex moglie che ha un bambino.

Ecco dunque il mio elenco di regole, a cominciare da quella che secondo me è la più importante

  1. La ex moglie, che è quindi la mamma dei figli di lui, è sacra. Mai mai mai vi scappi detta una battuta, una presa in giro, un’offesa per la Santa Madre. Perché anche se per voi è una stronza, una scoppiata, una donna instabile, diseducativa e maligna, i bambini, i ragazzi, la amano perché è la loro mamma, e voi, ricordatelo sempre, siete un ‘in più ‘, anzi, all’inizio potreste anche essere considerate delle usurpatrici del ruolo materno (da lei e dai figli), o una persona che è arrivata a rubare l’affetto del padre. Quindi se non volete rovinare tutto e definitivamente, la ex moglie è intoccabile. In privato poi col vostro uomo potrete dirne di cotte e di crude, ma attenzione che i figli, che hanno mille occhi e mille orecchie (specie in questi casi) non vi sentano! Questo vale anche nel caso che gli stessi figli vengano da voi a lamentarsi di lei: voi siate diplomatiche e non vi venga in mente di approfittare del momentaneo litigio fra madre e figli per parlar male di lei, perché anche questo, poi, vi si ritorcerà contro. Quindi la regola numero 1, riassumendo, è semplicemente questa: ‘la mamma è sempre la mamma, e non si tocca’.
  2. I figli di lui. Soprattutto se siete all’inizio del vostro amore, passate più tempo che potete con i di lui figli: conosceteli, siate aperte al dialogo, interessatevi alle loro cose, in modo sincero e affettuoso. Da mamma vi dico che nessun bambino è un mostro: ci sono solo bambini spaventati, bambini che hanno paura di affezionarsi a persone che temono spariranno dalla loro vita, perché come si sono lasciati la mamma e il papà potrebbe succedere anche a voi, ci sono bambini che hanno paura che se vi amano faranno un torto alla mamma e hanno un conflitto interiore che sembra loro insanabile, ci sono bambini che sono semplicemente timidi e riservati e fanno fatica ad aprirsi. Ma sono i figli del vostro compagno, dell’uomo che amate, sono parte di lui e lo saranno per sempre, provate a vederla da questo punto di vista. Non sono vostri rivali, sono solo creature che hanno bisogno di persone affettuose, stabili e coerenti intorno a se’. Dedicate loro un po’ del vostro tempo, evitate almeno all’inizio effusioni esagerate col vostro compagno in loro presenza, dimostrategli che siete felici di fare qualcosa che li coinvolga, e piano piano, nel tempo, andrà bene. Ricordate sempre la volpe del Piccolo Principe.
  3. Non pensate mai, e con mai intendo MAI, a sostituirvi ai genitori, neanche se ci vivete insieme. La mamma ce l’hanno e il padre anche. Se c’è da fare qualche appunto, è sempre meglio che lo facciano loro, non voi, che potreste passare dall’Olimpo agli Inferi della Terra in un nanosecondo. Se proprio non resistete, o siete sole con i bambini, e quindi vi tocca, mi raccomando, la massima delicatezza e dolcezza. Certo se, per dire, due fratellini si stanno tirando oggetti contundenti o uno di loro si butta in mezzo ad una strada trafficata e non c’è il vostro compagno con voi, è vostro dovere intervenire, e anche fermamente, ma sono casi in cui i bambini stessi sanno benissimo che il vostro intervento era necessario e doveroso.
  4. Nella famiglia allargata, se tutto va bene, si va un po’ a fasi, che nel nostro caso sono state tutte in divenire, ma è chiaro che in questa progressione in positivo, essendo i componenti del nuovo nucleo tanti e variegati, ci sono a volte regressioni, cambiamenti, stravolgimenti di tutto quello che sembra(va) acquisito. Ecco. Cercate, lo so che è difficilissimo, sconfortante e a volte snervante, di abituarvi un po’ a questi alti e bassi, mantenendo voi e il vostro compagno l’equilibrio, perché se vi perdete voi, tutto si perde. I nostri figli sono tre in tutto, le età e le personalità sono diverse, e ogni anno c’è qualche novità, qualche “nuovo astro che sorge”, mi riferisco a gusti, scatti di crescita, amicizie, crisi varie, c’è sempre uno dei tre che in una vacanza rompe di più, che si lamenta, che è geloso, ci sono alleanze a volte fra le due sorelle, altre fra i piccoli, altre fra il mio e la grande, c’è sempre qualcuno che si sente escluso e quindi rompe. Succede anche nelle migliori famiglie, in quelle allargate si tende a tollerare di meno, vuoi perché non sono figli tuoi, vuoi perché sei in vacanza e avresti voglia di fare la famiglia del mulino bianco, vuoi perché avresti voglia di stare per mano al tuo uomo ma una figlia ha deciso che per tutti i dieci giorni la mano gliela darà solo lei. Ebbene: PAZIENZA. I bambini sono fatti così, e i figli di separati ancora di più. Subiscono tanto le influenze esterne, magari la loro mamma in quel periodo è nervosa, o non presente, o ha trovato un uomo e non pensa ad altro, o ha trovato un uomo di cui è innamorata ma che non la considera e quindi è isterica con le figlie, vai a sapere tu, però questo si riflette inevitabilmente sui figli e di questo soffrono e lo esternano in tutti i modi possibili. Ci vuole pazienza, empatia e tenerezza. Se la tenerezza non vi viene spontanea, perché siamo umani, e non sono figli nostri, quindi tolleriamo meno, abbiate almeno pazienza. Anche per il vostro rapporto di coppia: perché se non sopportiamo i bambini, se troviamo poco spazio per noi (perché magari siamo partiti tutti insieme e ci aspettavamo qualcosa di diverso), se poi quando la sera finalmente i pargoli dormono ci mettiamo pure a litigare perché rinfacciamo al nostro uomo che la figlia/il figlio rompe le palle, bé, è chiaro che non si potrà andare molto lontano.
  5. La coppia. Questa regola segue e si collega alla 4: la coppia sta alla base di tutto. Voi, tu e lui, siete le fondamenta di una casa grandissima difficile da costruire, una casa che può diventare bellissima ma che nasce su un terreno scosceso, o dissestato, che va piano piano reso stabile prima di mettere su mattoni, e questo lo potete fare solo voi che siete grandi. I bambini devono camminare sicuri sul pavimento di questa casa, senza trovare ostacoli né inciampare, perché si potrebbero fare molto, molto male. E siccome di male ne hanno già subito (a volte tanto a volte tantissimo), bisogna preservarli. Sempre. Quindi io, per la mia esperienza, consiglio sempre di aspettare, di non avere fretta nel presentarsi vicendevolmente i figli, e tanto meno di andare a vivere insieme. Non è che se non si vive insieme ci si ama di meno, no? D’altronde con grande probabilità venite entrambi da matrimoni falliti, quindi convivenze come minimo di anni, si può aspettare ancora un po’ prima di stabilirsi a casa dell’uno o dell’altra, che dite? Certo, qualcuno mi dirà che ci sono ragioni anche economiche per cui vivendo insieme si dimezzerebbero le spese, ed è vero, ma io penso che valga sempre la pena fare qualche sacrificio in più e aspettare comunque, se davvero si pensa che questa sia la Storia adatta a noi e che si vuole portare avanti. Date tempo alla vostra coppia di crescere, conoscetevi bene prima voi due, fate di nuovo i fidanzatini e quando siete soli dedicatevi a voi, a cenette in casa o fuori davanti a un buon vino e a un camino acceso (vabbè, qualcuno ce lo avrà un camino! 😉 ), oppure davanti a un tramonto estivo in riva al mare, week-end fuori porta e fughe anche non lontano da casa, ma romantiche e dense di passione, che dopo tanti anni di matrimonio o di solitudine ci stanno pure bene, c’è da rifarsi di taaaanto ses… ehm… tempo perduto. E poi parlate, parlate tanto, chiarite prima cosa vi aspettate da questa relazione, perché se lui, ad esempio, cerca una badante o una baby-sitter e voi non avete figli e non ci pensate neppure, anche ciao, ma se il progetto inizia ad essere comune, vi prego e mi raccomando, il dialogo. Da non arrivare a quando si conoscono i bambini ed esclamare terrorizzati: e ora?? Ma io non volevo questo, non mi aspettavo questo! E desiderare solo di riavvolgere il nastro e tornare indietro nel tempo.
  6. La regola numero 6 riguarda le modalità e il rispetto dei tempi nella conoscenza dei figli di lui/lei. E per questo vi rimando al post che scrissi proprio sull’argomento. Questo
  7. La Gelosia. La gelosia è un sentimento che affiora sempre un po’ da tutte le parti nella famiglia allargata. A volte sono gelosi i bambini di voi, a volte fra di loro (come fra fratelli comunque), a volte sarete gelose voi di loro (ammettiamolo, capita eccome). Quello che posso dirvi, è che è un sentimento totalmente inutile, capisco che capiti, ma cercate davvero di tenerlo a bada, perché distruttivo e basta. Non aiuta, non serve a nulla, e mina i rapporti. Se ci pensate non avete motivo di essere gelose dei figli di lui. Loro sono i suoi figli, lui li ama ma di un amore diverso da quello che prova per voi. Non c’è un di più e un di meno. Molti padri sono disintegrati dai sensi di colpa per la separazione e la sofferenza dei bambini e tendono quindi ad essere troppo permissivi con loro, ad accontentarli in tutto, altri vorrebbero stare con loro più tempo possibile (e magari in questo modo ne tolgono alla coppia), ecco: sappiate che sono sentimenti del tutto legittimi. Cerchiamo di non giudicare un uomo che soffre, semmai aiutiamolo, se ci riesce, cercando di essere dalla sua parte, non contro di lui, cercando, non so, di organizzare cose che possono fargli piacere quando siete tutti insieme: una giornata al parco divertimenti (anche se odiate le montagne russe e quei personaggi Disney o simili con cui tutti si fanno la foto), un pic-nic in collina (i bambini adorano i pic-nic, e basta così poco: un cestino, una coperta, qualche pietanza preparata in modo carino, ci sono tanti siti con ricettine facili facili che colpiranno molto i piccoli e daranno colore al vostro pranzo), un pomeriggio al cinema con pop-corn e bibita e tante risate, e magari subito dopo cena al fast-food, che una volta non fa male e chi se ne frega dei grassi e dell’olio di palma, intanto siamo stati tutti tanto bene e abbiamo messo un mattoncino in più alla costruzione della nostra famiglia. Aiutatelo, se lo vedete in difficoltà, ad avvicinare i figli, a far sì che loro vengano volentieri anche da voi (si sa che per le mamme le cose sono più facili, perché in genere i bambini restano domiciliati da loro e il padre prende un’altra casa che a volte i piccoli non amano o non sentono loro), perché voi siete una figura positiva e che dà allegria alla casa e affetto a loro. Sarete ripagate con tanto ma così tanto amore, che forse neanche una mamma prova un tale senso di appagamento e benessere del cuore.

Per oggi è tutto. Avrei voluto scrivere 10 punti perché sarebbe stato più carino, ma mi sono venuti questi 7 e i bambini mi reclamano, siamo all’ultima settimana di vacanza tutti insieme e ci sono tante cose da fare. Come sempre non scrivo per mesi e poi scrivo due post in due giorni, perdonatemi, spero questo autunno di avere più costanza!

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“E se diventi farfalla nessuno pensa più a ciò che è stato quando strisciavi per terra e non volevi le ali.” Alda Merini

Dopo una estate diciamo movimentata, tre mesi passati volontariamente (questo devo dirlo,  non mi aveva costretta nessuno) al Sud per stare vicina al resto della famiglia almeno nei mesi in cui in teoria si dovrebbe essere più liberi, mesi che si sono rivelati faticosissimi per me, e di conseguenza per il mio uomo meraviglioso, in cui mi sono pure ammalata (la forza della psiche), non paga della fatica,  dell’ansia, della poca sopportazione di tutto, a ottobre decido che sarebbe bellissimo andare a sciare tutti insieme a febbraio.

Masochista o forse solo ottimista, chi lo sa, comunque prenoto tutto: casa in Trentino,  figlio, aerei per loro. Il fidanzato mi segue in questa ventata di incosciente e audace allegria e prenota pure lui le figlie per la settimana di carnevale.

Nel frattempo ritiro gli esami, ne faccio altri, mi sottopongo pure ad una risonanza magnetica dalla quale si evidenzia che non ho nulla al cervello (che cosa buffa), concludo che è stata l’estate a farmi ammalare e che forse non sono così portata per fare la mamma, la matrigna, per avere una famiglia, non solo mia, ma tanto meno allargata. Nel frattempo,  o contemporaneamente, il mio uomo si paralizza e mi comunica che no, la vacanza non si farà, che non ci vedremo più tutti insieme per tanti giorni perché anche lui è stato male,  ha sofferto e si è stancato in modo abnorme l’estate passata, non se la sente di ripetere l’esperienza. È categorico e risoluto.

Ecco. Io non so cosa mi sia scattato in quel momento, forse ho semplicemente capito,  vedendo le cose dall’esterno, con lucidità e la rinnovata serenità, che era il momento di prendere la situazione in mano e rimettere a posto le cose.

Perché, estate a parte, prima andavano bene, cosa è successo e perché?

Ho iniziato un duro lavoro su me stessa, ho scritto tanto, analizzato, ho letto un libro bellissimo che mi ha aperto gli occhi su tante cose e che consiglio a tutti, proprio a tutti,  perché illuminante (La forza della gentilezza, di Piero Ferrucci), ho trascorso due mesi cercando di aprirmi, di calmare la mia ansia al pensiero della famiglia riunita, cercando di capire che non c’è nessuna minaccia da cui devo proteggermi,  e poi ho dovuto convincere lui,  il mio amore.

Non ho fatto tutto in un giorno, anche con lui ho cominciato da lontano, parlandogli di quelli che credevo fossero i miei progressi, di quello che avevo compreso, degli errori fatti e mai più da ripetere, senza promettere nulla,  perché non me la sentivo, avevo troppa paura di sbagliare e di fare promesse che non avrei potuto mantenere.

Ma lui niente. In montagna non si va.  Piuttosto pago l’appartamento,  ci vai tu,  ci andiamo io te e tuo figlio,  ma tutti insieme no.

Questo a due settimane dalla partenza.

Così un giorno l’ho fatto. Ho promesso.

HO GIURATO proprio.

Ho giurato che sarebbe andato tutto bene,  che sarebbe stata una bellissima vacanza e se così non fosse stato,  me ne sarei andata con la scusa di un lavoro improvviso da fare o altro.

Lui si è fidato, deve avermi vista così determinata che mi ha dato l’ultima possibilità.

Mi affido a te.

Col peso di questa immensa responsabilità, perché volevo farcela ma non ero affatto sicura che sarebbe andato tutto bene –anzi–  ho respirato a pieni polmoni e ho iniziato a fare le valigie,  perché davvero si era davvero fatta l’ora di partire.

Non posso raccontare gli incubi che hanno abitato le mie ultime notti prima che arrivassero loro tre dal sud, un po’ li ho scritti, un po’ li ho rimossi, ma erano accomunati dall’ansia, dagli imprevisti nefasti, popolati da persone cattive che tornavano dal passato per rovinarmi il presente. Esorcizzo la paura, ho pensato, e ho continuato a riempire borsoni di lenzuola,  asciugamani, tute e abbigliamento da sci per tutti.

E poi un giorno sono arrivati. Sono andata a prenderli in aeroporto, e le bambine mi sono corse incontro abbracciandomi  e ubriacandomi  di parole,  sorrisi,  confidenze.  Abbiamo noleggiato una grande monovolume,  raggiunto il mio bambino,  e siamo partiti alla volta delle Dolomiti.

Com’è andata?

Benissimo.  Meravigliosamente,  perfettamente,  come mai mai mai avrei potuto immaginare.

Non so se sono stata io, che forse sono cambiata, non so se i bambini sono cresciuti e sono cambiati loro, non so se sia stato l’inverno, che è la mia stagione, o la montagna,  che è  la mia dimensione, ma tutto è  filato per il meglio.

I bambini in macchina non si sono sentiti, e le ore di viaggio sono state almeno 4: i piccoli hanno giocato insieme con il mio ipad, condividendo giochi di azione (alternandosi senza mai litigare) e giochi di parole, come i crucipuzzle o la parola da indovinare o il gioco dell’impiccato, mentre la grande ha ascoltato musica e guardato semplicemente fuori dal finestrino, assorta in chissà quali pensieri di preadolescente.

Avranno fatto la famosa domanda che tutti i genitori temono e che in genere arriva dopo dieci minuti di viaggio, quando arriviamo?, forse una volta. Ci siamo fermati quasi alla meta per ammirare una vallata con un tramonto mozzafiato insieme a loro e un’altra per andare a vedere una cascata ghiacciata, per il resto un viaggio da non accorgersi quasi di averli, se non per le grasse risate dei piccoli mentre giocavano.

Noi due abbiamo avuto tanto tempo per chiacchierare,  durante la mattina mentre i bimbi facevano scuola di sci (siamo pure riusciti ad andarcene un’intera mattinata a sciare da soli nonostante una forte nevicata e scarsissima visibilità), anche durante il giorno e i viaggi,  incredibile! Addirittura non volevano venire neanche a fare la spesa,  preferivano essere lasciati a casa da soli a giocare.

Siamo molto felici di questo risultato,  perché stiamo imparando a stare tutti insieme ma con l’indipendenza individuale di chi si ama ed è sicuro dell’amore che riceve. Io lo trovo bellissimo. E mi stupisco perché non so proprio come ci siamo arrivati. Forse piano piano, senza che neanche ce ne accorgessimo, perché i cambiamenti, quelli profondi, avvengono nel tempo, non senza cadute, delusioni, involuzioni, momenti di sconforto. Sarà stato così anche per noi. Ma che bello adesso!

Spero di riuscire a scrivere di nuovo quanto prima,  mi scuso con tutti gli amici di blog a cui non sono materialmente riuscita a stare dietro, è che sto lavorando tantissimo, anche dopo cena, e quando non lavoro sono in viaggio o indaffarata a fare la mamma, mi resta davvero poco tempo libero,  ma vi leggo con piacere anche se non riesco a  commentare sempre.

Il mio lavoro di fotografa procede alla grande,  mi sto specializzando nella fotografia di neonati,  minuscoli fagottini di pochi giorni di vita,e durante l’ultimo shooting mi sono sentita dire così: tu quando fotografi i neonati sembra che fai un mandala,  o uno di quegli album da colorare per rilassarsi, eppure è un lavoro lungo e spesso sfiancante, fatto di attese, momenti morti, pianti, pause, scatti rubati…

Sarà terapeutico pure questo!  

A presto allora, spero con tante belle notizie.d87eced94f85a878ce67a79d5df81a8c

Un fratellino per tutti

Tra una cosa e l’altra si è fatto quasi dicembre.

Tutto procede, con piccole e grandi gioie, tanto lavoro (e molto soddisfacente, per fortuna), pochi viaggi miei (e tanti di lui), una riunione familiare al Sud che è la normalità ma che ci fa sentire sempre più famiglia, e poi le solite cose: la scuola, lo sport, la musica.

Il mio bambino ha smesso ormai da mesi il violino e ha manifestato il desiderio che gli insegni io il pianoforte. Quasi ogni giorno pretende una lezione: è pignolo, preciso, puntiglioso, e forse sono tutte caratteristiche di chi voglia imparare bene uno strumento (e non solo quello), io stessa ero così e sono arrivata al diploma. Chissà, vedremo. Per me non è importante, mi piacerebbe sì che imparasse a leggere e a capire la musica, ma che ci si divertisse e che fosse per lui solo un piacere.

Ai colloqui a scuola le maestre ci hanno voluto parlare di lui dal punto di vista delle amicizie, della socialità, del comportamento nel gruppo, perché il rendimento è ottimo (grazie al cielo) e non hanno niente da dire.

Pare che mio figlio sia un abile giocatore delle tre carte, un mercante scaltro ed esperto (non ci capacitiamo da chi abbia preso), che riesce, con la dialettica e l’insistenza (quindi prendendoli per sfinimento) a farsi dare merende e oggetti dai bambini più ingenui e timidi, che però poi giustamente si pentono e vanno a lamentarsi dalla maestra.

Il giorno del colloquio io e il padre abbiamo parlato a lungo con lui, non so quanto è passato delle nostre parole, forse nulla,  forse si vedrà col tempo.

Io però dovevo andare in fondo a questa cosa, e allora la sera, poco prima di dormire, come facciamo sempre, sono entrata con lui nel letto, e tutti abbracciati e attorcigliati al calduccio del piumone, abbiamo chiacchierato un po’.

“Ma tu senti che ti manca qualcosa? Che gli altri bambini siano più fortunati di te?”

(Sensazione immediata di essermi tirata una martellata sui piedi, per di più all’ora in cui bisogna dormire)
“Sì, penso che gli altri siano più fortunati”

(Panico. Come più fortunati? Da quando pensa questo? Respiro.)

“Più fortunati in che senso, amore? Fammi degli esempi.”

“Perché gli altri hanno un fratello e io no. Per esempio Giacomo ha due sorelle grandi che sono amorosissime con lui.”
“Davvero pensi questo? Mi hai sempre detto che eri felice di essere figlio unico, che non invidiavi affatto tuo cugino o quelli che hanno fratelli tra i piedi… Anche Giacomo è vero, ha due sorelle, ma deve dividere con loro l’affetto dei genitori. Tu hai tutto l’amore per te.”

(Vediamo il bicchiere mezzo pieno, anche perché ormai non c’è rimedio)

“Sì, ma proprio perché sono grandi, ormai hanno la loro vita, e i genitori quando non lavorano si dedicano tutti a Giacomo.”

(Non se ne esce così)

“Allora pensa questo. Tu hai me, hai Marco, hai papà e la sua fidanzata, e poi hai le bambine di Marco, pensa quanti affetti hai, le bambine sono un po’ come due specie di sorelle, che dici?”

Ci pensa. E si illumina.

“Ah, è vero… però… però se tu e Marco faceste un bambino vostro, allora questo bambino sarebbe come l’unione delle nostre due famiglie, perché ci sarebbero Marco, le bambine che sono solo sue, tu e io, che sono solo tuo, e questo bambino che sarebbe vostro e nostro fratello”

“Ah”. (Pensieri misti, confusi, stupore, ricerca di risposta veloce e non idiota)

“Quindi ti piacerebbe un fratellino da me e Marco. Ma non saresti geloso? Tu di Isabella, tua cugina piccola, sei ancora gelosissimo, dovrei dare tante attenzioni a questo bambino”.

(Ora lo frego)

“No perché starebbe con noi qui, non con loro.”

(Ora lo frego davvero)

“Eh, che c’entra, non saresti geloso delle bambine, ma di me sì, perché mi dovrei occupare molto di un poppante che richiederebbe la mia attenzione sempre, pensaci bene”.

(Sudore)

No perché questo fratellino avrebbe la mia età. O forse sarebbe più grande.

Ho iniziato a ridere, e lui con me, di cuore.  Abbiamo scherzato sulla macchina del tempo, sul film Ritorno al futuro, perché lui è piccolo, forse emotivamente più piccolo dei suoi 8 anni, ma è intelligente e inizia già a capire l’ironia.

Poi l’ho baciato a lungo sulle sue guancine morbide, sui biondi capelli profumati, fregandomene del fatto che si sente grande e non vuole più baci, l’ho abbracciato e annusato tenendogli quelle manine calde e appiccicose, pensando che sì, è vero, sarebbe bello avere un altro bambino in famiglia, un piccoletto a congiungere tutti e cinque in un’unica vera famiglia, nell’accezione più romantica del termine, sarebbe bello sentire di nuovo in casa la risata cristallina e innocente di un bebé che ancora non sa nulla del mondo, e che è felice solo perché tu lo ami, gli sorridi, ti occupi di lui, ma no, non lo faremo.

Adesso è tempo di noi cinque, di coltivare e accrescere la nostra conoscenza, il nostro amore, è tempo di vacanze da grandi, di settimane bianche, sciando tutti insieme, senza neonati da badare, è tempo di fughe a due e di coppia innamorata come il primo giorno, è tempo di libertà per noi, e fra poco anche per voi, cari figli.

Abbiamo due nipotine nuove in famiglia, forse un’altra (o un altro) in arrivo l’anno prossimo: facciamo gli zii, facciamole ridere, volare in aria, riprendiamole, ma poi torniamo a essere noi cinque, con i vostri discorsi a volte strampalati, con le rispostacce da preadolescenti, con i compiti da fare, i giochi da tavola, i video di Natale che, come da tradizione, ogni anno giriamo per gli amici e i parenti, i nostri voli, i nostri progetti, e la nostra speranza, ormai comune, di riuscire prima o poi a ricomporci una volta per tutte. Prendendo finalmente gli aerei solo per andarcene in vacanza.

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Uomini separati, famiglie ricostituite e figli vari. Appunti.

Ho appena ritirato i risultati delle analisi, e non c’è alcun errore di laboratorio: i valori sono quelli e mi appresto quindi ad andare in fondo alla cosa. Però non ho voglia di angosciarmi, tutti mi dicono che non mi devo preoccupare, e quindi non mi preoccupo finché non c’è da farlo. 
Ho scritto così un post-utility per le famiglie componibili, allargate, ricomposte, per chi vi si avvicina e desidera prima o poi esserlo. Qualcosa che possa seguire il primo (questo) e racconti come sono andate le cose fra mio figlio e le bambine del mio fidanzato.

Quando si comincia una nuova vita con un compagno che ha già figli, e anche noi ne abbiamo, ci si trova a far convivere bambini che prima non si conoscevano, probabilmente molto diversi fra loro, con abitudini diverse, vite diverse (a volte diametralmente opposte), e nella nostra immagine fantastica e stereotipata della famiglia ricostituita, essi subito si ameranno e diventeranno, come per osmosi, fratelli.

Bene, sappiate che non sarà così. E che all’inizio soprattutto, si alterneranno con molta probabilità varie fasi nei loro rapporti.

Posso raccontarvi come è stato per noi. I bambini si sono conosciuti quando ancora noi eravamo solo amici, insieme ad altre persone, altri bambini, e come primo incontro era andato tutto bene.

Quando noi eravamo già coppia e abbiamo cominciato a frequentarci tutti insieme, c’è stato un momento (fase) di iniziale euforia: i piccoletti probabilmente avevano capito tutto ed erano già innamorati di noi adulti (il mio del mio fidanzato e le bimbe di me), quindi nell’aria c’era una grande allegria, eccitazione, un innamoramento collettivo che ci faceva ben sperare e camminare a mezz’aria tutti quanti.

Non c’erano interferenze da parte degli altri genitori, del mio perché di base troppo pigro per interessarsi alla cosa, della di lui ex perché ancora forse non aveva ben chiaro cosa stesse succedendo.

Quando, dopo accurata preparazione, abbiamo annunciato loro che noi ci volevamo bene e che eravamo ‘fidanzati’ le cose sono rimaste sempre carine, facili, con la differenza che finalmente potevamo anche dormire insieme e smetterla con la pantomima di me che dormivo con mio figlio e lui con le sue o in salotto in un pouf.

Poi è arrivata l’estate, e la nostra prima convivenza lunga. Venti giorni a casa loro dopo la fine della scuola, evviva, non ci pareva vero!

E invece… Una gran fatica.

Gli orari diversi, le abitudini diverse, la stanchezza (mia), i problemi di sonno di entrambe le bambine (causate probabilmente da un fuso orario tutto italiano per cui avevano con noi e con la madre orari molto molto diversi) e quindi ogni sera erano tragedie greche (“non dormirò mai“, “non voglio dormire” “voglio andare dalla mamma così poi con lei usciamo“), le gelosie fra i piccoli che hanno cominciato a venir fuori prepotentemente, e allora erano scortesie, intolleranza reciproca, pianti, accuse, malesseri psicosomatici improvvisi, e noi due poveri cristi innamorati nel mezzo.

Abituati a stare insieme di base da soli, due fidanzatini dediti a fughe romantiche, reportage fotografici e lavori a tema, mostre, cinema, concerti, ci siamo ritrovati nel marasma più totale.

Con l’aggiunta della ex di lui che lo chiamava per digli che doveva sgridare ‘il bambino’, perché faceva i dispetti alla sua più piccola e che quindi la metteva su contro mio figlio, rafforzando l’idea che lui fosse tremendo e dispettoso.
Un circolo vizioso che pensavo non si sarebbe mai interrotto.

L’errore è stato illudersi, un po’ infantilmente, come quando da ragazzi sognavamo la famiglia e ce la immaginavamo come quella del mulino bianco (con tanto di macchina familiare e labrador) che tutto sarebbe andato bene da SUBITO, che loro si sarebbero amati, sopportati, rispettati, solo perché si erano in precedenza conosciuti e avevano provato simpatia.

La realtà è ben diversa. La famiglia allargata è un mondo meraviglioso ma anche tanto complesso. Ci vogliono il triplo e quadruplo della pazienza, della sopportazione, della tolleranza rispetto a una famiglia tradizionale, perché ci sono dinamiche diverse, persone diverse, individui che provengono da abitudini, a volte culture, lontane, ci sono gli ex che spesso ci mettono del loro per impicciarsi, per boicottare (noi devo che siamo stati fortunati da questo punto di vista ma anche bravi nel frenare sul nascere anche una embrionale interferenza), i bambini non diventeranno automaticamente fratelli, non si vorranno per forza bene, e a volte non proveranno neanche simpatia l’uno per l’altro.

Ci saranno gelosie trasversali: dopo i primi momenti di euforia da rinnovata armonia familiare, i figli saranno gelosi fra di loro (nel nostro caso il mio è ancora molto geloso quando le bambine vengono da me a chiacchierare di cose da donne o quando mi mostrano balletti, video, o qualunque cosa le riguardi), e a volte saranno gelosi di noi grandi.
(Non fate l’errore di essere gelosi VOI dei figli dell’altro: a noi non è successo, ma so che capita e mi sembra qualcosa di inutile, doloroso, e controproducente.)

La coppia sarà messa alla prova, perché passerà dalla fase che bello siamo innamorati, facciamo i fidanzatini, amiamoci, ci siamo solo noi, quanto siamo felici, a non poter neanche scambiare due parole perché almeno uno (se non di più) dei figli sistematicamente verrà a interrompere perché avrà una cosa importantissima e improrogabile da dire proprio in quel preciso esatto momento. Dovremo quindi riorganizzarci, armarci di logica, e, come due giocatori di tetris, riuscire ad incastrare il tutto in modo da avere ogni tanto qualche momento per noi, se non altro per chiacchierare dieci minuti fra adulti e di cose da adulti.

Sono convinta che l’amore e la costanza paghino sempre. Il tener duro, non perdere la testa, il restare fedeli a quello che noi siamo e che vogliamo portare avanti, senza cedere ai ricatti morali di nessuno (che siano figli o ex), cercando sempre il dialogo con i bambini, mediando quando c’è da mediare, amandoli e non giudicandoli mai.

I nostri tre adesso vanno d’amore e d’accordo, si vogliono davvero bene, e ce ne accorgiamo da tante piccole cose. Intanto ora si difendono l’un l’altro quando li sgridiamo, si alleano contro di noi compatti e risoluti, e comunque non più a fazioni (le sorelle contro il figlio unico). Se una delle due fa un torto al mio, ad esempio, l’altra prende le sue difese, supportandolo e riprendendo l’altra. Questo un anno fa non succedeva, e io, stupidamente, un po’ ne soffrivo. Giocano molto insieme, quando fanno progetti li fanno sempre per cinque, le liti ci sono ma riescono quasi sempre a sbrigarsela da soli e in fretta.

Non escludo che ci saranno altri cambiamenti, ma ora voglio godermi il momento. Va tutto bene, non è sempre facile, ma cosa lo è?

fratelli

Into the wild

È l’ultima notte nella minuscola casina bianca sita nella riserva marina protetta, a cinque minuti a piedi da un mare meraviglioso.

I giorni sono volati, e posso dire che è stata veramente vacanza, per me e per tutti i componenti di questa strampalata famiglia, che io nei momenti di crisi mi rifiuto di definire tale, ma che in realtà lo è, e lo è eccome.

Il discorso schiaffo (vedi post precedente) è stato brillantemente chiarito e archiviato, prima dal mio compagno di vita in una telefonata con ex e le due figlie in viva voce, in cui la piccina è stata messa di fronte alle sue responsabilità, e la ex umiliata in quanto superficiale e cattiva, e poi da me.

Un paio di giorni dopo le bimbe sono tornate da noi, mi sono corse incontro ubriacandomi di parole e sorrisi, affettuose anche più del solito, e io ho approfittato di un momento in cui la piccola mi si è avvicinata sorridente con la bici, per parlarle a quattr’occhi.

Ho esordito dicendole che le voglio molto bene, come a una nipotina (mai sia che se avessi detto “figlia”, presto avremmo ricevuto sms intimidatori della serie “La madre sono solo io!!!”), e che se davvero aveva pensato che le avessi tirato uno schiaffo anziché un buffetto sulla manina per toglierla dalla bocca mentre facevamo la foto e ridevamo tutti insieme, allora mi sarei sentita troppo dispiaciuta per lei e per quello che avrebbe provato in quel momento (discorso furbino, lo so, concedetemelo).

Poi una serie di varie ed eventuali sulla sincerità e sull’essere sempre trasparenti e leali fra noi, come era successo anche con la sorella (la quale chiaramente si era subito messa seduta vicino a noi a sentire) nella precedente vacanza: ci si era mandate a quel paese e la sera però avevamo fatto pace e tutto era finito a tarallucci e vino.

La grande rideva e confermava: “Vero, vero!” E giù occhiolini e sgomitate, da amica ad amica.

Con lei è amore dichiarato, senza se e senza ma.

Qualche giorno dopo ci siamo trasferiti qui. In questa piccolissima casina con un grande spiazzo davanti, con tavolo, sedie, una sdraio, tenda per il sole, cucina in un adiacente casottino, e doccia esterna. Una grande pianta di lavanda (deve essere il mio destino), muretti bianchi, altre piante fra cui oleandri, gerani, e citronella.


Attaccato al nostro, un monolocale gemello abitato da un padre lombardo separato con due figli neanche a farlo apposta dell’età dei nostri.

Sono stati giorni gioiosi, in cui non ci siamo fatti mancare nulla, compresi 5 giorni su 10 senza corrente elettrica perché qualcuno ha pensato di rubare un chilometro e mezzo di cavi di rame della rete aerea Enel, e non è stato facile riparare il guasto.


Immagino che sia difficile da credere, ma i giorni più belli e rilassanti sono stati per me proprio quelli senza luce. Frigorifero a parte, che è una gran rottura più che altro perché era complicato cucinare e conservare, abbiamo vissuto con i ritmi della natura.

La sera quando faceva buio avevamo delle piccole torce, ma piccole piccole, e con quelle si faceva tutto. Si chiacchierava intorno al tavolo mettendo un’insalatiera bianca su un bicchiere posizionato su una torcia, e si creava una lampada, andavamo a letto presto, ci svegliavamo altrettanto presto, e si arrivava in spiaggia in orari in cui non c’era quasi nessuno.

La notte, sopra di noi, un cielo illuminato solo da miriadi di stelle, anche cadenti. Io e lui ad osservarle sulla sdraio in giardino mentre i bambini dormivano.

Bellissimo.

Abbiamo preso il sole nelle giuste ore, diventando tutti nerissimi, e persino il mio bambino catarifrangente da quanto è bianco di pelle, adesso ha il segno del costume e mi sembra così strano!

Io, che non dormo la notte se prima non leggo, ho risolto iniziando “La storia” di Elsa Morante che mi ero scaricata sull’iPad prima di partire, pensando che non sarei riuscita mai a leggere su tablet piuttosto che su carta. Invece, non avendo alternative, ho abbassato al massimo la luminosità e mi sono goduta, nel buio pesto delle notti di campagna, la lettura di questo bellissimo romanzo.

Abbiamo vissuto sempre all’aperto: la mattina in spiaggia, poi doccia esterna e fredda per tutti, pranzo in giardino e, nelle ore più calde, prima compiti, poi agguerritissime partite a Monopoli, carte o altri giochi da tavola tutti insieme, anche con i vicini di casa. E forse questi momenti sono stati fra i più divertenti della vacanza.

Abbiamo riso, combattuto, c’è chi ha cercato di barare ed è stato scoperto, chi, avido, non guardava in faccia nessuno pur di comprare, costruire, riscuotere, chi faceva investimenti alla caz di cane e alle aste offriva più denaro di ciò che possedeva e quando si ritrovava a vincerle era costretto a vendere alla banca dei terreni… Mi sono divertita tanto anche a osservare come ragionavano questi bambini, tutti tra gli 8 e i 12 anni, intravedendo un po’ il loro futuro di ragazzi e di uomini, in qualche caso sperando che non fosse proprio così come sembrava, sempre sorridendo e pensando che queste sono alcune fra le cose belle dell’avere figli di questa età, io che temevo tanto la loro crescita e l’adolescenza.


Mi accorgo che adesso mi spaventa molto meno, perché ho imparato a conoscerli e a capire di loro tanti meccanismi: alla fine fanno tanta tenerezza perché da un lato sono piccoli e vorrebbero pure continuare a esserlo, dall’altro sono già grandi ed è troppo bello vedere che ci ragioni, che ti capiscono e che hanno, a momenti, gesti maturi e complici con te che sei l’adulto.

E che dire del tardo pomeriggio, quando noi andavamo in spiaggia fino a quasi il tramonto, e tutti tornavano indietro? La spiaggia tutta nostra, bagni infiniti, mare caldo e pulitissimo,  abbiamo giocato ore e ore col frisbee ad anello tanto che alla fine ci guardavano tutti tanto eravamo bravi. Tanti bambini, anche sconosciuti, si sono uniti a noi incuriositi. E il tempo è sempre volato.

La famiglia componibile non si è scomposta mai, neanche di fronte alle avversità dovute al distacco dalla corrente elettrica, agli incontri molto ravvicinati con ragni grandi quanto il mazzo di carte, viscidi millepiedi, qualche scarafaggio, e a una lotta impari a colpi di Cif spray con le formiche in cucina (lotta perdutissima: mai visto formiche così determinate e organizzate come quelle di campagna).

Siamo stati felici, felici e basta. Qualche arrabbiatura di lieve entità con i propri figli, io un paio di giorni col mio un po’ difficili per dei suoi modi sgarbati (e lì mi tocca dire che si è fatto molto influenzare dai milanesi vicini, che si mandavano affanculo ogni mezz’ora, fratello con sorella, figli col padre, padre coi figli, era proprio il loro modo di comunicare, perché a quanto pare si vogliono molto bene), ma rientrato tutto abbastanza velocemente.

Non ho sofferto di mancanza d’aria da troppa famiglia, e anche questo è strano e indicativo del mio stato di benessere di questa vacanza.

Ho avuto un paio di momenti in cui ho tentato di cogliere l’attimo e andarmene da SOLA in spiaggia a leggere (sempre quando il Monopoli si prolungava oltre le 17, cominciando dopo pranzo), ma sono stata regolarmente e rapidamente intercettata da una delle due bimbe “Aspetta! Vengo con te, ho proprio voglia di farmi un bel bagno!”
Ah. Ok, vieni, non disapprovo

E giù chiacchiere, ancora chiacchiere, bagni insieme, baci (ebbene sì, la grande ogni tanto viene e mi bacia, e io mi commuovo e penso che sia un miracolo), confidenze, frisbee (“Chiara ti devo allenare, così vedrai come diventiamo sempre più brave” “Veramente pensavo di legg… però sì, hai ragione, fammi un bell’allenamento che poi vedranno papà e gli altri come sono diventata brava”) e ancora frisbee…

Domattina tutto questo finisce. Si fanno i bagagli e ci si prepara per la terza e ultima parte della nostra lunga estate. Quella senza figli. Ancora un giorno e saremo soli.

Ce n’è molto bisogno, moltissimo, a questo punto.

Ho già un po’ di magone perché starò senza il mio piccoletto per lunghi 15 giorni, ma lui sarà col padre ancora al mare e si divertirà: me lo devo far passare e anche in fretta.

Io e il mio meraviglioso fidanzato abbiamo tanto da fare, da ora a fine agosto, e allora chiudiamo gli occhi e tuffiamoci senza più pensieri nel nostro prossimo futuro, che sarà emozionante e ricco come sempre di solo cose belle.

Ps. La televisione c’era, il proprietario l’aveva posizionata su un comodino.  Non abbiamo fatto in tempo ad entrare il primo giorno, che il mio uomo l’aveva già  nascosta in cima all’armadio. Nascondiglio ovviamente subito scoperto dai bambini ma abbiamo inventato loro che era rotta. (Solo una volta hanno chiesto come mai quella dei vicini invece funzionava, poi si sono arresi)

TORRE

Si naviga a vista.

Siamo di nuovo tutti insieme, nella città del sud, in attesa di trasferirci per una decina di giorni nella riserva marina, udite udite, in un monolocale tutto bianco, nella campagna assolata, fra alberi di fico grandissimi,  alberi di pesche, campi di pomodori, e ortaggi di tutti i tipi che i contadini vendono ai lati della strada sterrata.

In 5 in un monolocale, una bella prova eh?

Però questa casina è all’interno di un giardino, con tavolo e sedie fuori, tenda per il sole e cucina esterna, in un’altra costruzione sempre lì dentro, cosa che trovo al momento comoda perché non avremo odori dentro e chi si alza per primo potrà uscire a farsi il caffè senza svegliare tutta la banda.

Saremo a 5 minuti a piedi da una delle spiagge più belle della zona, che sì, sarà affollatissima, ma noi, potendo andare avanti e indietro, avremo anche meno il problema dell’ombrellone, del posto, di dove piazzarci.

Credo che ci vorrà tanto spirito di adattamento (di cui sono notoriamente poco dotata, cioè, mi adatto ma soffro), non so se sarà caldissimo, ma forse la notte meno che in città, non so come saranno le nostre giornate, ma adesso ho voglia solo di essere positiva.

Ho passato ieri e oggi un po’ come un’anima in pena, stravolta dal caldo e dalle preoccupazioni, quando in realtà non è successo niente di niente, anzi, solo cose belle e positive, perché i bambini sono stati degli angeli (quasi angeli), siamo riusciti a fare una gita in una baia meravigliosa con degli amici del nord che si trovavano in vacanza là, anche loro con figli, e quindi finalmente siamo riusciti a trascorrere una giornata di mare in grazia di Dio senza stare fissi con i nostri attaccati alle calcagna.

Nonostante tutto, mille presagi oscuri si manifestavano nella mia mente su come sarebbe stata questa metà di agosto fissi con i bambini, col terrore degli sbalzi di umore dell’adolescente, dei miei di conseguenza, di non riuscire a trovare momenti per noi due, un senso di soffocamento e un desiderio di addormentarmi sotto l’aria condizionata per svegliarmi solo il 14 di agosto.

Invece, come sempre, i fatti mi stanno smentendo. Mi devo dare pace: va tutto bene. E, vedendo e sentendo anche altre esperienze di famiglie ricomposte, mi rendo conto che davvero qui non ci sono problemi.

A parte quelli della semplice quotidianità: e quindi gli orari diversi, le abitudini diverse, le esigenze diverse, i diversi modi di essere genitori; abbiamo, credo, rispetto a una famiglia tradizionale, qualche complessità in più, ma che si affronta, se non si perde la testa.

Il mio equilibrio, quando arriva il panico, lo devo tutto a lui. Al mio compagno, al mio amore, che mi ama e mi prende così come sono, che sa che, soprattutto d’estate a fronte di lunghi periodi insieme, io spesso penso che non ce la farò mai ad arrivare a settembre viva, e riesce sempre con una dolcezza, una calma, una pazienza, una forza d’animo davvero non comuni, a sollevarmi dall’angoscia, a darmi coraggio, a lasciarmi i miei spazi per scrivere, riposare, rimuginare, ritrovare infine, da sola, la positività che ogni tanto va perduta. A lui devo tutto.

E anche ai bambini, sapete?
Perché a volte mi vedono sparire in camera mia, computer e tavoletta grafica sotto il braccio, con la scusa che devo lavorare un po’, e secondo me, ora che mi conoscono, hanno capito che in quei momenti sono arrivata, e nonostante tutto mi amano, mi vogliono bene,  e quando riemergo vengono a chiacchierare con me e mi raccontano le loro cose, mi fanno vedere i video che hanno fatto (pure carini oltretutto, non i soliti filmini noiosi che fanno a quest’età i ragazzini, sono molto creativi e pure spiritosi).

L’altra sera, insieme agli amici dopo la giornata al mare, mi sono presa in un negozietto di quelli che fanno le scarpe in cuoio a mano, dei sandali bassi color testa di moro alla schiava, molto belli e di classe, semplicissimi, con due fibbiette laterali appena sopra la caviglia, e la grande mi ha sussurrato: “Io da papà non ho neanche un paio di sandali”.

Le ho chiesto se ne volesse un paio di quelli del negozio, io stessa già ne avevo ai piedi alcuni che uso da anni per andare in spiaggia, in cuoio ma chiari, pur non sapendo bene se le sarebbero potuti piacere, dato che la madre è una persona dal gusto, diciamo, opposto al mio. E opposto non è un eufemismo.

Volete sapere cosa ha scelto e cosa porta da ieri senza mai toglierli dai piedi? Eccoli qua. E la foto delle “gemelle di scarpe” l’ha voluta fare lei.

Sandali

Un’adolescente fra noi.

Sono qui al sud da 10 giorni, giorni sereni, a volte un po’ faticosi, ma belli e tutto sommato facili rispetto a un anno fa.

La più grande e ormai manifesta differenza con l’anno scorso, ma anche rispetto a pochi mesi fa, è che adesso in casa abbiamo due bambini e una adolescente. 

I piccoli sono veramente piccoli: hanno appena finito la seconda elementare, e sebbene intellettivamente avanti, emotivamente sono davvero piccini. Sappiamo che lo sviluppo cognitivo non va per forza di pari passo con quello emotivo.

La ‘grande’ a settembre andrà alle medie e a parte qualche momento in cui è la solita casinista e ancora bimba gioiosa, si sta trasformando in qualcosa che riusciamo a riconoscere solo perchè abbiamo lontana memoria di quello che anche noi abbiamo attraversato alla sua età, ma quanto è difficile, a volte, starle vicino.

Io, lo ammetto, non sono pronta.

Non sono pronta ad affrontare l’adolescenza.

Come si fa?

Oggi abbiamo trascorso tutta la giornata con i piccoli in gita a trovare dei parenti, perché la grande aveva tutto il giorno allenamenti e prove del saggio di danza.

È stato un sabato rilassante, fatto di piccole cose, di discorsi da bambini, di vocine, di perché, di addormentamenti uno sopra l’altro in macchina, di baci e abbracci coi parenti, di cibo casalingo e leggerezza.

Tornati in città, ho preparato una buona e molto appetibile cena per avere la sicurezza che tutti fossero contenti e non rompessero, avendo poche energie e poca voglia di sopportare lagne varie.

La grande è arrivata a quell’ora, si è buttata sul divano con le scarpe sul bracciolo, e si è messa a giocare, o chattare, o a fotografarsi, che ne so (mi sembro mia nonna mentre lo scrivo), col cellulare, a mala pena ciao.

Sono uscita dalla cucina con le fumanti pietanze in mano dicendo allegramente senza ancora prevedere la tragedia che si stava per compiere: “Venite a tavola, è già pronto e apparecchiato in terrazza!”

I piccoli, inutile dirlo, erano già seduti a litigare su chi per primo avrebbe avuto la prima porzione di gâteau di patate; l’adolescente, occhi e dita fissi sul cellulare, ha sentenziato: io non mangio.

Da lì in poi il tempo è come volato, il padre che cercava di farle mettere giù le scarpe dal divano, io che uscivo e mi sedevo a tavola con gli altri due che chiedevano: “Perché non mangia?” E borbottii vari di commenti e supposizioni fra loro.

Io che li zittivo. Il padre che tornava a tavola e l’adolescente da dentro casa che ci diceva: “Guardate che vi sento eh, io lo so perché fate così, papà mi odia, se qualcuno a volte non vuole mangiare voi non gli dite nulla e a me INVECE, tanto ora scrivo alla mamma se mi viene a prendere“.

Abbiamo optato per non considerarla. Fosse stata mia figlia penso che sarei impazzita davanti a tanta maleducazione. Però non so se avrei fatto bene o male.

Non lo so perché non sono pronta, perché alla fine non conosco quest’età, che si fa in questi casi?

Davanti alla più assoluta irrazionalità, irragionevolezza, a una scheggia impazzita che dal nulla decide che vuole starsene sul divano a farsi selfie e a scriversi Whatsapp con le amiche e con la madre invece di venire a tavola con noi, che si fa?

È finita che non ha mangiato, che il padre si è chiuso in cucina con lei e le ha parlato. Le ha detto che se anche fosse stata davvero troppo stanca per mangiare (giustificazione da lei addotta al suo comportamento di stasera), avrebbe dovuto comunque sedersi a tavola con noi e in ogni caso essere gentile con chi la stava aspettando e aveva preparato anche per lei.

Poi le ha riportate dalla mamma, perché questi erano i patti.

So che poi lei in macchina ha pianto, si è disperata perché si è sentita dispiaciuta e triste, si è offerta domani di venire anche se era il giorno della madre per andare al mare tutti insieme, e così probabilmente faremo.

Quando sono rimasta sola con il mio bambino, sono andata da lui che era seduto sul dondolo in terrazza e leggeva un libro, e gli ho detto: “Mi prometti che resterai sempre così? Così dolce, così educato, così bravo, così gentile? Che non ti trasformerai?”

L’ho detto serenamente, quasi scherzando, ma dentro di me avevo il tormento di una situazione che non ho idea di come affronterò quando mi toccherà.

Lui mi ha risposto: “Guarda mamma che l’ho già promesso a papà, tre volte!” (E ha fatto 3 con la manina ancora grassoccia di bambino)

E cosa gli hai promesso?” (Sorridevo)

Gli ho promesso che non sarò uno di quei ragazzini che puzzeranno, che non si vorranno lavare, che risponderanno male ai genitori, come fanno quelli di 11 anni, insomma!”

Poi l’ho messo a letto, e sono rimasta con lui un po’ a scherzare, a giocare a un gioco scemo che facciamo noi la sera e che lo fa ridere tanto. E penso che ha 8 anni, e che voglio godermi ogni singolo minuto di questa sua infanzia, perché poi passerà, e non tornerà più davvero.

adolescenza