Fidanzarsi con un uomo separato che ha figli: piccole regole di sopravvivenza

Mi arrivano ultimamente tante mail, tanti messaggi, di donne che stanno iniziando o hanno una relazione con un papà single, in cui mi si chiede il segreto per una convivenza felice e serena, per riuscire a incastrare emozioni, sentimenti di tutti i tipi, figli (a volte entrambe le parti), ex mogli, case e momenti liberi, e quello che emerge da queste lettere è una grande confusione, soprattutto dal punto di vista emotivo, una poca chiarezza dei ruoli di ognuno, una grande paura e un senso di solitudine, spaesamento, timore di sbagliare, rancori accumulati e inespressi che rischiano alla lunga di minare la buona riuscita di relazioni di questo tipo.

Inutile dire che mi immedesimo in un ognuna di queste donne, perché come ho scritto più volte in questo blog, la famiglia allargata può essere una realtà meravigliosa e ricchissima, ma anche insidiosa e complessa.

Diciamo che bisogna giocarcela bene fin dall’inizio, perché gli errori sono meno perdonati (da tutti i componenti, persino quelli esterni), rispetto alla famiglia tradizionale, in cui si è già familiari, già legati dalla nascita e da una parentela forte e quindi tutto è più facile, perché i sentimenti sono dati per scontati, la fiducia pure e l’amore già costruito senza fatica alcuna.

Vorrei provare in questo post ad elencare, in ordine sparso, qualche regoletta che ho imparato e che può essere utile per non cadere in errori fatali che potrebbero compromettere tutti i vostri sforzi e i risultati raggiunti.

Queste piccole regole ovviamente le ho pensate e scritte per bambini dagli 0 ai 12 anni circa, perché questa è la mia esperienza. Quando sono più grandi, quindi ragazzi, le cose cambiano un po’ e allora affidatevi al vostro buonsenso, o in qualche modo ne riparlano.

Appena potrò, inoltre, scriverò anche un post ‘dalla parte’ delle ex mogli, essendo pure io una ex moglie che ha un bambino.

Ecco dunque il mio elenco di regole, a cominciare da quella che secondo me è la più importante

  1. La ex moglie, che è quindi la mamma dei figli di lui, è sacra. Mai mai mai vi scappi detta una battuta, una presa in giro, un’offesa per la Santa Madre. Perché anche se per voi è una stronza, una scoppiata, una donna instabile, diseducativa e maligna, i bambini, i ragazzi, la amano perché è la loro mamma, e voi, ricordatelo sempre, siete un ‘in più ‘, anzi, all’inizio potreste anche essere considerate delle usurpatrici del ruolo materno (da lei e dai figli), o una persona che è arrivata a rubare l’affetto del padre. Quindi se non volete rovinare tutto e definitivamente, la ex moglie è intoccabile. In privato poi col vostro uomo potrete dirne di cotte e di crude, ma attenzione che i figli, che hanno mille occhi e mille orecchie (specie in questi casi) non vi sentano! Questo vale anche nel caso che gli stessi figli vengano da voi a lamentarsi di lei: voi siate diplomatiche e non vi venga in mente di approfittare del momentaneo litigio fra madre e figli per parlar male di lei, perché anche questo, poi, vi si ritorcerà contro. Quindi la regola numero 1, riassumendo, è semplicemente questa: ‘la mamma è sempre la mamma, e non si tocca’.
  2. I figli di lui. Soprattutto se siete all’inizio del vostro amore, passate più tempo che potete con i di lui figli: conosceteli, siate aperte al dialogo, interessatevi alle loro cose, in modo sincero e affettuoso. Da mamma vi dico che nessun bambino è un mostro: ci sono solo bambini spaventati, bambini che hanno paura di affezionarsi a persone che temono spariranno dalla loro vita, perché come si sono lasciati la mamma e il papà potrebbe succedere anche a voi, ci sono bambini che hanno paura che se vi amano faranno un torto alla mamma e hanno un conflitto interiore che sembra loro insanabile, ci sono bambini che sono semplicemente timidi e riservati e fanno fatica ad aprirsi. Ma sono i figli del vostro compagno, dell’uomo che amate, sono parte di lui e lo saranno per sempre, provate a vederla da questo punto di vista. Non sono vostri rivali, sono solo creature che hanno bisogno di persone affettuose, stabili e coerenti intorno a se’. Dedicate loro un po’ del vostro tempo, evitate almeno all’inizio effusioni esagerate col vostro compagno in loro presenza, dimostrategli che siete felici di fare qualcosa che li coinvolga, e piano piano, nel tempo, andrà bene. Ricordate sempre la volpe del Piccolo Principe.
  3. Non pensate mai, e con mai intendo MAI, a sostituirvi ai genitori, neanche se ci vivete insieme. La mamma ce l’hanno e il padre anche. Se c’è da fare qualche appunto, è sempre meglio che lo facciano loro, non voi, che potreste passare dall’Olimpo agli Inferi della Terra in un nanosecondo. Se proprio non resistete, o siete sole con i bambini, e quindi vi tocca, mi raccomando, la massima delicatezza e dolcezza. Certo se, per dire, due fratellini si stanno tirando oggetti contundenti o uno di loro si butta in mezzo ad una strada trafficata e non c’è il vostro compagno con voi, è vostro dovere intervenire, e anche fermamente, ma sono casi in cui i bambini stessi sanno benissimo che il vostro intervento era necessario e doveroso.
  4. Nella famiglia allargata, se tutto va bene, si va un po’ a fasi, che nel nostro caso sono state tutte in divenire, ma è chiaro che in questa progressione in positivo, essendo i componenti del nuovo nucleo tanti e variegati, ci sono a volte regressioni, cambiamenti, stravolgimenti di tutto quello che sembra(va) acquisito. Ecco. Cercate, lo so che è difficilissimo, sconfortante e a volte snervante, di abituarvi un po’ a questi alti e bassi, mantenendo voi e il vostro compagno l’equilibrio, perché se vi perdete voi, tutto si perde. I nostri figli sono tre in tutto, le età e le personalità sono diverse, e ogni anno c’è qualche novità, qualche “nuovo astro che sorge”, mi riferisco a gusti, scatti di crescita, amicizie, crisi varie, c’è sempre uno dei tre che in una vacanza rompe di più, che si lamenta, che è geloso, ci sono alleanze a volte fra le due sorelle, altre fra i piccoli, altre fra il mio e la grande, c’è sempre qualcuno che si sente escluso e quindi rompe. Succede anche nelle migliori famiglie, in quelle allargate si tende a tollerare di meno, vuoi perché non sono figli tuoi, vuoi perché sei in vacanza e avresti voglia di fare la famiglia del mulino bianco, vuoi perché avresti voglia di stare per mano al tuo uomo ma una figlia ha deciso che per tutti i dieci giorni la mano gliela darà solo lei. Ebbene: PAZIENZA. I bambini sono fatti così, e i figli di separati ancora di più. Subiscono tanto le influenze esterne, magari la loro mamma in quel periodo è nervosa, o non presente, o ha trovato un uomo e non pensa ad altro, o ha trovato un uomo di cui è innamorata ma che non la considera e quindi è isterica con le figlie, vai a sapere tu, però questo si riflette inevitabilmente sui figli e di questo soffrono e lo esternano in tutti i modi possibili. Ci vuole pazienza, empatia e tenerezza. Se la tenerezza non vi viene spontanea, perché siamo umani, e non sono figli nostri, quindi tolleriamo meno, abbiate almeno pazienza. Anche per il vostro rapporto di coppia: perché se non sopportiamo i bambini, se troviamo poco spazio per noi (perché magari siamo partiti tutti insieme e ci aspettavamo qualcosa di diverso), se poi quando la sera finalmente i pargoli dormono ci mettiamo pure a litigare perché rinfacciamo al nostro uomo che la figlia/il figlio rompe le palle, bé, è chiaro che non si potrà andare molto lontano.
  5. La coppia. Questa regola segue e si collega alla 4: la coppia sta alla base di tutto. Voi, tu e lui, siete le fondamenta di una casa grandissima difficile da costruire, una casa che può diventare bellissima ma che nasce su un terreno scosceso, o dissestato, che va piano piano reso stabile prima di mettere su mattoni, e questo lo potete fare solo voi che siete grandi. I bambini devono camminare sicuri sul pavimento di questa casa, senza trovare ostacoli né inciampare, perché si potrebbero fare molto, molto male. E siccome di male ne hanno già subito (a volte tanto a volte tantissimo), bisogna preservarli. Sempre. Quindi io, per la mia esperienza, consiglio sempre di aspettare, di non avere fretta nel presentarsi vicendevolmente i figli, e tanto meno di andare a vivere insieme. Non è che se non si vive insieme ci si ama di meno, no? D’altronde con grande probabilità venite entrambi da matrimoni falliti, quindi convivenze come minimo di anni, si può aspettare ancora un po’ prima di stabilirsi a casa dell’uno o dell’altra, che dite? Certo, qualcuno mi dirà che ci sono ragioni anche economiche per cui vivendo insieme si dimezzerebbero le spese, ed è vero, ma io penso che valga sempre la pena fare qualche sacrificio in più e aspettare comunque, se davvero si pensa che questa sia la Storia adatta a noi e che si vuole portare avanti. Date tempo alla vostra coppia di crescere, conoscetevi bene prima voi due, fate di nuovo i fidanzatini e quando siete soli dedicatevi a voi, a cenette in casa o fuori davanti a un buon vino e a un camino acceso (vabbè, qualcuno ce lo avrà un camino! 😉 ), oppure davanti a un tramonto estivo in riva al mare, week-end fuori porta e fughe anche non lontano da casa, ma romantiche e dense di passione, che dopo tanti anni di matrimonio o di solitudine ci stanno pure bene, c’è da rifarsi di taaaanto ses… ehm… tempo perduto. E poi parlate, parlate tanto, chiarite prima cosa vi aspettate da questa relazione, perché se lui, ad esempio, cerca una badante o una baby-sitter e voi non avete figli e non ci pensate neppure, anche ciao, ma se il progetto inizia ad essere comune, vi prego e mi raccomando, il dialogo. Da non arrivare a quando si conoscono i bambini ed esclamare terrorizzati: e ora?? Ma io non volevo questo, non mi aspettavo questo! E desiderare solo di riavvolgere il nastro e tornare indietro nel tempo.
  6. La regola numero 6 riguarda le modalità e il rispetto dei tempi nella conoscenza dei figli di lui/lei. E per questo vi rimando al post che scrissi proprio sull’argomento. Questo
  7. La Gelosia. La gelosia è un sentimento che affiora sempre un po’ da tutte le parti nella famiglia allargata. A volte sono gelosi i bambini di voi, a volte fra di loro (come fra fratelli comunque), a volte sarete gelose voi di loro (ammettiamolo, capita eccome). Quello che posso dirvi, è che è un sentimento totalmente inutile, capisco che capiti, ma cercate davvero di tenerlo a bada, perché distruttivo e basta. Non aiuta, non serve a nulla, e mina i rapporti. Se ci pensate non avete motivo di essere gelose dei figli di lui. Loro sono i suoi figli, lui li ama ma di un amore diverso da quello che prova per voi. Non c’è un di più e un di meno. Molti padri sono disintegrati dai sensi di colpa per la separazione e la sofferenza dei bambini e tendono quindi ad essere troppo permissivi con loro, ad accontentarli in tutto, altri vorrebbero stare con loro più tempo possibile (e magari in questo modo ne tolgono alla coppia), ecco: sappiate che sono sentimenti del tutto legittimi. Cerchiamo di non giudicare un uomo che soffre, semmai aiutiamolo, se ci riesce, cercando di essere dalla sua parte, non contro di lui, cercando, non so, di organizzare cose che possono fargli piacere quando siete tutti insieme: una giornata al parco divertimenti (anche se odiate le montagne russe e quei personaggi Disney o simili con cui tutti si fanno la foto), un pic-nic in collina (i bambini adorano i pic-nic, e basta così poco: un cestino, una coperta, qualche pietanza preparata in modo carino, ci sono tanti siti con ricettine facili facili che colpiranno molto i piccoli e daranno colore al vostro pranzo), un pomeriggio al cinema con pop-corn e bibita e tante risate, e magari subito dopo cena al fast-food, che una volta non fa male e chi se ne frega dei grassi e dell’olio di palma, intanto siamo stati tutti tanto bene e abbiamo messo un mattoncino in più alla costruzione della nostra famiglia. Aiutatelo, se lo vedete in difficoltà, ad avvicinare i figli, a far sì che loro vengano volentieri anche da voi (si sa che per le mamme le cose sono più facili, perché in genere i bambini restano domiciliati da loro e il padre prende un’altra casa che a volte i piccoli non amano o non sentono loro), perché voi siete una figura positiva e che dà allegria alla casa e affetto a loro. Sarete ripagate con tanto ma così tanto amore, che forse neanche una mamma prova un tale senso di appagamento e benessere del cuore.

Per oggi è tutto. Avrei voluto scrivere 10 punti perché sarebbe stato più carino, ma mi sono venuti questi 7 e i bambini mi reclamano, siamo all’ultima settimana di vacanza tutti insieme e ci sono tante cose da fare. Come sempre non scrivo per mesi e poi scrivo due post in due giorni, perdonatemi, spero questo autunno di avere più costanza!

b2cd567876f36042852184a4233b46db

Quando aspettare è anche sperare

Sono di nuovo qui, dopo una lunghissima assenza. Sembrano così lontani i giorni della nostra vacanza a due nell’isola che è anche casa, giorni di sole e di vento, di noi che giriamo in bicicletta per i bastioni, sulla via del mare, alla ricerca del tramonto, in gita all’isoletta dal mare che così azzurro non l’ho mai visto, e poi alla presentazione di due libri: il primo di una mia amica, esordiente, il secondo dell’amica di infanzia di mia mamma, una delle più conosciute scrittrici per l’infanzia, che mi ha stretto le mani con affetto e mi ha baciata, dandomi appuntamento al prossimo anno, magari per cenare tutti insieme, occhi sorridenti e parole che mi hanno scaldato il cuore ed emozionata, io che sono cresciuta con i suoi romanzi e che ho sempre sentito parlare di lei come la fiera bambina che giocava con mia madre, bimba temeraria e avventurosa, caratteristiche a cui è sempre rimasta fedele, in tutta la sua vita.

Sono stati giorni in cui ci siamo finalmente ritrovati, io e lui, e in cui ho iniziato a riprendermi dalla stanchezza, soprattutto mentale, di questa incandescente e lunghissima estate. I figli non ci sono mancati, forse noi a loro un po’ di più, ma era ormai ora di tornare quando sono iniziate le telefonate più lunghe e chiacchierine, e non ce ne siamo fatti alcun problema. Ci sentivamo pronti e rigenerati.

Poi è arrivato settembre, e il nuovo inizio di tutto. Lavoro, scuola, sport, routine che rasserena, fresco che ridà vita.

Tutto tornato al proprio posto.

Il mio bambino sempre più biondo ha iniziato la terza elementare, così come la piccola del mio fidanzato, mentre la grande è in prima media e sembra molto felice ed entusiasta della nuova scuola. 

Noi grandi siamo riusciti a fare anche un’altra capatina sull’Isola per un week-end lungo, ed è stato ancor più bello perché non era più estate, non c’erano quasi più turisti, a parte qualche nord europeo e noi. Faceva pure freddo, ma la città, il mare, tutto era silenzioso, rilassante, i nostri ritmi rallentati, le attività ridotte ai minimi termini.

Abbiamo dormito come non mai, abbiamo riso a crepapelle, abbiamo chiacchierato, ci siamo concessi un paio di cene fuori, e poi siamo tornati a casa.

E qui l’imprevisto, proprio quando pensi che finalmente ti sei ritrovata e che va tutto bene, che hai mille progetti che ti entusiasmano e che vuoi realizzare presto, che la tua vita scorre tranquilla, tuo figlio è un amore, tu sei felice, innamorata come non mai e sei contenta perché questa felicità te la sei anche un po’ sudata e quindi sì, molli tutte le tue difese, le tue paure e hai voglia di godertela in pace.

Succede che hai fatto delle analisi perché durante i tre mesi estivi non sei stata molto bene, ti sono successe delle cose un po’ strane, e quando le ritiri un valore è altissimo, ma non alto in modo normale, è davvero troppo troppo alto. Succede che a partire da questo valore si prospettino varie possibilità, di cui la più brutta non è orribile né, diciamo, eterna, ma tu speri che non se ne avveri neanche una, però devi aspettare perché quello che i medici ti consigliano è di ripetere l’esame perché un valore così alto non si è quasi mai visto e forse c’è un errore, e quindi fra pochi giorni lo ripeti e da lì si capirà come procedere.

Io non voglio essere preoccupata, perché il peggio che può accadere non è grave, anche se non è bello. Mi angoscia molto ricadere, dopo i lunghi anni dell’infertilità, in una spirale di esami, anche invasivi, analisi, medici, diagnosi e cure. Non ne ho più voglia. Ma si sa, non decidiamo noi, e quello che a un certo punto si vorrebbe può essere molto diverso da quello che ci attende.

Così sospendo ogni giudizio, cerco di non pensarci e di vivere come se questo non stesse capitando a me, tanto più di così non posso fare. In spagnolo esperar è evocativo di attesa e di speranza, un unico verbo per due concetti che sono legati indissolubilmente. Posso solo attendere e vedere che cosa ho, sperando nell’errore di laboratorio.  Voglio essere positiva, qualunque cosa sarà la affronterò, e tanto presto o tardi sarà solamente un ricordo lontano.

wish copia

Si naviga a vista.

Siamo di nuovo tutti insieme, nella città del sud, in attesa di trasferirci per una decina di giorni nella riserva marina, udite udite, in un monolocale tutto bianco, nella campagna assolata, fra alberi di fico grandissimi,  alberi di pesche, campi di pomodori, e ortaggi di tutti i tipi che i contadini vendono ai lati della strada sterrata.

In 5 in un monolocale, una bella prova eh?

Però questa casina è all’interno di un giardino, con tavolo e sedie fuori, tenda per il sole e cucina esterna, in un’altra costruzione sempre lì dentro, cosa che trovo al momento comoda perché non avremo odori dentro e chi si alza per primo potrà uscire a farsi il caffè senza svegliare tutta la banda.

Saremo a 5 minuti a piedi da una delle spiagge più belle della zona, che sì, sarà affollatissima, ma noi, potendo andare avanti e indietro, avremo anche meno il problema dell’ombrellone, del posto, di dove piazzarci.

Credo che ci vorrà tanto spirito di adattamento (di cui sono notoriamente poco dotata, cioè, mi adatto ma soffro), non so se sarà caldissimo, ma forse la notte meno che in città, non so come saranno le nostre giornate, ma adesso ho voglia solo di essere positiva.

Ho passato ieri e oggi un po’ come un’anima in pena, stravolta dal caldo e dalle preoccupazioni, quando in realtà non è successo niente di niente, anzi, solo cose belle e positive, perché i bambini sono stati degli angeli (quasi angeli), siamo riusciti a fare una gita in una baia meravigliosa con degli amici del nord che si trovavano in vacanza là, anche loro con figli, e quindi finalmente siamo riusciti a trascorrere una giornata di mare in grazia di Dio senza stare fissi con i nostri attaccati alle calcagna.

Nonostante tutto, mille presagi oscuri si manifestavano nella mia mente su come sarebbe stata questa metà di agosto fissi con i bambini, col terrore degli sbalzi di umore dell’adolescente, dei miei di conseguenza, di non riuscire a trovare momenti per noi due, un senso di soffocamento e un desiderio di addormentarmi sotto l’aria condizionata per svegliarmi solo il 14 di agosto.

Invece, come sempre, i fatti mi stanno smentendo. Mi devo dare pace: va tutto bene. E, vedendo e sentendo anche altre esperienze di famiglie ricomposte, mi rendo conto che davvero qui non ci sono problemi.

A parte quelli della semplice quotidianità: e quindi gli orari diversi, le abitudini diverse, le esigenze diverse, i diversi modi di essere genitori; abbiamo, credo, rispetto a una famiglia tradizionale, qualche complessità in più, ma che si affronta, se non si perde la testa.

Il mio equilibrio, quando arriva il panico, lo devo tutto a lui. Al mio compagno, al mio amore, che mi ama e mi prende così come sono, che sa che, soprattutto d’estate a fronte di lunghi periodi insieme, io spesso penso che non ce la farò mai ad arrivare a settembre viva, e riesce sempre con una dolcezza, una calma, una pazienza, una forza d’animo davvero non comuni, a sollevarmi dall’angoscia, a darmi coraggio, a lasciarmi i miei spazi per scrivere, riposare, rimuginare, ritrovare infine, da sola, la positività che ogni tanto va perduta. A lui devo tutto.

E anche ai bambini, sapete?
Perché a volte mi vedono sparire in camera mia, computer e tavoletta grafica sotto il braccio, con la scusa che devo lavorare un po’, e secondo me, ora che mi conoscono, hanno capito che in quei momenti sono arrivata, e nonostante tutto mi amano, mi vogliono bene,  e quando riemergo vengono a chiacchierare con me e mi raccontano le loro cose, mi fanno vedere i video che hanno fatto (pure carini oltretutto, non i soliti filmini noiosi che fanno a quest’età i ragazzini, sono molto creativi e pure spiritosi).

L’altra sera, insieme agli amici dopo la giornata al mare, mi sono presa in un negozietto di quelli che fanno le scarpe in cuoio a mano, dei sandali bassi color testa di moro alla schiava, molto belli e di classe, semplicissimi, con due fibbiette laterali appena sopra la caviglia, e la grande mi ha sussurrato: “Io da papà non ho neanche un paio di sandali”.

Le ho chiesto se ne volesse un paio di quelli del negozio, io stessa già ne avevo ai piedi alcuni che uso da anni per andare in spiaggia, in cuoio ma chiari, pur non sapendo bene se le sarebbero potuti piacere, dato che la madre è una persona dal gusto, diciamo, opposto al mio. E opposto non è un eufemismo.

Volete sapere cosa ha scelto e cosa porta da ieri senza mai toglierli dai piedi? Eccoli qua. E la foto delle “gemelle di scarpe” l’ha voluta fare lei.

Sandali

Un’adolescente fra noi.

Sono qui al sud da 10 giorni, giorni sereni, a volte un po’ faticosi, ma belli e tutto sommato facili rispetto a un anno fa.

La più grande e ormai manifesta differenza con l’anno scorso, ma anche rispetto a pochi mesi fa, è che adesso in casa abbiamo due bambini e una adolescente. 

I piccoli sono veramente piccoli: hanno appena finito la seconda elementare, e sebbene intellettivamente avanti, emotivamente sono davvero piccini. Sappiamo che lo sviluppo cognitivo non va per forza di pari passo con quello emotivo.

La ‘grande’ a settembre andrà alle medie e a parte qualche momento in cui è la solita casinista e ancora bimba gioiosa, si sta trasformando in qualcosa che riusciamo a riconoscere solo perchè abbiamo lontana memoria di quello che anche noi abbiamo attraversato alla sua età, ma quanto è difficile, a volte, starle vicino.

Io, lo ammetto, non sono pronta.

Non sono pronta ad affrontare l’adolescenza.

Come si fa?

Oggi abbiamo trascorso tutta la giornata con i piccoli in gita a trovare dei parenti, perché la grande aveva tutto il giorno allenamenti e prove del saggio di danza.

È stato un sabato rilassante, fatto di piccole cose, di discorsi da bambini, di vocine, di perché, di addormentamenti uno sopra l’altro in macchina, di baci e abbracci coi parenti, di cibo casalingo e leggerezza.

Tornati in città, ho preparato una buona e molto appetibile cena per avere la sicurezza che tutti fossero contenti e non rompessero, avendo poche energie e poca voglia di sopportare lagne varie.

La grande è arrivata a quell’ora, si è buttata sul divano con le scarpe sul bracciolo, e si è messa a giocare, o chattare, o a fotografarsi, che ne so (mi sembro mia nonna mentre lo scrivo), col cellulare, a mala pena ciao.

Sono uscita dalla cucina con le fumanti pietanze in mano dicendo allegramente senza ancora prevedere la tragedia che si stava per compiere: “Venite a tavola, è già pronto e apparecchiato in terrazza!”

I piccoli, inutile dirlo, erano già seduti a litigare su chi per primo avrebbe avuto la prima porzione di gâteau di patate; l’adolescente, occhi e dita fissi sul cellulare, ha sentenziato: io non mangio.

Da lì in poi il tempo è come volato, il padre che cercava di farle mettere giù le scarpe dal divano, io che uscivo e mi sedevo a tavola con gli altri due che chiedevano: “Perché non mangia?” E borbottii vari di commenti e supposizioni fra loro.

Io che li zittivo. Il padre che tornava a tavola e l’adolescente da dentro casa che ci diceva: “Guardate che vi sento eh, io lo so perché fate così, papà mi odia, se qualcuno a volte non vuole mangiare voi non gli dite nulla e a me INVECE, tanto ora scrivo alla mamma se mi viene a prendere“.

Abbiamo optato per non considerarla. Fosse stata mia figlia penso che sarei impazzita davanti a tanta maleducazione. Però non so se avrei fatto bene o male.

Non lo so perché non sono pronta, perché alla fine non conosco quest’età, che si fa in questi casi?

Davanti alla più assoluta irrazionalità, irragionevolezza, a una scheggia impazzita che dal nulla decide che vuole starsene sul divano a farsi selfie e a scriversi Whatsapp con le amiche e con la madre invece di venire a tavola con noi, che si fa?

È finita che non ha mangiato, che il padre si è chiuso in cucina con lei e le ha parlato. Le ha detto che se anche fosse stata davvero troppo stanca per mangiare (giustificazione da lei addotta al suo comportamento di stasera), avrebbe dovuto comunque sedersi a tavola con noi e in ogni caso essere gentile con chi la stava aspettando e aveva preparato anche per lei.

Poi le ha riportate dalla mamma, perché questi erano i patti.

So che poi lei in macchina ha pianto, si è disperata perché si è sentita dispiaciuta e triste, si è offerta domani di venire anche se era il giorno della madre per andare al mare tutti insieme, e così probabilmente faremo.

Quando sono rimasta sola con il mio bambino, sono andata da lui che era seduto sul dondolo in terrazza e leggeva un libro, e gli ho detto: “Mi prometti che resterai sempre così? Così dolce, così educato, così bravo, così gentile? Che non ti trasformerai?”

L’ho detto serenamente, quasi scherzando, ma dentro di me avevo il tormento di una situazione che non ho idea di come affronterò quando mi toccherà.

Lui mi ha risposto: “Guarda mamma che l’ho già promesso a papà, tre volte!” (E ha fatto 3 con la manina ancora grassoccia di bambino)

E cosa gli hai promesso?” (Sorridevo)

Gli ho promesso che non sarò uno di quei ragazzini che puzzeranno, che non si vorranno lavare, che risponderanno male ai genitori, come fanno quelli di 11 anni, insomma!”

Poi l’ho messo a letto, e sono rimasta con lui un po’ a scherzare, a giocare a un gioco scemo che facciamo noi la sera e che lo fa ridere tanto. E penso che ha 8 anni, e che voglio godermi ogni singolo minuto di questa sua infanzia, perché poi passerà, e non tornerà più davvero.

adolescenza

Oscuri presagi

Dopo aver trascorso, e con molto piacere, i giorni di Natale e Santo Stefano praticamente da sola, ad eccezione di un breve pranzo dai miei e un cinema (di qualità) con un’amica, ecco che, come da copione, tenebrose profezie si fanno largo nella mia mente.

Previsoni certe di privazione della libertà, della privacy, del sonno, della pace si alternano dentro di me, e a turno vengono riposte nell’angolo razionale del mio cervello, che ormai riesce a non soccombere a quello governato dall’ansia grazie ad anni di esercizio di autocontrollo che forse hanno dato qualche frutto. Forse.

Soffro perché il computer non mi entra in valigia, e neanche la tavoletta grafica, ed essi sono il mio tasto escape, la scusa, il pretesto, il “devo lavorare un po’, ciao, ci vediamo fra un’ora, fra due, non lo so”.

Ho l’iPad, ma non è la stessa cosa, perché posso solo scriverci, e scrivere non è il mio lavoro. Non posso usarlo come scappatoia.

I bagagli, miei e del mio bambino, contengono vestiti per tutti i climi (che pare la morsa di freddo che sta arrivando ci seguirà anche al sud, con l’aggravante del vento), giochi, regali, una stampantina istantanea fotografica, libri, reflex, non c’è spazio per altro.

Ho provato a suonare il pianoforte, che in genere mi acquieta, e niente, oggi non funziona.

Andrà tutto bene, come sempre. Sarò felice, come lo saranno tutti gli altri.
Nulla è cambiato, le bambine mi ameranno, saranno affettuose, non le vedo da un mese ma saranno sempre le stesse. Dormiremo tutti, sono grandi ormai, i problemi di sonno della scorsa estate sono stati risolti, anzi, la mattina ci lasciano pure riposare.

I bambini andranno tutti d’accordo e romperanno poco, non vedevamo l’ora che arrivassero le vacanze di Natale. Avremo sì meno tempo per noi (zero?) ma fa parte del gioco, di questa allegra e scombinata famiglia che ci siamo scelti.
Ma io ho l’ansia. Un senso di soffocamento che so, perchè lo so, che scomparirà non appena ci rivedremo, e che un pochino sì tornerà, ma come quello di qualsiasi genitore assediato da tutti i figli per un tempo superiore a quello a cui è abituato (e noi separati siamo in un certo senso abituati male), come tutti i papà e le mamme che hanno i bambini a casa da scuola e che si sono presi vacanza pure loro.

Se non si fosse ancora capito, fra due ore io e il mio bimbo voleremo a mille chilometri da qui, e la famigliacomponibile si ricomporrà per un’intera settimana.
Addio.

escape

Signora guardi che a quest’età il bullismo non esiste

Questo, in pratica, mi sono sentita dire al colloquio con le quattro maestre coinvolte (le nostre e le due della classe dei bambini che hanno tormentato per un anno mio figlio di 7 anni).

Avevo immaginato un incontro anche affettuoso, in cui insieme, io e loro, avremmo cercato una soluzione funzionale e costruttiva per tutti, avevo dato per scontato che empatia, dispiacere, rassicurazioni e positività sarebbero state alla base del nostro dialogo.

Invece.

Invece “non è successo niente di grave”, “eh ma ascolti, suo figlio però li cerca, quei bambini”, “il bullismo lei non lo sa ma è un contrasto fra due persone che non sono pari, mentre invece in questo caso sono pari perché hanno tutti la stessa età“, “ma che c’entrano le derisioni? Tutti loro si prendono in giro e hanno dei soprannomi” “queste cose succedono sicuramente al post scuola, non a ricreazione quando ci siamo noi”

Ah sì? E gli sputi? Il metterlo in un angolo in quattro contro uno e toccarlo anche nelle parti intime, facendogli ripetere cose che lui non vuole dire, il fatto che il mio bambino si paralizzi e non riesca a reagire?

“No signora, ci dispiace ma quella dello sputo non può essere vera perché noi abbiamo già chiesto e tutti hanno negato”

Non avevo voglia di arrabbiarmi, non è nel mio stile.
Avevo questo muro compattissimo di quattro maestre davanti e mi ero pure stufata di ascoltarle. Ho però risposto una ad una a tutte le loro obiezioni, facendo loro un piccolo trattatello di psicologia infantile elementare, mi sono vestita, le ho ringraziate per il colloquio concessomi e, mentre stringevo loro la mano, fra un grazie e un si figuri, ho regalmente lanciato il mio strale: “Adesso però io e mio marito (uso marito quando voglio sottolineare forte coesione genitoriale) avremmo una richiesta: vi chiediamo un altro incontro a cui però siano presenti anche i genitori dei bambini coinvolti, perché pensiamo che non sia giusto che voi vi assumiate la responsabilità del comportamento dei vostri allievi senza che i loro genitori sappiano nulla

Il gelo è sceso definitivamente nell’aula calda e addobbata per Natale, fra le ghirlande che i bimbi hanno realizzato per noi, e i cappelli di carta crespa che serviranno per la recita della la prossima settimana.

Il panico fra le maestre era evidente e palpabile. Con un filo di voce, un po’ balbettante per la verità, hanno obiettato che così però avrebbero dovuto dirlo alla preside.
Ho fatto finta di non capire, e ho solo risposto che sì sì, per noi non c’erano problemi a che lo sapesse la dirigente scolastica.
E dentro di me vedevo le cose mettersi a posto.

Com’è finita?

Che il giorno dopo, di mattina presto, mi ha chiamata la preside e ci siamo viste subito. Ha giudicato gravissimi i fatti accaduti e altrettanto grave il comportamento delle quattro maestre. Ha detto che manderà una delle tirocinanti a vigilare sulle due classi, riprenderà le maestre perché non li hanno controllati abbastanza, e, ultimo ma non per ultimo, chiamerà uno alla volta tutti i genitori dei bulletti e li convocherà presso di lei.
Ah no, è vero, il bullismo a questa età non esiste.

IMG_1456.JPG

Fate i bulli con me che sono grande

E vediamo se avete lo stesso coraggio. Facile essere forti con chi è debole, quando si è in tre o quattro contro uno, deridere un bimbo perché “è un fifone” quando è solo e voi siete tanti. Maledetti.

Non sto a raccontarvi i precedenti e cosa non è emerso tipo vaso di Pandora in questi ultimi giorni, ma mio figlio è vittima di bulli, sì, in seconda elementare, e io sono molto triste.

Sono triste perché non sono una mamma apprensiva né iperprotettiva, non lo sono mai stata, e l’ho sempre spinto a sbrigarsela da solo perché le frustrazioni, le delusioni, le difficoltà fanno parte della vita.

Gli ho sempre insegnato che le mani non si alzano, mai, che non si offendono né si deridono gli altri, ho sempre cercato di farlo mettere nei panni degli altri, perché provasse empatia e fosse giusto nelle sue azioni e intenzioni.

E lui è cresciuto buono e molto indipendente. Forse troppo.

Non mi ha parlato di questa cosa per mesi, forse addirittura un anno, si è tenuto tutto dentro, i soprusi, le prese in giro, le cattiverie, le violenze fisiche e psicologiche, e nessuno si è accorto di nulla. Ogni tanto si lamentava con me di litigi con questi bambini, e io pensavo a scaramucce fra settenni, minimizzavo dicendogli non ci stare con loro se dovete litigare, stai con i tuoi compagni, lasciali perdere.

Essere genitore è la responsabilità più grande del mondo, è difficile trovare sempre l’equilibrio, la giusta via di mezzo fra minimizzare, ridimensionare e l’allarmarsi, pensare che forse sta succedendo qualcosa che i nostri figli non ci raccontano semplicemente perché non ci riescono.

Stasera sono molto triste, provo una grande amarezza e una struggente tenerezza per il mio bambino che alla fine si è aperto, dopo che una sua frase mi aveva insospettita e spinta a capire cosa c’era dietro.

Ed è stata una giornata importante perché abbiamo parlato tanto, si è sentito ascoltato, compreso e protetto da me, dalla sua amichetta del cuore, da suo padre, e stasera è andato a letto sereno e pacificato, consapevole che ha un mondo affettivo immenso alle sue piccole spalle di bambino,  che lo ascolta e non lo giudica, e soprattutto si è reso conto che cattivo non è lui, che non va dalla maestra per paura che lo sgridi, ma chi gli fa del male.

f01ee30aec9e44388edff7c3964abe6c