“E se diventi farfalla nessuno pensa più a ciò che è stato quando strisciavi per terra e non volevi le ali.” Alda Merini

Dopo una estate diciamo movimentata, tre mesi passati volontariamente (questo devo dirlo,  non mi aveva costretta nessuno) al Sud per stare vicina al resto della famiglia almeno nei mesi in cui in teoria si dovrebbe essere più liberi, mesi che si sono rivelati faticosissimi per me, e di conseguenza per il mio uomo meraviglioso, in cui mi sono pure ammalata (la forza della psiche), non paga della fatica,  dell’ansia, della poca sopportazione di tutto, a ottobre decido che sarebbe bellissimo andare a sciare tutti insieme a febbraio.

Masochista o forse solo ottimista, chi lo sa, comunque prenoto tutto: casa in Trentino,  figlio, aerei per loro. Il fidanzato mi segue in questa ventata di incosciente e audace allegria e prenota pure lui le figlie per la settimana di carnevale.

Nel frattempo ritiro gli esami, ne faccio altri, mi sottopongo pure ad una risonanza magnetica dalla quale si evidenzia che non ho nulla al cervello (che cosa buffa), concludo che è stata l’estate a farmi ammalare e che forse non sono così portata per fare la mamma, la matrigna, per avere una famiglia, non solo mia, ma tanto meno allargata. Nel frattempo,  o contemporaneamente, il mio uomo si paralizza e mi comunica che no, la vacanza non si farà, che non ci vedremo più tutti insieme per tanti giorni perché anche lui è stato male,  ha sofferto e si è stancato in modo abnorme l’estate passata, non se la sente di ripetere l’esperienza. È categorico e risoluto.

Ecco. Io non so cosa mi sia scattato in quel momento, forse ho semplicemente capito,  vedendo le cose dall’esterno, con lucidità e la rinnovata serenità, che era il momento di prendere la situazione in mano e rimettere a posto le cose.

Perché, estate a parte, prima andavano bene, cosa è successo e perché?

Ho iniziato un duro lavoro su me stessa, ho scritto tanto, analizzato, ho letto un libro bellissimo che mi ha aperto gli occhi su tante cose e che consiglio a tutti, proprio a tutti,  perché illuminante (La forza della gentilezza, di Piero Ferrucci), ho trascorso due mesi cercando di aprirmi, di calmare la mia ansia al pensiero della famiglia riunita, cercando di capire che non c’è nessuna minaccia da cui devo proteggermi,  e poi ho dovuto convincere lui,  il mio amore.

Non ho fatto tutto in un giorno, anche con lui ho cominciato da lontano, parlandogli di quelli che credevo fossero i miei progressi, di quello che avevo compreso, degli errori fatti e mai più da ripetere, senza promettere nulla,  perché non me la sentivo, avevo troppa paura di sbagliare e di fare promesse che non avrei potuto mantenere.

Ma lui niente. In montagna non si va.  Piuttosto pago l’appartamento,  ci vai tu,  ci andiamo io te e tuo figlio,  ma tutti insieme no.

Questo a due settimane dalla partenza.

Così un giorno l’ho fatto. Ho promesso.

HO GIURATO proprio.

Ho giurato che sarebbe andato tutto bene,  che sarebbe stata una bellissima vacanza e se così non fosse stato,  me ne sarei andata con la scusa di un lavoro improvviso da fare o altro.

Lui si è fidato, deve avermi vista così determinata che mi ha dato l’ultima possibilità.

Mi affido a te.

Col peso di questa immensa responsabilità, perché volevo farcela ma non ero affatto sicura che sarebbe andato tutto bene –anzi–  ho respirato a pieni polmoni e ho iniziato a fare le valigie,  perché davvero si era davvero fatta l’ora di partire.

Non posso raccontare gli incubi che hanno abitato le mie ultime notti prima che arrivassero loro tre dal sud, un po’ li ho scritti, un po’ li ho rimossi, ma erano accomunati dall’ansia, dagli imprevisti nefasti, popolati da persone cattive che tornavano dal passato per rovinarmi il presente. Esorcizzo la paura, ho pensato, e ho continuato a riempire borsoni di lenzuola,  asciugamani, tute e abbigliamento da sci per tutti.

E poi un giorno sono arrivati. Sono andata a prenderli in aeroporto, e le bambine mi sono corse incontro abbracciandomi  e ubriacandomi  di parole,  sorrisi,  confidenze.  Abbiamo noleggiato una grande monovolume,  raggiunto il mio bambino,  e siamo partiti alla volta delle Dolomiti.

Com’è andata?

Benissimo.  Meravigliosamente,  perfettamente,  come mai mai mai avrei potuto immaginare.

Non so se sono stata io, che forse sono cambiata, non so se i bambini sono cresciuti e sono cambiati loro, non so se sia stato l’inverno, che è la mia stagione, o la montagna,  che è  la mia dimensione, ma tutto è  filato per il meglio.

I bambini in macchina non si sono sentiti, e le ore di viaggio sono state almeno 4: i piccoli hanno giocato insieme con il mio ipad, condividendo giochi di azione (alternandosi senza mai litigare) e giochi di parole, come i crucipuzzle o la parola da indovinare o il gioco dell’impiccato, mentre la grande ha ascoltato musica e guardato semplicemente fuori dal finestrino, assorta in chissà quali pensieri di preadolescente.

Avranno fatto la famosa domanda che tutti i genitori temono e che in genere arriva dopo dieci minuti di viaggio, quando arriviamo?, forse una volta. Ci siamo fermati quasi alla meta per ammirare una vallata con un tramonto mozzafiato insieme a loro e un’altra per andare a vedere una cascata ghiacciata, per il resto un viaggio da non accorgersi quasi di averli, se non per le grasse risate dei piccoli mentre giocavano.

Noi due abbiamo avuto tanto tempo per chiacchierare,  durante la mattina mentre i bimbi facevano scuola di sci (siamo pure riusciti ad andarcene un’intera mattinata a sciare da soli nonostante una forte nevicata e scarsissima visibilità), anche durante il giorno e i viaggi,  incredibile! Addirittura non volevano venire neanche a fare la spesa,  preferivano essere lasciati a casa da soli a giocare.

Siamo molto felici di questo risultato,  perché stiamo imparando a stare tutti insieme ma con l’indipendenza individuale di chi si ama ed è sicuro dell’amore che riceve. Io lo trovo bellissimo. E mi stupisco perché non so proprio come ci siamo arrivati. Forse piano piano, senza che neanche ce ne accorgessimo, perché i cambiamenti, quelli profondi, avvengono nel tempo, non senza cadute, delusioni, involuzioni, momenti di sconforto. Sarà stato così anche per noi. Ma che bello adesso!

Spero di riuscire a scrivere di nuovo quanto prima,  mi scuso con tutti gli amici di blog a cui non sono materialmente riuscita a stare dietro, è che sto lavorando tantissimo, anche dopo cena, e quando non lavoro sono in viaggio o indaffarata a fare la mamma, mi resta davvero poco tempo libero,  ma vi leggo con piacere anche se non riesco a  commentare sempre.

Il mio lavoro di fotografa procede alla grande,  mi sto specializzando nella fotografia di neonati,  minuscoli fagottini di pochi giorni di vita,e durante l’ultimo shooting mi sono sentita dire così: tu quando fotografi i neonati sembra che fai un mandala,  o uno di quegli album da colorare per rilassarsi, eppure è un lavoro lungo e spesso sfiancante, fatto di attese, momenti morti, pianti, pause, scatti rubati…

Sarà terapeutico pure questo!  

A presto allora, spero con tante belle notizie.d87eced94f85a878ce67a79d5df81a8c

Parigi è sempre una buona idea

Comincio il nuovo anno con una bella e sana consapevolezza, con tanta gioia e felicità perché tante cose belle stanno accadendo e sono accadute in questo mese.

Poco prima di Natale sono venuti qui a nord il mio fidanzato e la piccola, soltanto loro perché la grande aveva delle esibizioni di danza e non voleva mancare per nessun motivo.

Devo dire che né lui né io abbiamo fatto nulla per convincerla, primo perché è giusto che lei sia libera di scegliere, secondo perché sappiamo quanta passione la leghi al ballo, quanto sia brava e quanto ci tenga. Non abbiamo insistito anche perché curiosi di sperimentare la formula a 4, con i due piccoli che risentono sempre un po’ della presenza tanto ingombrante della grande.

È andata benissimo: la dolce Anna era felicissima del viaggio col suo papà in aereo all’andata e in treno al ritorno, ha giocato tantissimo con Pietro, ma proprio tanto, e senza mai litigare, li sentivamo ridere in camera come forse mai in questi anni, le brillavano gli occhi di una nuova luce, era la mia complice e la mia aiutante in casa, era ammirata dalle decorazioni natalizie che avevo messo, prendeva in braccio il mio gatto, che è quasi più grande di lei, e passava ore ad accarezzarlo, a dire che le era mancato.

L’abbiamo vista rifiorire, una tenerezza disarmante.
È buffo e insieme affascinante notare i meccanismi che legano i fratelli e le sorelle fra loro e con quelli acquisiti, le dinamiche che si creano a seconda delle ricomposizioni

Sembrava quasi più dispiaciuto mio figlio dell’assenza della sorella grande.

In quei giorni abbiamo inaugurato il mio nuovo studio fotografico, i nostri bambini insieme ai cuginetti come impazziti si sono provati tutti i costumi appesi al porta abiti dell’Ikea bianco, si sono travestiti, mascherati, abbiamo fatto centinaia di foto, sparato coriandoli e cuori, in un’euforia generale contagiosa anche per noi grandi.

Esausti, poi, siamo andati a mangiare una pizza in centro, ammirando le luminarie quest’anno ancor più belle della mia già stupenda città.

L’ultimo giorno ho chiesto alla piccina: sei contenta di tornare a casa?

Mi aspettavo una risposta affermativa, che le fosse mancata la mamma, invece mi ha risposto: insomma… no. Io stavo bene anche qui.

Li abbiamo accompagnati alla stazione, dopo una mattinata trascorsa a pattinare sul ghiaccio tutti e quattro, ci siamo abbracciati forte e baciati, e io e il mio bimbo siamo tornati a casa.

La vigilia e il Natale sono stati all’insegna del riposo e dei nostri parenti, io ho passato, lo confesso, più di qualche ora nel mio nuovo studio a pulire e a sistemare: me lo coccolo come fosse un altro figlio, ancora mancano degli accessori e dei dettagli, ma sta venendo su sempre più carino e accogliente.

Tempo qualche giorno ed è tornato su il mio uomo. Da solo.

Quest’anno non ci spettavano i bambini, avendoli avuti in esclusiva una settimana l’anno scorso, e così abbiamo deciso di stare da me senza fare niente di niente.

In realtà non era neanche arrivato che la stessa idea ci è balenata nella testa: e se partissimo? se prendessimo un last second e ce ne andassimo a Parigi?

Il giorno dopo eravamo proprio a Parigi, nel quartiere latino, in un piccolo hotel davvero bello, con la Nespresso in camera (salvavita per le nostre levatacce!) e una bellissima vista.

Abbiamo camminato instancabilmente per tre giorni, ci siamo persi pure la mezzanotte dell’ultimo dell’anno per la stanchezza (dai! Aspettiamo la mezzanotte in camera e vediamo i fuochi dal balcone…zzzzz) ma il primo gennaio alle nove di mattina a Montmartre c’eravamo solo noi, ed è stato impagabile: le nuvole così basse che dipingevano il cielo di un bianco candido, gli alberi stupende silhouette nere con lo sfondo della chiesa del Sacré-Cœur che si vedeva e non vedeva, e tutti i vicoli che in genere sono così affollati da non poter camminare erano deserti, salvo, appunto, noi due più svariati militari con mitra in mano che si guardavano intorno passeggiando posizionati a triangolo.

Inutile dirvi che ho fatto foto stupende, che siamo stati tanto felici, che i polpacci ancora non riusciamo a sentirli dal dolore e dalle scale che abbiamo fatto (abbiamo scalato tutte le chiese per ammirare i panorami mozzafiato di Parigi, non ricordavo di aver mai salito tanti gradini in vita mia!), che i bambini non ci sono mancati ma stavolta li abbiamo coinvolti raccontando loro ogni sera cosa avevamo visto, mandando foto in diretta di quello che pensavamo potesse piacergli, e che abbiamo promesso loro torneremo a vedere tutti insieme; intanto, però, ci torneremo un’altra volta da soli in autunno, per ammirarla e fotografarla con il foliage, un sogno per me. Mi emoziono immaginando come sarà il mio parco preferito, il Jardin des Tuileries, a ottobre/novembre.

Adesso la vita è ricominciata, io mi sento più tranquilla perché ho fatto qualche passo avanti nella ricerca del mio io materno più profondo, da un lato ho anche sdrammatizzato e relativizzato le mie paure, e quindi andiamo, si riparte in questo 2016 con tantissimi progetti e tanta tanta allegria, ché quella non è mai troppa.205 PARIS_0166w

Un fratellino per tutti

Tra una cosa e l’altra si è fatto quasi dicembre.

Tutto procede, con piccole e grandi gioie, tanto lavoro (e molto soddisfacente, per fortuna), pochi viaggi miei (e tanti di lui), una riunione familiare al Sud che è la normalità ma che ci fa sentire sempre più famiglia, e poi le solite cose: la scuola, lo sport, la musica.

Il mio bambino ha smesso ormai da mesi il violino e ha manifestato il desiderio che gli insegni io il pianoforte. Quasi ogni giorno pretende una lezione: è pignolo, preciso, puntiglioso, e forse sono tutte caratteristiche di chi voglia imparare bene uno strumento (e non solo quello), io stessa ero così e sono arrivata al diploma. Chissà, vedremo. Per me non è importante, mi piacerebbe sì che imparasse a leggere e a capire la musica, ma che ci si divertisse e che fosse per lui solo un piacere.

Ai colloqui a scuola le maestre ci hanno voluto parlare di lui dal punto di vista delle amicizie, della socialità, del comportamento nel gruppo, perché il rendimento è ottimo (grazie al cielo) e non hanno niente da dire.

Pare che mio figlio sia un abile giocatore delle tre carte, un mercante scaltro ed esperto (non ci capacitiamo da chi abbia preso), che riesce, con la dialettica e l’insistenza (quindi prendendoli per sfinimento) a farsi dare merende e oggetti dai bambini più ingenui e timidi, che però poi giustamente si pentono e vanno a lamentarsi dalla maestra.

Il giorno del colloquio io e il padre abbiamo parlato a lungo con lui, non so quanto è passato delle nostre parole, forse nulla,  forse si vedrà col tempo.

Io però dovevo andare in fondo a questa cosa, e allora la sera, poco prima di dormire, come facciamo sempre, sono entrata con lui nel letto, e tutti abbracciati e attorcigliati al calduccio del piumone, abbiamo chiacchierato un po’.

“Ma tu senti che ti manca qualcosa? Che gli altri bambini siano più fortunati di te?”

(Sensazione immediata di essermi tirata una martellata sui piedi, per di più all’ora in cui bisogna dormire)
“Sì, penso che gli altri siano più fortunati”

(Panico. Come più fortunati? Da quando pensa questo? Respiro.)

“Più fortunati in che senso, amore? Fammi degli esempi.”

“Perché gli altri hanno un fratello e io no. Per esempio Giacomo ha due sorelle grandi che sono amorosissime con lui.”
“Davvero pensi questo? Mi hai sempre detto che eri felice di essere figlio unico, che non invidiavi affatto tuo cugino o quelli che hanno fratelli tra i piedi… Anche Giacomo è vero, ha due sorelle, ma deve dividere con loro l’affetto dei genitori. Tu hai tutto l’amore per te.”

(Vediamo il bicchiere mezzo pieno, anche perché ormai non c’è rimedio)

“Sì, ma proprio perché sono grandi, ormai hanno la loro vita, e i genitori quando non lavorano si dedicano tutti a Giacomo.”

(Non se ne esce così)

“Allora pensa questo. Tu hai me, hai Marco, hai papà e la sua fidanzata, e poi hai le bambine di Marco, pensa quanti affetti hai, le bambine sono un po’ come due specie di sorelle, che dici?”

Ci pensa. E si illumina.

“Ah, è vero… però… però se tu e Marco faceste un bambino vostro, allora questo bambino sarebbe come l’unione delle nostre due famiglie, perché ci sarebbero Marco, le bambine che sono solo sue, tu e io, che sono solo tuo, e questo bambino che sarebbe vostro e nostro fratello”

“Ah”. (Pensieri misti, confusi, stupore, ricerca di risposta veloce e non idiota)

“Quindi ti piacerebbe un fratellino da me e Marco. Ma non saresti geloso? Tu di Isabella, tua cugina piccola, sei ancora gelosissimo, dovrei dare tante attenzioni a questo bambino”.

(Ora lo frego)

“No perché starebbe con noi qui, non con loro.”

(Ora lo frego davvero)

“Eh, che c’entra, non saresti geloso delle bambine, ma di me sì, perché mi dovrei occupare molto di un poppante che richiederebbe la mia attenzione sempre, pensaci bene”.

(Sudore)

No perché questo fratellino avrebbe la mia età. O forse sarebbe più grande.

Ho iniziato a ridere, e lui con me, di cuore.  Abbiamo scherzato sulla macchina del tempo, sul film Ritorno al futuro, perché lui è piccolo, forse emotivamente più piccolo dei suoi 8 anni, ma è intelligente e inizia già a capire l’ironia.

Poi l’ho baciato a lungo sulle sue guancine morbide, sui biondi capelli profumati, fregandomene del fatto che si sente grande e non vuole più baci, l’ho abbracciato e annusato tenendogli quelle manine calde e appiccicose, pensando che sì, è vero, sarebbe bello avere un altro bambino in famiglia, un piccoletto a congiungere tutti e cinque in un’unica vera famiglia, nell’accezione più romantica del termine, sarebbe bello sentire di nuovo in casa la risata cristallina e innocente di un bebé che ancora non sa nulla del mondo, e che è felice solo perché tu lo ami, gli sorridi, ti occupi di lui, ma no, non lo faremo.

Adesso è tempo di noi cinque, di coltivare e accrescere la nostra conoscenza, il nostro amore, è tempo di vacanze da grandi, di settimane bianche, sciando tutti insieme, senza neonati da badare, è tempo di fughe a due e di coppia innamorata come il primo giorno, è tempo di libertà per noi, e fra poco anche per voi, cari figli.

Abbiamo due nipotine nuove in famiglia, forse un’altra (o un altro) in arrivo l’anno prossimo: facciamo gli zii, facciamole ridere, volare in aria, riprendiamole, ma poi torniamo a essere noi cinque, con i vostri discorsi a volte strampalati, con le rispostacce da preadolescenti, con i compiti da fare, i giochi da tavola, i video di Natale che, come da tradizione, ogni anno giriamo per gli amici e i parenti, i nostri voli, i nostri progetti, e la nostra speranza, ormai comune, di riuscire prima o poi a ricomporci una volta per tutte. Prendendo finalmente gli aerei solo per andarcene in vacanza.

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Avevo un marito

Avevo un marito che quando suonavo il pianoforte e facevo concerti, invece di portarmi fiori e incoraggiarmi, prima dell’esibizione cercava ogni pretesto per litigare e farmi arrivare sul palco con il batticuore e la rabbia.

Avevo un marito che ha sempre disprezzato quello che sapevo fare, forse per sue profonde insicurezze o poca autostima, chissà. 

Avevo un marito che ha fatto di tutto per spingermi a smettere di suonare e anche di insegnare, dicendo che  tutto ciò non portava arricchimento in meri termini monetari.

Avevo un marito che ha voluto aprire un’attività con me (per i motivi di cui sopra) e quando ha visto la malaparata perché dopo qualche anno non solo non mi consentiva di ricavarmi uno stipendio, ma accumulavamo debiti, è corso dal commercialista ed è uscito dalla società come un coniglio, e io, ingenua e fiduciosa, solo dopo ho capito cosa era successo. Mi aveva intestato una società che era sull’orlo del fallimento. E per fortuna che vengo da una famiglia di avvocati e sia loro che il commercialista, inorridito dal comportamento del marito, mi hanno aiutata a venirne fuori senza fallire.

Avevo un marito che quando ho avuto un aborto gemellare, prima ancora che toccasse a me entrare in sala per il raschiamento, se ne è andato perché doveva vedere la partita, e ha chiamato mia madre (inorridita pure lei) al mio capezzale.

Avevo un marito che mi ha mandata da sola a Bruxelles a riprendere degli embrioni congelati di un ciclo di fecondazione assistita andato male perché lui era stufo di fare su e giù col Belgio. (non escludo che in quei giorni giocasse la sua squadra del cuore, penso di averlo rimosso)

Avevo un marito che, ormai chiusa la storia dello scampato fallimento, quando ho deciso di provare a fare la fotografa mi ha ostacolata in tutti modi dicendomi “questa è un’altra delle tue, non sai fare niente, né saprai mai fare niente, prima il pianoforte, adesso la fotografia, basta sprecare soldi dietro a queste scemenze”.

Ma io ero già oltre. E non l’ho più ascoltato. Ho iniziato i miei corsi, ho studiato, mi sono comprata la prima reflex, mi sono perfezionata, sono passata all’attrezzatura professionale e poi a lavorare, e mica lavoretti da nulla, ma moda e fiere importanti.

Avevo un marito che quando gli ho annunciato che non lo amavo più e che pensavo che non ci fosse più un futuro per noi, immediatamente si è trovato un’altra, e per mesi, mentre cercava di distruggermi secondo lui per farmi cambiare idea, mi ha allegramente tradita.

Io nel frattempo vivevo di sensi di colpa, dubbi e paure per quello che sarebbe stato di noi, di me, del nostro bimbo.

Non è cattivo, non lo è mai stato, io mi sono convinta che abbia agito così per grossi problemi suoi, che lo hanno portato ad essere un adulto un po’ meschino, molto egoista, con molti valori che non condividevamo.

Avevo un marito che ora è un bravo ex marito ed un ottimo padre

Salvo poi uscirsene, come oggi, con “Mi dispiace ma il giorno della tua risonanza non potrò tenere il bambino come ti avevo detto ieri, perché mi sono reso conto che proprio quel mercoledì mi ricomincia il corso di meditazione, e non posso perdermi la prima lezione”.

Ho un fidanzato che vive a mille chilometri da me e che quella settimana resterà sempre qui, mollando lavoro e figlie per starmi vicino, non certo senza difficoltà.

Ho un fidanzato che mi ama in modo incondizionato e assoluto, che vuole che io stia bene, che si preoccupa per me, che fa di tutto per non trasmettermi la sua ansia e le sue paure.

Ho un fidanzato che si commuove quando suono, che mi incoraggia con la fotografia quando non mi sento più ispirata proponendomi progetti sempre nuovi e particolari, che gioisce di una mia idea anche se questa non porterà denaro, solo perché pensa che sia una bella intuizione, e perché viene da me, che sono la donna che ama.

Ho un fidanzato che ha sempre un abbraccio pronto ad accogliermi, mani grandi che mi avvolgono, mi stringono e mi scaldano, uno sguardo pieno di amore e un sorriso che mi illumina anche se solo lo intravedo.

Ho un fidanzato che è il mio compagno di viaggio e di sogni, sempre pronto a partire per nuove avventure, valigia in una mano, macchina fotografica nell’altra.

Ho un fidanzato che è divertente come nessuno che conosca, che mi fa ridere fino alle lacrime, che ha una morale rigorosa, ma è tollerante e non giudica mai senza conoscere bene persone e situazioni. Un uomo passionale, ma che non perde il controllo e non si consuma rimuginando su problemi reali o immaginari.

Ho un fidanzato che per me è il più bello del mondo, e l’attrazione che ho per lui è sconfinata e incommensurabile.

Ho un fidanzato che non ha nessuna fede calcistica, e anche questo non è poco.

Ho ricominciato a suonare, per me stessa e non per lavoro, ho realizzato il mio sogno con la fotografia, e ho ripreso a insegnare.

Non sono io che ho cercato gli allievi, sono loro che sono venuti da me, e vedere di nuovo quelle manine piccole e morbide sulla tastiera, ascoltare quelle vocine che cantano, che mi raccontano, sentire la loro risata cristallina quando dico qualcosa di divertente, è per me nuova gioia e vita che ricomincia.

E un cerchio che si chiude, ma non del tutto, perché sono sicura che tante cose belle devono ancora sorprendermi in questa vita, e io, curiosa come i miei bambini, sono qui che le aspetto.

Leonie

Quando aspettare è anche sperare

Sono di nuovo qui, dopo una lunghissima assenza. Sembrano così lontani i giorni della nostra vacanza a due nell’isola che è anche casa, giorni di sole e di vento, di noi che giriamo in bicicletta per i bastioni, sulla via del mare, alla ricerca del tramonto, in gita all’isoletta dal mare che così azzurro non l’ho mai visto, e poi alla presentazione di due libri: il primo di una mia amica, esordiente, il secondo dell’amica di infanzia di mia mamma, una delle più conosciute scrittrici per l’infanzia, che mi ha stretto le mani con affetto e mi ha baciata, dandomi appuntamento al prossimo anno, magari per cenare tutti insieme, occhi sorridenti e parole che mi hanno scaldato il cuore ed emozionata, io che sono cresciuta con i suoi romanzi e che ho sempre sentito parlare di lei come la fiera bambina che giocava con mia madre, bimba temeraria e avventurosa, caratteristiche a cui è sempre rimasta fedele, in tutta la sua vita.

Sono stati giorni in cui ci siamo finalmente ritrovati, io e lui, e in cui ho iniziato a riprendermi dalla stanchezza, soprattutto mentale, di questa incandescente e lunghissima estate. I figli non ci sono mancati, forse noi a loro un po’ di più, ma era ormai ora di tornare quando sono iniziate le telefonate più lunghe e chiacchierine, e non ce ne siamo fatti alcun problema. Ci sentivamo pronti e rigenerati.

Poi è arrivato settembre, e il nuovo inizio di tutto. Lavoro, scuola, sport, routine che rasserena, fresco che ridà vita.

Tutto tornato al proprio posto.

Il mio bambino sempre più biondo ha iniziato la terza elementare, così come la piccola del mio fidanzato, mentre la grande è in prima media e sembra molto felice ed entusiasta della nuova scuola. 

Noi grandi siamo riusciti a fare anche un’altra capatina sull’Isola per un week-end lungo, ed è stato ancor più bello perché non era più estate, non c’erano quasi più turisti, a parte qualche nord europeo e noi. Faceva pure freddo, ma la città, il mare, tutto era silenzioso, rilassante, i nostri ritmi rallentati, le attività ridotte ai minimi termini.

Abbiamo dormito come non mai, abbiamo riso a crepapelle, abbiamo chiacchierato, ci siamo concessi un paio di cene fuori, e poi siamo tornati a casa.

E qui l’imprevisto, proprio quando pensi che finalmente ti sei ritrovata e che va tutto bene, che hai mille progetti che ti entusiasmano e che vuoi realizzare presto, che la tua vita scorre tranquilla, tuo figlio è un amore, tu sei felice, innamorata come non mai e sei contenta perché questa felicità te la sei anche un po’ sudata e quindi sì, molli tutte le tue difese, le tue paure e hai voglia di godertela in pace.

Succede che hai fatto delle analisi perché durante i tre mesi estivi non sei stata molto bene, ti sono successe delle cose un po’ strane, e quando le ritiri un valore è altissimo, ma non alto in modo normale, è davvero troppo troppo alto. Succede che a partire da questo valore si prospettino varie possibilità, di cui la più brutta non è orribile né, diciamo, eterna, ma tu speri che non se ne avveri neanche una, però devi aspettare perché quello che i medici ti consigliano è di ripetere l’esame perché un valore così alto non si è quasi mai visto e forse c’è un errore, e quindi fra pochi giorni lo ripeti e da lì si capirà come procedere.

Io non voglio essere preoccupata, perché il peggio che può accadere non è grave, anche se non è bello. Mi angoscia molto ricadere, dopo i lunghi anni dell’infertilità, in una spirale di esami, anche invasivi, analisi, medici, diagnosi e cure. Non ne ho più voglia. Ma si sa, non decidiamo noi, e quello che a un certo punto si vorrebbe può essere molto diverso da quello che ci attende.

Così sospendo ogni giudizio, cerco di non pensarci e di vivere come se questo non stesse capitando a me, tanto più di così non posso fare. In spagnolo esperar è evocativo di attesa e di speranza, un unico verbo per due concetti che sono legati indissolubilmente. Posso solo attendere e vedere che cosa ho, sperando nell’errore di laboratorio.  Voglio essere positiva, qualunque cosa sarà la affronterò, e tanto presto o tardi sarà solamente un ricordo lontano.

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Into the wild

È l’ultima notte nella minuscola casina bianca sita nella riserva marina protetta, a cinque minuti a piedi da un mare meraviglioso.

I giorni sono volati, e posso dire che è stata veramente vacanza, per me e per tutti i componenti di questa strampalata famiglia, che io nei momenti di crisi mi rifiuto di definire tale, ma che in realtà lo è, e lo è eccome.

Il discorso schiaffo (vedi post precedente) è stato brillantemente chiarito e archiviato, prima dal mio compagno di vita in una telefonata con ex e le due figlie in viva voce, in cui la piccina è stata messa di fronte alle sue responsabilità, e la ex umiliata in quanto superficiale e cattiva, e poi da me.

Un paio di giorni dopo le bimbe sono tornate da noi, mi sono corse incontro ubriacandomi di parole e sorrisi, affettuose anche più del solito, e io ho approfittato di un momento in cui la piccola mi si è avvicinata sorridente con la bici, per parlarle a quattr’occhi.

Ho esordito dicendole che le voglio molto bene, come a una nipotina (mai sia che se avessi detto “figlia”, presto avremmo ricevuto sms intimidatori della serie “La madre sono solo io!!!”), e che se davvero aveva pensato che le avessi tirato uno schiaffo anziché un buffetto sulla manina per toglierla dalla bocca mentre facevamo la foto e ridevamo tutti insieme, allora mi sarei sentita troppo dispiaciuta per lei e per quello che avrebbe provato in quel momento (discorso furbino, lo so, concedetemelo).

Poi una serie di varie ed eventuali sulla sincerità e sull’essere sempre trasparenti e leali fra noi, come era successo anche con la sorella (la quale chiaramente si era subito messa seduta vicino a noi a sentire) nella precedente vacanza: ci si era mandate a quel paese e la sera però avevamo fatto pace e tutto era finito a tarallucci e vino.

La grande rideva e confermava: “Vero, vero!” E giù occhiolini e sgomitate, da amica ad amica.

Con lei è amore dichiarato, senza se e senza ma.

Qualche giorno dopo ci siamo trasferiti qui. In questa piccolissima casina con un grande spiazzo davanti, con tavolo, sedie, una sdraio, tenda per il sole, cucina in un adiacente casottino, e doccia esterna. Una grande pianta di lavanda (deve essere il mio destino), muretti bianchi, altre piante fra cui oleandri, gerani, e citronella.


Attaccato al nostro, un monolocale gemello abitato da un padre lombardo separato con due figli neanche a farlo apposta dell’età dei nostri.

Sono stati giorni gioiosi, in cui non ci siamo fatti mancare nulla, compresi 5 giorni su 10 senza corrente elettrica perché qualcuno ha pensato di rubare un chilometro e mezzo di cavi di rame della rete aerea Enel, e non è stato facile riparare il guasto.


Immagino che sia difficile da credere, ma i giorni più belli e rilassanti sono stati per me proprio quelli senza luce. Frigorifero a parte, che è una gran rottura più che altro perché era complicato cucinare e conservare, abbiamo vissuto con i ritmi della natura.

La sera quando faceva buio avevamo delle piccole torce, ma piccole piccole, e con quelle si faceva tutto. Si chiacchierava intorno al tavolo mettendo un’insalatiera bianca su un bicchiere posizionato su una torcia, e si creava una lampada, andavamo a letto presto, ci svegliavamo altrettanto presto, e si arrivava in spiaggia in orari in cui non c’era quasi nessuno.

La notte, sopra di noi, un cielo illuminato solo da miriadi di stelle, anche cadenti. Io e lui ad osservarle sulla sdraio in giardino mentre i bambini dormivano.

Bellissimo.

Abbiamo preso il sole nelle giuste ore, diventando tutti nerissimi, e persino il mio bambino catarifrangente da quanto è bianco di pelle, adesso ha il segno del costume e mi sembra così strano!

Io, che non dormo la notte se prima non leggo, ho risolto iniziando “La storia” di Elsa Morante che mi ero scaricata sull’iPad prima di partire, pensando che non sarei riuscita mai a leggere su tablet piuttosto che su carta. Invece, non avendo alternative, ho abbassato al massimo la luminosità e mi sono goduta, nel buio pesto delle notti di campagna, la lettura di questo bellissimo romanzo.

Abbiamo vissuto sempre all’aperto: la mattina in spiaggia, poi doccia esterna e fredda per tutti, pranzo in giardino e, nelle ore più calde, prima compiti, poi agguerritissime partite a Monopoli, carte o altri giochi da tavola tutti insieme, anche con i vicini di casa. E forse questi momenti sono stati fra i più divertenti della vacanza.

Abbiamo riso, combattuto, c’è chi ha cercato di barare ed è stato scoperto, chi, avido, non guardava in faccia nessuno pur di comprare, costruire, riscuotere, chi faceva investimenti alla caz di cane e alle aste offriva più denaro di ciò che possedeva e quando si ritrovava a vincerle era costretto a vendere alla banca dei terreni… Mi sono divertita tanto anche a osservare come ragionavano questi bambini, tutti tra gli 8 e i 12 anni, intravedendo un po’ il loro futuro di ragazzi e di uomini, in qualche caso sperando che non fosse proprio così come sembrava, sempre sorridendo e pensando che queste sono alcune fra le cose belle dell’avere figli di questa età, io che temevo tanto la loro crescita e l’adolescenza.


Mi accorgo che adesso mi spaventa molto meno, perché ho imparato a conoscerli e a capire di loro tanti meccanismi: alla fine fanno tanta tenerezza perché da un lato sono piccoli e vorrebbero pure continuare a esserlo, dall’altro sono già grandi ed è troppo bello vedere che ci ragioni, che ti capiscono e che hanno, a momenti, gesti maturi e complici con te che sei l’adulto.

E che dire del tardo pomeriggio, quando noi andavamo in spiaggia fino a quasi il tramonto, e tutti tornavano indietro? La spiaggia tutta nostra, bagni infiniti, mare caldo e pulitissimo,  abbiamo giocato ore e ore col frisbee ad anello tanto che alla fine ci guardavano tutti tanto eravamo bravi. Tanti bambini, anche sconosciuti, si sono uniti a noi incuriositi. E il tempo è sempre volato.

La famiglia componibile non si è scomposta mai, neanche di fronte alle avversità dovute al distacco dalla corrente elettrica, agli incontri molto ravvicinati con ragni grandi quanto il mazzo di carte, viscidi millepiedi, qualche scarafaggio, e a una lotta impari a colpi di Cif spray con le formiche in cucina (lotta perdutissima: mai visto formiche così determinate e organizzate come quelle di campagna).

Siamo stati felici, felici e basta. Qualche arrabbiatura di lieve entità con i propri figli, io un paio di giorni col mio un po’ difficili per dei suoi modi sgarbati (e lì mi tocca dire che si è fatto molto influenzare dai milanesi vicini, che si mandavano affanculo ogni mezz’ora, fratello con sorella, figli col padre, padre coi figli, era proprio il loro modo di comunicare, perché a quanto pare si vogliono molto bene), ma rientrato tutto abbastanza velocemente.

Non ho sofferto di mancanza d’aria da troppa famiglia, e anche questo è strano e indicativo del mio stato di benessere di questa vacanza.

Ho avuto un paio di momenti in cui ho tentato di cogliere l’attimo e andarmene da SOLA in spiaggia a leggere (sempre quando il Monopoli si prolungava oltre le 17, cominciando dopo pranzo), ma sono stata regolarmente e rapidamente intercettata da una delle due bimbe “Aspetta! Vengo con te, ho proprio voglia di farmi un bel bagno!”
Ah. Ok, vieni, non disapprovo

E giù chiacchiere, ancora chiacchiere, bagni insieme, baci (ebbene sì, la grande ogni tanto viene e mi bacia, e io mi commuovo e penso che sia un miracolo), confidenze, frisbee (“Chiara ti devo allenare, così vedrai come diventiamo sempre più brave” “Veramente pensavo di legg… però sì, hai ragione, fammi un bell’allenamento che poi vedranno papà e gli altri come sono diventata brava”) e ancora frisbee…

Domattina tutto questo finisce. Si fanno i bagagli e ci si prepara per la terza e ultima parte della nostra lunga estate. Quella senza figli. Ancora un giorno e saremo soli.

Ce n’è molto bisogno, moltissimo, a questo punto.

Ho già un po’ di magone perché starò senza il mio piccoletto per lunghi 15 giorni, ma lui sarà col padre ancora al mare e si divertirà: me lo devo far passare e anche in fretta.

Io e il mio meraviglioso fidanzato abbiamo tanto da fare, da ora a fine agosto, e allora chiudiamo gli occhi e tuffiamoci senza più pensieri nel nostro prossimo futuro, che sarà emozionante e ricco come sempre di solo cose belle.

Ps. La televisione c’era, il proprietario l’aveva posizionata su un comodino.  Non abbiamo fatto in tempo ad entrare il primo giorno, che il mio uomo l’aveva già  nascosta in cima all’armadio. Nascondiglio ovviamente subito scoperto dai bambini ma abbiamo inventato loro che era rotta. (Solo una volta hanno chiesto come mai quella dei vicini invece funzionava, poi si sono arresi)

TORRE

Si naviga a vista.

Siamo di nuovo tutti insieme, nella città del sud, in attesa di trasferirci per una decina di giorni nella riserva marina, udite udite, in un monolocale tutto bianco, nella campagna assolata, fra alberi di fico grandissimi,  alberi di pesche, campi di pomodori, e ortaggi di tutti i tipi che i contadini vendono ai lati della strada sterrata.

In 5 in un monolocale, una bella prova eh?

Però questa casina è all’interno di un giardino, con tavolo e sedie fuori, tenda per il sole e cucina esterna, in un’altra costruzione sempre lì dentro, cosa che trovo al momento comoda perché non avremo odori dentro e chi si alza per primo potrà uscire a farsi il caffè senza svegliare tutta la banda.

Saremo a 5 minuti a piedi da una delle spiagge più belle della zona, che sì, sarà affollatissima, ma noi, potendo andare avanti e indietro, avremo anche meno il problema dell’ombrellone, del posto, di dove piazzarci.

Credo che ci vorrà tanto spirito di adattamento (di cui sono notoriamente poco dotata, cioè, mi adatto ma soffro), non so se sarà caldissimo, ma forse la notte meno che in città, non so come saranno le nostre giornate, ma adesso ho voglia solo di essere positiva.

Ho passato ieri e oggi un po’ come un’anima in pena, stravolta dal caldo e dalle preoccupazioni, quando in realtà non è successo niente di niente, anzi, solo cose belle e positive, perché i bambini sono stati degli angeli (quasi angeli), siamo riusciti a fare una gita in una baia meravigliosa con degli amici del nord che si trovavano in vacanza là, anche loro con figli, e quindi finalmente siamo riusciti a trascorrere una giornata di mare in grazia di Dio senza stare fissi con i nostri attaccati alle calcagna.

Nonostante tutto, mille presagi oscuri si manifestavano nella mia mente su come sarebbe stata questa metà di agosto fissi con i bambini, col terrore degli sbalzi di umore dell’adolescente, dei miei di conseguenza, di non riuscire a trovare momenti per noi due, un senso di soffocamento e un desiderio di addormentarmi sotto l’aria condizionata per svegliarmi solo il 14 di agosto.

Invece, come sempre, i fatti mi stanno smentendo. Mi devo dare pace: va tutto bene. E, vedendo e sentendo anche altre esperienze di famiglie ricomposte, mi rendo conto che davvero qui non ci sono problemi.

A parte quelli della semplice quotidianità: e quindi gli orari diversi, le abitudini diverse, le esigenze diverse, i diversi modi di essere genitori; abbiamo, credo, rispetto a una famiglia tradizionale, qualche complessità in più, ma che si affronta, se non si perde la testa.

Il mio equilibrio, quando arriva il panico, lo devo tutto a lui. Al mio compagno, al mio amore, che mi ama e mi prende così come sono, che sa che, soprattutto d’estate a fronte di lunghi periodi insieme, io spesso penso che non ce la farò mai ad arrivare a settembre viva, e riesce sempre con una dolcezza, una calma, una pazienza, una forza d’animo davvero non comuni, a sollevarmi dall’angoscia, a darmi coraggio, a lasciarmi i miei spazi per scrivere, riposare, rimuginare, ritrovare infine, da sola, la positività che ogni tanto va perduta. A lui devo tutto.

E anche ai bambini, sapete?
Perché a volte mi vedono sparire in camera mia, computer e tavoletta grafica sotto il braccio, con la scusa che devo lavorare un po’, e secondo me, ora che mi conoscono, hanno capito che in quei momenti sono arrivata, e nonostante tutto mi amano, mi vogliono bene,  e quando riemergo vengono a chiacchierare con me e mi raccontano le loro cose, mi fanno vedere i video che hanno fatto (pure carini oltretutto, non i soliti filmini noiosi che fanno a quest’età i ragazzini, sono molto creativi e pure spiritosi).

L’altra sera, insieme agli amici dopo la giornata al mare, mi sono presa in un negozietto di quelli che fanno le scarpe in cuoio a mano, dei sandali bassi color testa di moro alla schiava, molto belli e di classe, semplicissimi, con due fibbiette laterali appena sopra la caviglia, e la grande mi ha sussurrato: “Io da papà non ho neanche un paio di sandali”.

Le ho chiesto se ne volesse un paio di quelli del negozio, io stessa già ne avevo ai piedi alcuni che uso da anni per andare in spiaggia, in cuoio ma chiari, pur non sapendo bene se le sarebbero potuti piacere, dato che la madre è una persona dal gusto, diciamo, opposto al mio. E opposto non è un eufemismo.

Volete sapere cosa ha scelto e cosa porta da ieri senza mai toglierli dai piedi? Eccoli qua. E la foto delle “gemelle di scarpe” l’ha voluta fare lei.

Sandali