Fasi e oscillazioni nella famiglia allargata 

Per la prima volta stanotte una delle due bambine è rimasta qui con me sebbene il padre stamattina entrasse a lavorare prestissimo.  La grande è andata a dormire da un’amica,  hanno solo 12 anni ma per loro prima delle 2 non si dorme: si fanno video, si chiacchiera, si gioca col telefono. Abitudine malsana ma d’altronde non sono io la loro madre.  Il padre poco può fare,  standoci di meno. 

Così i due piccoli sono rimasti con me ed è un sogno. Hanno dormito tutta la notte e fino a tardi: alle 9 si sono svegliati, hanno trovato tutto apparecchiato e le piadine con la cioccolata pronte, abbiamo chiacchierato dei loro sogni e di cosa avremmo fatto oggi, poi mi hanno aiutata a sparecchiare (cosa che quando c’è il papà non fanno!) e si sono lavati e vestiti.  Una meraviglia. 

Adesso è un’oretta che giocano insieme io non li sento.  Ho potuto prepararmi, iniziare a lavorare e fare una seconda colazione in silenzio leggendo le notizie. 

Ecco. Tutto questo con la figlia grande sarebbe stato impossibile. Perché sarebbe stato tutto un “chiara guarda questo video!!!” (l’orrore di YouTube e soprattutto degli YouTuber, che sono i loro indiscussi miti), guarda questo tutorial per fare una cover con gli smalti,  senti questa canzone,  senti questo cosa dice, ahahahaha,  guarda questa parodia, guarda me è i miei amici del mare cosa abbiamo filmato… ” e giù,  due ore di filmini inutili e stupidi.  (ma sì, non è politicamente corretto ma diciamolo!)

Io non sono per lei,  come invece per i piccoli, una figura grande, una mamma e una vice mamma: sono un’amica, e questo a volte è lusingante e mi fa capire che sto lavorando bene con queste figlie,  altre è sfinente, perché mi fagocita a tal punto che non più tempo per niente e per nessuno. La sorellina si sente trascurata,  mio figlio non ne parliamo (e fin qui pace), il mio lavoro addio. 

Tutto questo per dire che nella famiglia allargata, ma forse in tutte le famiglie, si va un po’ a fasi, e io ora sono nella fase che ho fatto carte false perché la figlia grande restasse pure a pranzo dall’amica,  ma invece tornerà qui,  e l’amica pure.  E sarà tutto un video

Si naviga a vista.

Siamo di nuovo tutti insieme, nella città del sud, in attesa di trasferirci per una decina di giorni nella riserva marina, udite udite, in un monolocale tutto bianco, nella campagna assolata, fra alberi di fico grandissimi,  alberi di pesche, campi di pomodori, e ortaggi di tutti i tipi che i contadini vendono ai lati della strada sterrata.

In 5 in un monolocale, una bella prova eh?

Però questa casina è all’interno di un giardino, con tavolo e sedie fuori, tenda per il sole e cucina esterna, in un’altra costruzione sempre lì dentro, cosa che trovo al momento comoda perché non avremo odori dentro e chi si alza per primo potrà uscire a farsi il caffè senza svegliare tutta la banda.

Saremo a 5 minuti a piedi da una delle spiagge più belle della zona, che sì, sarà affollatissima, ma noi, potendo andare avanti e indietro, avremo anche meno il problema dell’ombrellone, del posto, di dove piazzarci.

Credo che ci vorrà tanto spirito di adattamento (di cui sono notoriamente poco dotata, cioè, mi adatto ma soffro), non so se sarà caldissimo, ma forse la notte meno che in città, non so come saranno le nostre giornate, ma adesso ho voglia solo di essere positiva.

Ho passato ieri e oggi un po’ come un’anima in pena, stravolta dal caldo e dalle preoccupazioni, quando in realtà non è successo niente di niente, anzi, solo cose belle e positive, perché i bambini sono stati degli angeli (quasi angeli), siamo riusciti a fare una gita in una baia meravigliosa con degli amici del nord che si trovavano in vacanza là, anche loro con figli, e quindi finalmente siamo riusciti a trascorrere una giornata di mare in grazia di Dio senza stare fissi con i nostri attaccati alle calcagna.

Nonostante tutto, mille presagi oscuri si manifestavano nella mia mente su come sarebbe stata questa metà di agosto fissi con i bambini, col terrore degli sbalzi di umore dell’adolescente, dei miei di conseguenza, di non riuscire a trovare momenti per noi due, un senso di soffocamento e un desiderio di addormentarmi sotto l’aria condizionata per svegliarmi solo il 14 di agosto.

Invece, come sempre, i fatti mi stanno smentendo. Mi devo dare pace: va tutto bene. E, vedendo e sentendo anche altre esperienze di famiglie ricomposte, mi rendo conto che davvero qui non ci sono problemi.

A parte quelli della semplice quotidianità: e quindi gli orari diversi, le abitudini diverse, le esigenze diverse, i diversi modi di essere genitori; abbiamo, credo, rispetto a una famiglia tradizionale, qualche complessità in più, ma che si affronta, se non si perde la testa.

Il mio equilibrio, quando arriva il panico, lo devo tutto a lui. Al mio compagno, al mio amore, che mi ama e mi prende così come sono, che sa che, soprattutto d’estate a fronte di lunghi periodi insieme, io spesso penso che non ce la farò mai ad arrivare a settembre viva, e riesce sempre con una dolcezza, una calma, una pazienza, una forza d’animo davvero non comuni, a sollevarmi dall’angoscia, a darmi coraggio, a lasciarmi i miei spazi per scrivere, riposare, rimuginare, ritrovare infine, da sola, la positività che ogni tanto va perduta. A lui devo tutto.

E anche ai bambini, sapete?
Perché a volte mi vedono sparire in camera mia, computer e tavoletta grafica sotto il braccio, con la scusa che devo lavorare un po’, e secondo me, ora che mi conoscono, hanno capito che in quei momenti sono arrivata, e nonostante tutto mi amano, mi vogliono bene,  e quando riemergo vengono a chiacchierare con me e mi raccontano le loro cose, mi fanno vedere i video che hanno fatto (pure carini oltretutto, non i soliti filmini noiosi che fanno a quest’età i ragazzini, sono molto creativi e pure spiritosi).

L’altra sera, insieme agli amici dopo la giornata al mare, mi sono presa in un negozietto di quelli che fanno le scarpe in cuoio a mano, dei sandali bassi color testa di moro alla schiava, molto belli e di classe, semplicissimi, con due fibbiette laterali appena sopra la caviglia, e la grande mi ha sussurrato: “Io da papà non ho neanche un paio di sandali”.

Le ho chiesto se ne volesse un paio di quelli del negozio, io stessa già ne avevo ai piedi alcuni che uso da anni per andare in spiaggia, in cuoio ma chiari, pur non sapendo bene se le sarebbero potuti piacere, dato che la madre è una persona dal gusto, diciamo, opposto al mio. E opposto non è un eufemismo.

Volete sapere cosa ha scelto e cosa porta da ieri senza mai toglierli dai piedi? Eccoli qua. E la foto delle “gemelle di scarpe” l’ha voluta fare lei.

Sandali

Non sono tipi da miniclub. (E qualcosa è cambiato)

Siamo a fine luglio ormai e, nel mio conto alla rovescia perché l’estate finisca (sono notoriamente amante del fresco e dei mesi autunnali), posso dire che anche la vacanza tutti insieme nell’hotel 4 stelle all inclusive, è andata.

Non proprio come c’eravamo immaginati, ma il bilancio è comunque positivo.

Siamo partiti io e il mio bambino dal nord e loro dal sud, per raggiungere la località marina a metà strada, non propriamente il mare che amiamo noi, ma il rapporto qualità-servizi-prezzo era allettante, come lo era il fatto che questo hotel avesse il mini club, perché –illusi– eravamo convinti che ci saremmo ritagliati molti momenti io e lui da soli, mica per fare grandi cose (che non avremmo disdegnato comunque, eh), ma anche solo per chiacchierare, riposarci, leggere un po’, stare semplicemente in silenzio.

Nella realtà, fin dal primo giorno ci siamo resi conto che tutto quello che avevamo immaginato sfumava di fronte a un semplice dato di fatto: i nostri bambini dapprima timorosi (“papà, posso qualche volta non andare al miniclub se non mi va?”), poi categorici (animatrice all’accoglienza: “Volete venire al miniclub?” “NO”), hanno deciso che non sarebbero mai andati insieme ai loro simili al miniclub. E neanche allo junior club, dove li avrebbero anche accolti nonostante partisse dai 12 anni.

Rassegnati all’evidenza, e non dico lusingati, ma consolati dal pensiero che per loro la cosa più bella fosse stare con noi 24 ore su 24 a giocare, chiacchierare, fare domande, rompere, abbiamo sperato almeno di riposarci la notte, ma i tre bambini, nonostante schifassero il miniclub, avevano, le femmine, un innamoramento per una delle animatrici, il maschio, che di per sé sarebbe uno tranquillo e un dormiglione, il desiderio di vedersi tutti gli orrendi spettacoli che l’animazione organizzava neanche presto: dalle 22 in poi. Desiderio che si coniugava perfettamente con quello delle bambine.

Inutile far notare loro che dalla mattina alle 8 facevamo insieme miliardi di cose fra bagni in piscina, gare di tuffi, di apnea, tornei di freccette, biliardino, bocce, noleggio di risciò e biciclette subito dopo cena, con tanto di pedalate con 33 gradi umidi per l’infinito lungomare della località di vacanza, gite in montagna nel famoso e bellissimo parco nazionale: loro la sera volevano vedere gli spettacoli, che era roba che coinvolgeva anche il pubblico tipo “Scommettiamo che”, il gioco dei pacchi e simili. Qualche volta li abbiamo dovuti accontentare, pensando è estate, è la loro vacanza, sono piccoli e quindi sono scemi, è normale che gli piacciano queste serate di -diciamo- grottesco varietà, e così il mio paziente fidanzato è andato con loro, mentre io salivo in camera e provavo a dormire (inutilmente perché colpita da una strana forma di insonnia nervosa).

Altre abbiamo tenuto duro avvertendo fin dalla mattina che la sera avremmo preso le bici, saremmo andati alla sagra di paese, ma lo spettacolo NO, di non polemizzare né protestare perché non ce li avremmo portati.

Avvertenza che funziona alla perfezione con due bambini di 8 anni, ma avete provato a far patti con un’adolescente?

Adolescente che ha alternato momenti di dolcezza estrema, confidenza, maturità e affettuosità uniche, a sbalzi di umore che neanche io in sindrome premestruale (e non oso immaginare come sarà lei quando arriverà il suo momento!).

E un dopo pranzo afosissimo, in cui stazionavamo nella hall sotto l’aria condizionata, e i piccoli facevano i compiti, nella famiglia componibile per la prima volta si è rotto un tabù.

E’ successo che quel giorno all’adolescente era uscito un’esantema sulle cosce, e nessuno di noi si è preoccupato perché un paio di settimane prima la sorella aveva avuto la 5a malattia, con relativo esantema che è comparso ogni giorno in una zona diversa fino a scomparire completamente in qualche giorno e anche più, quindi non abbiamo dato alcuna importanza alla cosa.

Noi due, il genitore e la fidanzata del genitore, io.

Lei ha deciso che tutti l’avrebbero guardata e avrebbero riso del suo esantema (che detto fra noi neanche si notava, dovevi proprio andarci vicino), a pranzo non si è mossa dal suo posto coprendosi con la tovaglia, dopo pranzo l’ho portata su in camera e le ho spalmato una crema antistaminica tanto per tranquillizzarla (essendo soggetto allergico, il padre aveva pensato anche a una qualche allergia), lei docile si è affidata a me e se l’è fatta spalmare ovunque avesse le macchie senza vergogna (cosa che mi ha colpita molto e mi ha fatto capire quanto sia legata a me, essendo loro due bambine molto pudiche e riservate riguardo all’intimità e alla confidenza), l’ho consolata, l’ho rassicurata che non si vedeva nulla davvero, e siamo tornate giù.

Tutti insieme a un tavolino della hall, i piccoli silenziosi che studiavano (o facevano finta), io che desideravo solo dormire (con la mia media di poche ore per notte dei primi giorni), lei, annoiata, ha chiamato la madre, e quando ha chiuso ha sentenziato:

Da oggi non posso più prendere il sole né lavarmi col sapone, l’ha detto la mamma

Io e lui ci siamo guardati, complici, e abbiamo cercato di andarci piano, senza comunque prevedere la tragedia che sarebbe successa entro pochi minuti.

Il padre l’ha assecondata, dicendole va bene, non prenderai il sole, invece di andare in piscina andremo nella saletta dove fanno i tornei e staremo là, ma questo evidentemente non è bastato. Ha iniziato a dire che sarebbe arrivata al primo giorno di scuola media bianca perché non avrebbe più preso il sole, e io a rassicurarla siamo a luglio, mancano due mesi all’inizio della scuola, vuoi mettere quanto sole prenderai? Finita la malattia poi vai al mare quanto ti pare, ci abiti anche! 

– Ah, non può ritornare la 5a malattia? – No, stai tranquilla, viene solo una volta -Evvai! Non torna, meno male perché non ne posso già più. Comunque adesso non mi posso lavare eh, quindi la doccia non la faccio.

Allora. Chi ha figli adolescenti, o si ricorda come è stato, saprà quanto è acre e nauseante l’odore di ascella di bambina quasi donna, ci siamo passati tutti, io mi ricordo che mi lavavo addirittura due volte prima di mettere il deodorante.

Lei è perfettamente consapevole di questo e fino a un mesetto fa erano docce mattina e sera, adesso, come dovremmo capire che funziona a quest’età, tutto al contrario: non ci si lava più.

Abbiamo, con tutto il tatto possibile in questa vita, provato a dire: vabbé, almeno lavati a pezzi, poi ti dai una sciacquata sotto la doccia…

– NOOOO!! Perché poi va il sapone comunque dove ho l’esantema quando mi sciacquo!! (alterazione lieve)

Silenzio nostro. (i piccoli non pervenuti)

Tanto la mamma prima di partire mi ha messo un deodorante che dura 7 giorni, quindi posso anche non lavarmi!

Ora, io ammetto di essere un po’ intollerante nei confronti delle cazzate, e questa del deodorante che dura 7 giorni, che è dai miei tempi che esiste e che fa pure male, è una di queste. Nonostante tutto, con una calma zen e un tono neutro (non pensasse mai volessi contraddire la madre) le ho spiegato il concetto di questo deodorante: non è che non ci si lava per una settimana, ma non c’è bisogno di ridarselo, però lavare ci si lava, altrimenti non funziona.

Il mio fidanzato deve aver annuito, credo, o con la testa, con lo sguardo, o dicendo è vero, non lo so perché da quel momento è stato come se un terremoto avesse aperto una voragine sotto i nostri piedi: lei è scattata urlando qualcosa come: “Ecco!! Adesso io devo usare il sapone per forza, voi volete che io non guarisca mai più!! Mi terrò queste macchie per sempre!” davanti a tutta la hall, cambiando poltroncina e andando a sedersi da sola più avanti.

Ecco. Io non so come mai, non lo so davvero, ma in un nanosecondo ho sentito un CRACK e ho rotto gli argini.

Io, proprio io che ho sempre professato che ai figli del proprio compagno non si deve dire nulla, che le cose gliele deve dire lui, che ognuno ai propri bambini, perché poi si rompono gli equilibri, perché poi la loro madre si mette a mandare messaggi polemici a lui e non è giusto, ecco, tutti questi miei incrollabili principi sono andati a quel paese e la mia natura, così abilmente controllata, di impulsiva, è venuta fuori senza che volessi minimamente neanche provare a fermarla.

Sapete che c’è? Mi sono rotta le palle, mi avete rotto tutti quanti: stiamo dalla mattina alla sera dietro a voi, ai vostri capricci, alle vostre richieste, alle vostre lamentele, alle vostre paranoie, tutto il giorno a gestire tutti voi, ora basta. Cosa avevo detto di male? Che quel deodorante lo dice anche la pubblicità che non sostituiva l’acqua e sapone? Io me ne esco, vado a comprare quei prodotti per i miei capelli e vi dirò di più, mi faccio anche una piega e torno direttamente stasera, cosa pensate di esistere solo voi? Noi dobbiamo misurare ogni parola che diciamo e voi potete fare e dire quello che vi pare?

Un fiume in piena. Non so neanche se ho detto proprio queste cose e in questo modo. So che ero fuori di me dalla rabbia.

Tutta quella rabbia che evidentemente se ne stava repressa in chissà quale angolo di me e da quanto tempo.

Sono salita in camera, ho fatto la doccia, e con 36 gradi alle quattro del pomeriggio ho preso la macchina, impostato il navigatore e guidato tanto per raggiungere la città vicina e il parrucchiere che cercavo, sperando di calmarmi. Ho comprato i prodotti ma non ho fatto nessuna piega, con quel caldo sarebbe stato inutile, e poi avevo voglia di guidare ancora, di starmene in giro per cercare di sbollire e di capire che diavolo era successo, quali sarebbero state le conseguenze, era importante ritrovare lucidità prima di tornare.

Nei dintorni c’era un outlet. Ho pensato che ci sarei andata e mi sarei consolata facendo shooping sfrenato ai saldi.

E fanculo tutta la famiglia.

Invece.

Invece sono entrata, io e poche altre anime che con quel caldo si aggiravano per negozi forse più in cerca di refrigerio che di affari, e ho visto un negozietto di occhiali da sole che in vetrina ne aveva di troppo carini per bambini. A un prezzo a cui non si poteva proprio dire di no. Ho preso tre paia di occhiali pensando a ognuno di loro, alla forma del viso, alle preferenze di colore e di genere, sono stata là dentro tanto tempo e mano mano che immaginavo questi nostri figli con i nuovi occhiali, loro che non ne hanno mai avuti e a volte usano i nostri per divertirsi, ritrovavo un po’ di pace. Ho chiacchierato con la commessa che ha fatto di tutto per farmi tre bustine regalo, lei che non ha materiali per pacchetti, ma ha compreso l’importanza che aveva per me quel piccolo pensiero.
E non era un regalo riparatore, assolutamente. Neanche per un attimo l’ho pensato.

Ho poi continuato a girare per un altro paio di ore, mi sono presa due cose per me che desideravo da tempo e che non riuscivo a trovare, e, prima di andare via che ormai era quasi l’ora di cena, ho trovato un negozietto per bambini che svendeva (regalava) tutto a 5 euro al pezzo.

Inutile dire che in macchina avevo alla fine tante buste, di cui una enorme di magliette e pantaloncini (le gonne non le vogliono più, dice che non si usano) per tutti.

Arrivata in hotel quasi non avevo il coraggio di salire. Ero calma ma impaurita. Come li troverò? Come LA troverò?

Invece appena sono entrata mi sono corsi incontro, tutti e tre, e mi hanno abbracciata.
L’ho buttata sul ridere: guardate quante buste! Regali per tutti!

Si sono scaraventati sui pacchetti e non ho mai, mai, mai visto dei bambini così felici per dei semplici occhiali da sole. Carini molto, poi perfetti per i loro visini, ma ho avuto l’impressione che tutta quella felicità fosse più legata alla tensione che si scioglieva, alla ricomposizione, alla pacificazione degli animi.

Siamo andati a cena, allegramente, e quando ci siamo ritrovati tutti insieme a tavola, nel mezzo di chiacchiere e risate, la grande mi ha guardata e mi ha detto: “Comunque Chiara, scusa se prima ti ho risposto in quel modo

Giuro, il mio cuore ha saltato un battito.

Stavo per dire scusa tu amore per come ho reagito, ma poi non so, non ce l’ho fatta e non è stato per orgoglio.

Forse per un attimo, quell’attimo in cui tanti genitori si chiedono cosa devono rispondere e hanno troppo poco tempo per pensarci e allora arrivano mille pensieri e si sceglie quello che sembra meno sbagliato, ho creduto che non avrei dovuto scusarmi anche io, per non sminuire il messaggio, forte, che avevo lanciato quel pomeriggio.

E allora semplicemente le ho detto: “Non ti preoccupare, anche io ero stanca, può succedere di discutere, di non capirsi, non importa, davvero, l’importante è fare pace“.

Così abbiamo riso, mi ha raccontato che la mamma quando lei ha questi momenti va a prendere lo scudo, poi ci si è messo di mezzo anche il mio bambino che, a supportarla, ha aggiunto tutto contento che io non ho pazienza e che quando mi arrabbio esplodo, e poi abbiamo parlato di altro e la vacanza è andata avanti. Nel modo migliore. Fra confidenza e complicità crescenti, come se questo tabù che si è infranto abbia liberato tutti noi, me soprattutto, da catene e paletti invisibili.

Mi rendo conto che abbiamo ancora tanto da imparare e tanta strada da fare ma ormai solide e profondissime radici e questo è l’importante. Non è facile mettere insieme due nuclei familiari che esistevano e avevano una vita anche prima di incontrarsi, ce la stiamo mettendo tutta e i risultati, fra un litigio, uno scazzo, una risata, un compromesso e l’altro,  prima o poi arrivano.

Ah, non c’è stata nessuna ripercussione della mamma delle bambine sul mio compagno per via di questa lite. O non le è stata neanche raccontata, o lei conosce i suoi polli e quindi ha capito e bene così.

cool kids

Un’adolescente fra noi.

Sono qui al sud da 10 giorni, giorni sereni, a volte un po’ faticosi, ma belli e tutto sommato facili rispetto a un anno fa.

La più grande e ormai manifesta differenza con l’anno scorso, ma anche rispetto a pochi mesi fa, è che adesso in casa abbiamo due bambini e una adolescente. 

I piccoli sono veramente piccoli: hanno appena finito la seconda elementare, e sebbene intellettivamente avanti, emotivamente sono davvero piccini. Sappiamo che lo sviluppo cognitivo non va per forza di pari passo con quello emotivo.

La ‘grande’ a settembre andrà alle medie e a parte qualche momento in cui è la solita casinista e ancora bimba gioiosa, si sta trasformando in qualcosa che riusciamo a riconoscere solo perchè abbiamo lontana memoria di quello che anche noi abbiamo attraversato alla sua età, ma quanto è difficile, a volte, starle vicino.

Io, lo ammetto, non sono pronta.

Non sono pronta ad affrontare l’adolescenza.

Come si fa?

Oggi abbiamo trascorso tutta la giornata con i piccoli in gita a trovare dei parenti, perché la grande aveva tutto il giorno allenamenti e prove del saggio di danza.

È stato un sabato rilassante, fatto di piccole cose, di discorsi da bambini, di vocine, di perché, di addormentamenti uno sopra l’altro in macchina, di baci e abbracci coi parenti, di cibo casalingo e leggerezza.

Tornati in città, ho preparato una buona e molto appetibile cena per avere la sicurezza che tutti fossero contenti e non rompessero, avendo poche energie e poca voglia di sopportare lagne varie.

La grande è arrivata a quell’ora, si è buttata sul divano con le scarpe sul bracciolo, e si è messa a giocare, o chattare, o a fotografarsi, che ne so (mi sembro mia nonna mentre lo scrivo), col cellulare, a mala pena ciao.

Sono uscita dalla cucina con le fumanti pietanze in mano dicendo allegramente senza ancora prevedere la tragedia che si stava per compiere: “Venite a tavola, è già pronto e apparecchiato in terrazza!”

I piccoli, inutile dirlo, erano già seduti a litigare su chi per primo avrebbe avuto la prima porzione di gâteau di patate; l’adolescente, occhi e dita fissi sul cellulare, ha sentenziato: io non mangio.

Da lì in poi il tempo è come volato, il padre che cercava di farle mettere giù le scarpe dal divano, io che uscivo e mi sedevo a tavola con gli altri due che chiedevano: “Perché non mangia?” E borbottii vari di commenti e supposizioni fra loro.

Io che li zittivo. Il padre che tornava a tavola e l’adolescente da dentro casa che ci diceva: “Guardate che vi sento eh, io lo so perché fate così, papà mi odia, se qualcuno a volte non vuole mangiare voi non gli dite nulla e a me INVECE, tanto ora scrivo alla mamma se mi viene a prendere“.

Abbiamo optato per non considerarla. Fosse stata mia figlia penso che sarei impazzita davanti a tanta maleducazione. Però non so se avrei fatto bene o male.

Non lo so perché non sono pronta, perché alla fine non conosco quest’età, che si fa in questi casi?

Davanti alla più assoluta irrazionalità, irragionevolezza, a una scheggia impazzita che dal nulla decide che vuole starsene sul divano a farsi selfie e a scriversi Whatsapp con le amiche e con la madre invece di venire a tavola con noi, che si fa?

È finita che non ha mangiato, che il padre si è chiuso in cucina con lei e le ha parlato. Le ha detto che se anche fosse stata davvero troppo stanca per mangiare (giustificazione da lei addotta al suo comportamento di stasera), avrebbe dovuto comunque sedersi a tavola con noi e in ogni caso essere gentile con chi la stava aspettando e aveva preparato anche per lei.

Poi le ha riportate dalla mamma, perché questi erano i patti.

So che poi lei in macchina ha pianto, si è disperata perché si è sentita dispiaciuta e triste, si è offerta domani di venire anche se era il giorno della madre per andare al mare tutti insieme, e così probabilmente faremo.

Quando sono rimasta sola con il mio bambino, sono andata da lui che era seduto sul dondolo in terrazza e leggeva un libro, e gli ho detto: “Mi prometti che resterai sempre così? Così dolce, così educato, così bravo, così gentile? Che non ti trasformerai?”

L’ho detto serenamente, quasi scherzando, ma dentro di me avevo il tormento di una situazione che non ho idea di come affronterò quando mi toccherà.

Lui mi ha risposto: “Guarda mamma che l’ho già promesso a papà, tre volte!” (E ha fatto 3 con la manina ancora grassoccia di bambino)

E cosa gli hai promesso?” (Sorridevo)

Gli ho promesso che non sarò uno di quei ragazzini che puzzeranno, che non si vorranno lavare, che risponderanno male ai genitori, come fanno quelli di 11 anni, insomma!”

Poi l’ho messo a letto, e sono rimasta con lui un po’ a scherzare, a giocare a un gioco scemo che facciamo noi la sera e che lo fa ridere tanto. E penso che ha 8 anni, e che voglio godermi ogni singolo minuto di questa sua infanzia, perché poi passerà, e non tornerà più davvero.

adolescenza