Parigi è sempre una buona idea

Comincio il nuovo anno con una bella e sana consapevolezza, con tanta gioia e felicità perché tante cose belle stanno accadendo e sono accadute in questo mese.

Poco prima di Natale sono venuti qui a nord il mio fidanzato e la piccola, soltanto loro perché la grande aveva delle esibizioni di danza e non voleva mancare per nessun motivo.

Devo dire che né lui né io abbiamo fatto nulla per convincerla, primo perché è giusto che lei sia libera di scegliere, secondo perché sappiamo quanta passione la leghi al ballo, quanto sia brava e quanto ci tenga. Non abbiamo insistito anche perché curiosi di sperimentare la formula a 4, con i due piccoli che risentono sempre un po’ della presenza tanto ingombrante della grande.

È andata benissimo: la dolce Anna era felicissima del viaggio col suo papà in aereo all’andata e in treno al ritorno, ha giocato tantissimo con Pietro, ma proprio tanto, e senza mai litigare, li sentivamo ridere in camera come forse mai in questi anni, le brillavano gli occhi di una nuova luce, era la mia complice e la mia aiutante in casa, era ammirata dalle decorazioni natalizie che avevo messo, prendeva in braccio il mio gatto, che è quasi più grande di lei, e passava ore ad accarezzarlo, a dire che le era mancato.

L’abbiamo vista rifiorire, una tenerezza disarmante.
È buffo e insieme affascinante notare i meccanismi che legano i fratelli e le sorelle fra loro e con quelli acquisiti, le dinamiche che si creano a seconda delle ricomposizioni

Sembrava quasi più dispiaciuto mio figlio dell’assenza della sorella grande.

In quei giorni abbiamo inaugurato il mio nuovo studio fotografico, i nostri bambini insieme ai cuginetti come impazziti si sono provati tutti i costumi appesi al porta abiti dell’Ikea bianco, si sono travestiti, mascherati, abbiamo fatto centinaia di foto, sparato coriandoli e cuori, in un’euforia generale contagiosa anche per noi grandi.

Esausti, poi, siamo andati a mangiare una pizza in centro, ammirando le luminarie quest’anno ancor più belle della mia già stupenda città.

L’ultimo giorno ho chiesto alla piccina: sei contenta di tornare a casa?

Mi aspettavo una risposta affermativa, che le fosse mancata la mamma, invece mi ha risposto: insomma… no. Io stavo bene anche qui.

Li abbiamo accompagnati alla stazione, dopo una mattinata trascorsa a pattinare sul ghiaccio tutti e quattro, ci siamo abbracciati forte e baciati, e io e il mio bimbo siamo tornati a casa.

La vigilia e il Natale sono stati all’insegna del riposo e dei nostri parenti, io ho passato, lo confesso, più di qualche ora nel mio nuovo studio a pulire e a sistemare: me lo coccolo come fosse un altro figlio, ancora mancano degli accessori e dei dettagli, ma sta venendo su sempre più carino e accogliente.

Tempo qualche giorno ed è tornato su il mio uomo. Da solo.

Quest’anno non ci spettavano i bambini, avendoli avuti in esclusiva una settimana l’anno scorso, e così abbiamo deciso di stare da me senza fare niente di niente.

In realtà non era neanche arrivato che la stessa idea ci è balenata nella testa: e se partissimo? se prendessimo un last second e ce ne andassimo a Parigi?

Il giorno dopo eravamo proprio a Parigi, nel quartiere latino, in un piccolo hotel davvero bello, con la Nespresso in camera (salvavita per le nostre levatacce!) e una bellissima vista.

Abbiamo camminato instancabilmente per tre giorni, ci siamo persi pure la mezzanotte dell’ultimo dell’anno per la stanchezza (dai! Aspettiamo la mezzanotte in camera e vediamo i fuochi dal balcone…zzzzz) ma il primo gennaio alle nove di mattina a Montmartre c’eravamo solo noi, ed è stato impagabile: le nuvole così basse che dipingevano il cielo di un bianco candido, gli alberi stupende silhouette nere con lo sfondo della chiesa del Sacré-Cœur che si vedeva e non vedeva, e tutti i vicoli che in genere sono così affollati da non poter camminare erano deserti, salvo, appunto, noi due più svariati militari con mitra in mano che si guardavano intorno passeggiando posizionati a triangolo.

Inutile dirvi che ho fatto foto stupende, che siamo stati tanto felici, che i polpacci ancora non riusciamo a sentirli dal dolore e dalle scale che abbiamo fatto (abbiamo scalato tutte le chiese per ammirare i panorami mozzafiato di Parigi, non ricordavo di aver mai salito tanti gradini in vita mia!), che i bambini non ci sono mancati ma stavolta li abbiamo coinvolti raccontando loro ogni sera cosa avevamo visto, mandando foto in diretta di quello che pensavamo potesse piacergli, e che abbiamo promesso loro torneremo a vedere tutti insieme; intanto, però, ci torneremo un’altra volta da soli in autunno, per ammirarla e fotografarla con il foliage, un sogno per me. Mi emoziono immaginando come sarà il mio parco preferito, il Jardin des Tuileries, a ottobre/novembre.

Adesso la vita è ricominciata, io mi sento più tranquilla perché ho fatto qualche passo avanti nella ricerca del mio io materno più profondo, da un lato ho anche sdrammatizzato e relativizzato le mie paure, e quindi andiamo, si riparte in questo 2016 con tantissimi progetti e tanta tanta allegria, ché quella non è mai troppa.205 PARIS_0166w

Il nostro meraviglioso viaggio in Provenza

Eccomi finalmente a raccontare i nostri bellissimi giorni in Provenza e Costa Azzurra. Mi affido, per le parole, al quadernino che quasi ogni sera io e lui (soprattutto lui) scrivevamo un po’ come promemoria, un po’ come diario. Le foto, invece, sono mie, fatte con la reflex e col cellulare, ma qualcuna, bellissima davvero, è anche sua.

N.B.: post lungo e per chi è molto interessato a questa parte così pittoresca, dai mille colori, profumi e sapori, della Francia.

PRIMO GIORNO

Partiti di buonora con un sole caldo e una primavera avanzata dalla città del nord, il clima è stato ottimo per quasi tutti tutta la durata del viaggio, tranne una lenta e implacabile virata al brutto con pioggia e freddo (da 20 a 15 gradi) con vento frizzante.

(La compilation con playlist a tema, al momento, non sembra essere aderente al profilo del viaggio. Lo dimostra il consumo del tasto seek.)

In Francia si parla francese. Prodotto tipico, almeno in questa parte del giro, sono i gare (i caselli), i limiti di velocità sono intorno ai 90/110.

I prezzi sono alti: il GPL a 0,980 € al posto di 0,599 € italiani. Frontieristi molto sgarbati.

Prima di arrivare ad ARLES, prima tappa del nostro viaggio, siamo passati in macchina attraverso la Camargue, la zona più ad ovest della Provenza, dove abbiamo visto infinite saline, paludi, cavalli bianchi liberi e non (come descritto in tutte le guide), fenicotteri e gabbiani, turisti stoici in bicicletta sotto la pioggia portati via dal vento a raffiche, e un paesino, Saintes Maries de la Mer (appunto) tutto bianco con persiane celesti, probabilmente una località di vacanza estiva che in questa stagione e con questa pioggia forse aveva poco senso visitare.

2015 PROVENZA_0755

Ad Arles la casa prenotata con Airbnb è bellissima: palazzo antico tutto in pietra, di fronte alla chiesa, la nostra camera sullo stesso piano del loro appartamento ma indipendente, molto curata, carina, con futon come letto, duro come una pietra, piccolo, misura alla francese, dormiremo vicini vicini.

Scuri alle finestre non presenti, e qualcuno non ha pensato di portare la mia mascherina, che io gli avevo premurosamente affidato pregandolo di portarla in Francia, ma non importa: ho una morbida sciarpina nera.

La signora che ci affitta la stanza avrà la mia età, un compagno francese, e un figlio molto carino di 7 anni. Peccato che lei sia una un po’ dissociata, probabile nevrotica con mania del controllo, che non sopporta il suo bambino.

Abbiamo cenato in un piccolo bistrot, diciamo pure nel primo che abbiamo trovato vista la pioggia incessante e i piedi zuppi, con entrecôte e anatra al miele. Poi siamo andati a morire sul futon.

SECONDO GIORNO.

FullSizeRender

Sveglia sul comodissimo futon e pioggia scrosciante (ancora).

Colazione gentilmente offerta dal compagno della signora, timido e riservato, che ci ha fatto un ottimo caffè con la moka, e ci ha fatto trovare cornetti freschi, ottimi e leggeri. La loro casa è bellissima, librerie infinite alle pareti, muri in pietra, arredamento di design, moderno ma caldo, terrazzino sui tetti su cui generalmente offrono la colazione, ma oggi proprio non è il caso.

Giro di Arles stando attenti a non prendere le pozzanghere. Città veramente bella, nonostante il buio dovuto all’acquazzone che non mai accennato ad attenuarsi.

Ovunque italiani in gita (fortunatamente non molesti come quelli dell’alta stagione).

Per il pranzo (scelta che faremo per tutta la vacanza, con molta goduria) decidiamo di convergere su baguette fresca e affettati comprati al market (un po’ anche per tamponare le spese).

2015 PROVENZA_0665

Note e curiosità. Ci dicono qui che la carne di toro offerta come piatto del giorno nei ristoranti e nei bistrot è quella degli animali ammazzati nelle corride che ancora qui hanno un grande seguito. L’animale viene macellato in diretta e servito. Fino a qualche tempo fa anche trascinato fuori dall’arena sulla pubblica piazza. Disgustorama.

Dopo pranzo partiamo da Arles e, sulla strada per AVIGNON facciamo un paio di deviazioni: la prima per il Moulin de Daudet, un vecchio mulino a vento su una collina con un suggestivo panorama, piuttosto noto perché qui si ritirò il famoso poeta e drammaturgo Daudet. Sulle guide sembrava più bello, il tetto rosso che spiccava nel cielo azzurro, nella realtà era grigio e tutto rovinato.

Mulino

Poi ci spostiamo verso un delizioso paesino delle Alpilles.

Il paesino arroccato si chiama LES BAUX DE PROVENCE, un borghetto scavato nella roccia, tutto bianco, o almeno così sembrava, visto che diluviava e non si capiva molto.

Ci è sembrato bellissimo, il che, in una giornata come questa, vuol dire che è veramente bello.

Ci fanno sapere che è uno dei paesi più visitati di tutta la Francia con migliaia di turisti ogni giorno.

Obbligo di parcheggiare fuori dal paese, a 5€ (tariffa giornaliera non frazionabile).

la baux

Da qui ci siamo diretti verso AVIGNON, dove abbiamo parcheggiato nel comodo parking des Italiens, che è gratuito e ha una navetta ogni 5 minuti che porta in pieno centro.

Il b&b prenotato era proprio nella piazza dove ci ha lasciato l’autobus, quindi perfetto.

Era di proprietà di una ragazza giovane, madre di due gemelle di un anno, scoppiatissima (come darle torto?), che ci ha aperto e se ne è andata di corsa con le due bambine appese una su un fianco e una sull’altro.

Appartamento monolocale arredato con colori chiari e toni dell’azzurro, con soppalco e letto in pratica appiccicato al soffitto, dove comunque abbiamo dormito bene perché meno duro del futon di Arles. Lui aveva la trave del soffitto proprio sulla sua parte di letto, ma afferma di aver dormito bene, quindi basta.

Siamo usciti per la cena sotto la pioggia incessante, eravamo stanchi e tutto ci è parso molto caro, così ci siamo infilati in una risotteria dove abbiamo speso pochissimo e mangiato molto bene, chiacchierando con la ragazza corsa che lo gestiva in un’atmosfera familiare e molto allegra.

C’è un ottimo clima sociale, la gente è molto cortese, ci si saluta per strada anche se non ci si conosce, se due persone incrociano lo sguardo si sorridono.

Avignone

TERZO GIORNO.

Al mattino ci sveglia un sole meraviglioso che filtra dalle tende a righine, e andiamo al mercato, con tutti i suoi banconi di carni, formaggi, salumi e frutta e verdura.

E dolci.

Ci procuriamo le baguette per il pranzo e facciamo colazione con caffé, croissant e un pain au chocolat da sogno.

Il giro della città, che ha duplicato in pratica quello che avevamo fatto la sera precedente, con l’aggiunta della favolosa terrazza dei papi, è stato funestato da un vento tremebondo, polvere e foglie turbinanti, sferzate gelate! Cose che altri provvidenziali pain au chocolat e intrusioni in negozi senza comprare nulla, hanno mitigato.

Ma gli occhi erano pieni di lacrime, e gli starnuti abbondanti ci hanno fatto pensare ad allergie acquisite al momento o polmoniti istantanee.

Avignone day

Per sfuggire a certa morte abbiamo deciso di riprendere la navetta (con le nostre brave baguette con salumi e formaggi) e siamo tornati alla macchina, in direzione della tappa successiva.

Nota. La BAGUETTE: il francese, di base, gira con la baguette in mano, in borsa, sotto il braccio. La baguette è una specie di status symbol, di simulacro, di dio pagano. A ogni ora del giorno, mattina e sera, la baguette spunta da una borsa o da una tasca, viene posata su un tavolo sventolata contro qualcuno, usata per fermare l’autobus, il traffico, o salutare un amico. Poi non sappiamo se se la mangino. Noi ce ne siamo mangiate a volontà.

baguette

Tappa successiva. L’ISLE SUR LA SORGUE è un piccolo paese circondato da un piccolo torrente di acqua limpida e cristallina, pieno di negozi di antiquariato dove ogni tanto ti trovi davanti una grossa ruota di mulino ad acqua.

Forse la stagione, ma dovunque siamo stati è stato un exploit di fiori.

Abbiamo fatto un giro attorno all’ ‘isola’, sempre col vento che ci portava, mangiato la nostra baguette seduti su una panchina davanti al fiume.

Isle

Poi preso un caffè Lavazza da Paolo.

NOTE. Il caffè in genere è buono dappertutto, L’espresso è simile al nostro. Il prezzo più variare, e senza alcuna ragione, da 1€ a 2€ e passa.

Il fruttosio non esiste e nemmeno lo zucchero di canna (eccetto eccezioni). Le ZOLLETTE piacciono molto. Si trovano dappertutto, non l’ho capita questa cosa.

Zollette. Io nella mia città di nascita, al sud, ho visto alcune zollette negli anni ’80. Poi sono finite e nessuno le ha più ricomprate. Qua zollette ovunque.

Caffe

Siamo ripartiti per andare a ROUSSILLON, punto di partenza per le escursioni al Colorado provenzale, ovvero ai sentieri dell’ocra, questa polvere colorata dal giallo all’arancione, al rosso, usata per preparare i colori per dipingere. E tutto il paese è tutto di questi colori (il paradiso dei fotografi, dicono). E infatti.

Roussillon

Le guide dicevano di vestirsi in modo da sporcarsi, poiché la polvere di questi sentieri ci avrebbe sporcati per sempre, ma la pioggia dei giorni precedenti ci ha salvati, compattando la terra.

Canyon

Ocra2

A Roussillon c’è la maggiore concentrazione di italiani di tutta la Francia. Ne abbiamo trovati più qua che a casa nostra: un sacco di ragazzini delle scuole in gita e poi svariati vecchi che spendono la loro pensione in viaggi invece di donare i propri risparmi ai poveri (tipo me), tra questi uno che avrebbe preferito morire piuttosto che farei aiutare da me a salire le scale, ma non importa.

vecchio

NOTA. Lungo il percorso da un paese all’altro non sono mancate delle deviazioni in base all’ispirazione del momento, che ci hanno portati in piccoli villaggi carini con fiori, imposte colorate e mulini a vento, subito immortalati, mai sia finiscano.

porta blu

Arrivati ad APT, questo paese dal nome così suggestivo, proviamo a fare due passi nel ventoso centro storico. Il paese è simile ai nostri villaggi di montagna, dove, quando è un poco più freddo, è la morte.

Ci sono tanti negozietti carini, tra cui uno di espadrillas che ci vedrà passare almeno sette volte.

La casa di Claire, la host che ci ospiterà, è su un colle dirimpetto al paese. C’è un bel panorama e volendo, attraversando un tunnel sotto terra, si può raggiungere il centro in pochi minuti a piedi. Ma non lo faremo perché il freddo è assai (siamo in montagna, praticamente).

Claire è una donnina iper fumatrice, e la sua casa, piena di fiori e quadretti, puzza un po’ di fumo e di camino.

Il problema è, ci pare di capire dal suo inglese semplificato, che non andrà mai via di casa.

La casa è bella, ha una veranda con vista sul paese e le montagne, dove si potrebbe mangiare, ma non lo faremo per il freddo.

Veranda

C’è un bel salotto con camino e una zona pranzo molto luminosa. La cucina è buia con un frigo dove ci sta un timballo di cous cous in bella vista. Poi ci sono due porte: in una c’è la doccia con il lavello (tutto molto grande, con accessori provenzali), e di fianco, in un buco di stanza, il gabinetto con, alla parete, una lavagna (una lavagna in bagno?)

Una finestra in alto unisce i due servizi. Poi le due camere da letto, divise da un muro piuttosto sottile.

La nostra aveva un grosso foro per l’aria sopra la porta che, oltre a fare entrare/uscire i rumori (noi abbiamo riso con le lacrime, la notte, pensando che Claire lo avesse fatto aprire per spiare i suoi ospiti), al mattino faceva entrare un vigoroso raggio laser di sole.

NOTA: non è una leggenda. In Francia i bidet non esistono. A volte decidono di lasciare i bagni più grandi e spaziosi piuttosto che mettere un piccolo bidet. Se uno è abituato a farsi il bidet, ha certamente delle difficoltà, e deve attrezzarsi come può (fantasia, elasticità, agilità).

La piccola Claire ci dà delle indicazioni circa possibili locali dove poter mangiare, indicazioni che verranno completamente disattese, eccetto che per Le Platane, indicato da lei come ristorante caro e gourmand.

Le Platane è un bel ristorante dall’aria chic e decadente. Difficile farsi capire dalla ragazza scoppiata che tira per la sala sbuffando e strisciando i piedi. Parla solo francese e non riesce a comprendere che, anche se continuasse a ripetere le stesse cose per tutto il tempo, io non riuscirò a capirla.

Preso dalla disperazione, mentre provo col dialetto della mia città del sud e con la gestualità mimica che fece la fortuna del compianto compaesano Marcel Marceau, chiediamo l’aiuto a una persona a caso del backstage (se dobbiamo spendere, almeno sapremo come abbiamo speso i nostri soldi).

NOTA. Ecco, la lingua non è mai stata un problema, un po’ complice la gentilezza delle persone del posto, ma l’inglese è ancora lontana dall’essere la lingua comune. Ci si arrabatta con l’italiano, lo spagnolo (in molti lo parlano, vedi corride, nonostante non siamo proprio vicini alla Spagna), l’inglese e il francese, alle volte anche parlati contemporaneamente.

Arriva una signora molto sorridente, evidentemente felice del suo lavoro, o semplicemente di vivere. Riusciamo a chiedere bene in inglese e a ordinare. Al posto dell’entrecôte ci arriva un filetto spaziale, e anche il resto era molto buono.

Peccato la ragazza strisciante da un certo punto in poi ha anche smesso di parlare con noi, o se noi le chiedevamo qualcosa, diceva automaticamente “sì” senza portare niente, peccato il bicchiere di acqua gelata tra le mie pudenda che quel giorno mi ha ricordato di quanto fossimo in montagna e l’estate lontana.

NOTA. Dove siamo stati, l’acqua non si è pagata quando non imbottigliata, e nemmeno il coperto. In genere quando prendevamo un ‘menù’, invece di ordinare à la carte.

NOTA2. Una cosa che si è osservata, è che da queste parti la 626 non esiste, e si dà molta poca importanza (o nessuna) ai fili ‘volanti’, alle prolunghe sporgenti, alle prese in bilico. In molti locali, inoltre, abbiamo trovato arredamento che era contemporaneo agli anni ’70. Evidentemente molti gestori non si preoccupano dell’immagine che offrono.

QUARTO GIORNO

La notte passa tranquilla. Ci sveglia dolcemente il raggio fotonico di luce che passa dal buco sopra la nostra porta e che si posa esattamente sui nostri occhi, la colazione a base di piccoli croissant e pane scuro tostato con marmellate homemade (limoni verdi della Corsica e pesche di vigna), e le chiacchiere con la signora. (faticose, per noi, di prima mattina, lo ammettiamo).

APT

Prima di lasciare Apt ci fermiamo in un bar per un altro caffè, in un forno per il pane e al mercato per comprare varie ed eventuali, tra cui una cassetta da un chilo di fragole che aromatizzeranno l’intero viaggio.

fragole

Il percorso, da questo momento, sarà completamente nella natura: attraverseremo boschi e campi di lavanda fino a Valensole, ci fermeremo spesso per fotografare l’albero, la casetta, il fiore, lo sfondo di windows, il particolare più o meno insignificante come “la nuvola che c’è”.

I campi di lavanda non ancora in fiore ci sembrano molto suggestivi, figuriamoci in giugno!

Lavanda campoWindows

casetta

A Valensole ci fermiamo per una piccola sosta pranzo in un giardino pubblico per bambini, dove si affacciano delle case private. Non ci sono bambini in giro, o perché sono in vacanza (in Francia, ci dicono, hanno più vacanze di noi a scuola, sparpagliate durante tutto l’anno), oppure sono stati rapiti.

Ci fermiamo nella piccola bottega di una signora ruvida di campagna attirati dai colori del caseggiato (viola ed ocra) e dall’insegna che richiama al miele di lavanda. Appena dentro ci si rende conto che potrebbe essere una merceria, un negozio di fiori, una rivendita di olio, una sartoria, qualsiasi cosa, anche la casa disordinata della signora.

Compriamo del miele in vari formati, e chiediamo utili informazioni circa i periodi di fioritura della lavanda (15 giugno-15 luglio).

Per dirci che il 15 luglio non ci sono più fiori nei campi, fa un segno come a tagliarsi la gola.

negoziolavanda

Fantasticando su un prossimo ritorno da queste parti, con una precisa mappatura dei campi, arriviamo sull’orrido delle Gorge du Verdon, il canyon più alto d’Europa, scavato dal fiume Verdon, che si riversa nel gran lago del Verdon.

Non sappiamo perché questo nome.

Verdon

La strada che segue il precipizio, da cui si affacciano numerosi balconi e punti panoramici vertiginosi, è molto suggestiva ma va percorsa con molta attenzione per non finire contro le rocce spigolose della montagna o giù per la meravigliosa scarpata verdeggiante.

strapiombo

Alla fine delle gole e prima di cominciare un altro lungo tratto di strada curviforme ci fermiamo nella piazza di Castellane, dove mangiamo le nostre belle fragole prima che maturino troppo e ci nauseino con il loro dolce profumo zuccheroso.

Castellane potrebbe essere qualsiasi centro montano abruzzese, di quelli che vendono souvenir in legno con scoiattoli in pelo e set da cucina ricamati.

La strada ci porta ad ANTIBES, una cittadina che in noi non ha destato alcun fascino. Il nostro karma positivo ci fa trovare, come al solito, un parcheggio comodo in centro e senza pagare. La città presenta come diversi strati urbani, affiancati tra loro fino al porto. Ci sembra caotica e disordinata. Una piazza è legata all’altra da un flusso di gente che vaga come formiche.

Qui il gelato, ovunque in Francia carissimo, può costare anche 3€ a palla.

Lasciamo il posto coi suoi “non so” e, dopo un salto al Mac per ricaricarsi di spiccioli per l’autostrada, andiamo a NIZZA.

Nizza

Inutili le considerazioni sulle innumerevoli auto e case di lusso incontrate nei dintorni: questa è (sembra) zona di accoglienza, dove tutte le culture, le razze e le classi possono co-abitare felicemente con educazione e gentilezza.

Il navigatore GPS risulta alleato fondamentale per non perdere (o per ritrovare) la strada, anche se ci riporta sempre su strade a “peage“, dove ai caselli vede gente che lancia monetine nei cestoni del self-service anche in maniera rabbiosa. Anche io.

NOTA. Gli automobilisti, comunque, sembrano diligenti e pazienti: mai sentito un clacson, eccetto dove esplicitamente richiesto (galleria a doppio senso di circolazione a unica corsia), i limiti di velocità sono rispettati e anche le distanze di sicurezza.

Davvero, c’è molta correttezza.

C’è anche molta polizia in giro: forse a causa degli attentati di Parigi a Charlie Hebdo, ma vedere in giro delle ronde armate di mitragliatori automatici non è per niente bello né rassicurante, specie se l’immagine di contrasto è il mare di turisti gioiosi, colorati, vacanzieri, felici e spensierati.

Mitragliatori automatici.

Abbiamo facilmente raggiunto il nostro budget hotel, in una parallela del lungomare di Nizza.

Le sistemazioni per questa vacanza sono state prenotate tramite Airbnb e Booking, senza un vero criterio di base, forse solo per un giusto senso di risparmio, ma senza scadere nella mortificazione della dignità.

E tutti gli alloggi si sono dimostrati degni, incluso questo albergo senza fronzoli.

Da subito si capisce che qui in città le cose sono un poco diverse, perché il personale della reception ci dice di parcheggiare tranquillamente sul marciapiede. E quando comincio a pensare che sia una concessione propria dell’hotel e del marciapiede prospicente all’hotel, ci accorgiamo che la normalità qui è di parcheggiare nelle aiuole, nei posti riservati ai bus, ai mezzi di P.S., al carico e scarico merci. Gli unici posti liberi sono quelli riservati ai taxi, e questo ci lascia intuire che i tassisti sono piuttosto benvoluti in città (oppure portano cicatrici vistose come i giostrai, non lo sappiamo, non abbiamo verificato).

Rinunciamo alla colazione dell’hotel a 6,15 € a persona, barattandola l’indomani con una da bar a 4,5€ totali, tutto molto buono.

La camera all’ultimo piano ha una vista sul tramonto con tangenziale, subito sostituita con una ampia il doppio con vista mare.

L’hotel è sufficientemente budget: non c’è frigo, non ci sono altri asciugamani oltre quello da doccia (non c’è l’asciugamanino da bidet, è normale: non c’è il bidet), ma il letto è super comodo e il mare blu giustifica il nome della Côte d’Azur.

Altro alleato di questo giro è stato tripadvisor, che ci ha condotti sul dock del porto antico, a L’escale, ristorante marinaro a cui non daresti granché ma la cucina OHGADEÈ possibile mangiare cozze in formula all you can eat per 13 €, cucinate in una decina di modi diversi.

Te le portano in un secchiello di metallo e ciao. Zuppa di pesce meravigliosa. Menù a 19€.

Anche in questo caso niente acqua a pagamento.

La cena, ben posizionata nelle viscere, ci invita a una passeggiata in centro. Qui notiamo la tradizionale esposizione di parcheggi creativi, in alcuni casi la seconda fila è sorprendente, addirittura in pieno crocevia stradale.

Nei casi limite viene messo sul cruscotto un biglietto con numero di telefono del proprietario.

La sera le vie del centro storico sono piene di colori, lasciano intravedere il loro fascino, mentre trans e prostitute ci suggeriscono di ritornare alla macchina e andare a dormire, anche se in giro ci sono normalmente anche ragazze sole che passeggiano senza alcun timore.

QUINTO GIORNO

La mattina parcheggiamo lontano dal centro e facciamo una splendida passeggiata sull’infinito lungomare.

<Lungomare

La giornata è bella, e preannuncia un aumento della temperatura, ma un vento sferzante fa rabbrividire le carni.

Il mare è di un blu che non abbiamo mai visto: sembra illuminato al led.

Sul lungomare i preparativi per la prossima stagione estiva, e orde di persone di tutte le estrazioni sociali, dal barbone al milionario: chi corre, chi prende il sole, chi legge, chi si bacia, chi chiacchiera, chi fotografa a mani basse.

Dal lungomare è facile scorgere tra le varie traverse tra i palazzi, anteprime delle piazze e gli spazi da visitare durante il giorno.

Raggiungiamo il coloratissimo e profumatissimo mercato di Cours Saleya: fiori e fiori, saponi, prodotti gastronomici e primizie, tutte robe meravigliose che, ad avere tempo, ci tufferemmo dentro.

Nizza Fleurs

Nizza rose

Nizza lavanda

Nizza marsiglia

Nizza saponi

Nizza Asparagi

Nizza salumi

Poi decidiamo di perderci tra i vicoli colorati, dove si spandono profumi di bucato e di cucina (sia dalle casette, sia dai tantissimi ristorantini e bistrot).

Nizza centro

La città è davvero molto pittoresca, piena di visitatori nel grande triangolo del centro storico, chiuso a est dal porto storico, a nord dalla grande piazza Garibaldi e a ovest da quello che era il corso del fiume Paillon, al cui posto sono state inserite infrastrutture, edifici, strade, piazze e servizi di alto livello: il museo di arte contemporanea, il grosso edificio dell’Acropolis (cos’è?), giardini pubblici, la piazza enorme e bagnata con le statue sospese, gli spruzzi di vapore e altre cafonerie per la gioia dei più piccoli.

Provenza 2015_0017

Al di là dell’ex fiume, la zona liberty con i palazzi ricchi di fine ‘800/’900, le mega-ville, i palazzi dei grandi hotel e casino, e, per la gioia delle donne, i Magazzini Lafayette (dove abbiamo speso parte del pomeriggio alla ricerca di capi in promozione tra i tanti reparti delle grandi marche, facendo ottimi affari).

Per il pranzo la città è prevedibilmente attrezzata per tutte le tasche, e nel centro, nei vicoli, fuori dalle botteghe di carne e di pane, già sono lunghe le code per mangiare.

Noi cerchiamo alle spalle della cattedrale, su indicazioni di tripadvisor e di un vecchio signore che in francese, probabilmente, ci ha coglionati in modo ridicolo ridendo a crepapelle con un amico, un piccolo posto che per 11€ a testa ci dà uno smoothie genuino, un panino niçoise (o altro) dalla bontà infinita, dessert e caffè espresso, più bagno pulito e Wi-Fi.

La coppia di gestori è molto gentile e simpatica e parla un ottimo inglese, descrivendo meticolosamente tutti i piatti.

Per smaltire questa buona roba ci arrampichiamo sulla collina del castello (ex castello: ci sono solo quattro pietre) tramite dei sentieri o delle scalinate. Il colpo d’occhio sulla città, sul mare, sulle colline, è straordinario.

E camminando lungo il bordo del promontorio si può godere di 360° di panorama.

Nizza panorama

In cima ci sono un ristorante/bar, fontane spente, campi di bocce, panchine e prati dove giovani ragazzi prendono il sole e grosse comitive di bambini urlanti giocano nel parco o a giochi di gruppo con animatori (tipo centri estivi nostri) affatto stressati.

Lasciamo questa stupefacente città con la certezza di ritornarci appena possibile, scommettendoci: vale la pena di starci più tempo che un giorno. Nessuno ci aveva parlato di Nizza come di una città così bella, noi ne siamo rapiti e innamorati.

E il senso di bello e di benessere si fa ricordare ancora di più percorrendo la strada verso casa coi suoi francesi frontieristi sgarbati, il cielo grigio, gli svincoli micidiali della Liguria.

provence our tripweb

Genitori in fuga.

Siamo partiti soli, io e lui, per la Provenza. Una settimana insieme, tappe predefinite e sognate per mesi, B&B bellissimi prenotati, una vacanza finalmente da soli dopo un inverno lungo, grigio e faticoso.
Ora siamo qui, ad Avignon, in partenza per L’isle sur la Sorgue, ed è anche tornato il sole.
Un sole bello, accecante, il sole di maggio, gli alberi rigogliosi di nuove foglie, croissant e caffè la mattina, sneakers, jeans e via, alla scoperta di tutto.
I primi due giorni sono stati pioggia incessante ma noi entusiasti e incuranti dei disagi (provate a far foto tenendo fra le mani una reflex pesantissima e contemporaneamente l’ombrello) abbiamo camminato per ore, fotografato, chiacchierato di tutto e quasi mai dei figli (strano no?), i bambini li abbiamo sentiti per pochi minuti la sera, ché a loro non piace stare al telefono, e, ancora più strano, non ci ha fatto né caldo né freddo la loro apparente indifferenza, anzi, felici abbiamo chiuso il telefono e ce ne siamo andati a cena, un buon vino, specialità provenzali, e buonanotte.

Siamo belli riposati, ci guardiamo allo specchio e ci diciamo a vicenda: ma come stiamo bene! Che bel viso rilassato e fresco! 
Neanche ci avessero fatto un incantesimo.

Ripenso ai giorni precedenti alla partenza, miei di sicuro ma anche suoi, con le preoccupazioni quotidiane legate ai figli (come tutti i genitori sapranno, ogni giorno ce n’è una), i dubbi, gli interrogativi, i nervosismi.

Io che quasi non volevo partire perché è un periodo che il mio bambino anche se va a basket un’ora quando torna mi dice che gli sono mancata e che era triste, non sapevo neanche se dirgli che stavo andando in vacanza (“perché senza di me?? Ma io volevo venire…”) o che andavo via per lavoro, ho scritto mail di raccomandazioni e istruzioni al padre (che avrà pensato che sono una gran rompipalle, e in questo caso avrà avuto ragione), certa che quando fossi partita avrei ricevuto chiamate in lacrime “mamma mi manchi“.

Invece.

Invece va tutto bene, non abbiamo alcun senso di colpa né ci mancano i figli, anzi, potessimo prolungare questa vacanza lo faremmo volentieri.
Siamo liberi, e ce la godiamo.
Facciamo progetti per quando i figli saranno grandi e indipendenti, sì manca tanto tempo ancora, ma arriverà anche per noi il momento di comprarci una Smart e partire, e se mai ci chiederanno: “Possiamo venire con voi?” “Ehm… Ci dispiace cari, ma non c’è posto“. 

 

  

Molestie 

Da stamattina in viaggio io e lui, prima in macchina verso l’aeroporto, poi in attesa del volo, abbiamo mangiato il nostro panino e chiacchierato

Tutto il tempo.

In aereo ho comprato (mi ero scordata di farlo prima) l’acqua, e per la modica cifra di 3€ per una bottiglietta da 50 ml hanno regalato al mio bambino una busta sorpresa. Ho fatto un salto nel passato quando, aprendola, ci abbiamo trovato una confezione di trasferelli! Orribili, dei calciatori, ma magia pura per lui! “Mamma cosa sono? Come funzionano?”
Chiacchiere, trasferimenti di caricature agghiaccianti di calciatori, un po’ di lettura (tipo 5 minuti di tregua) e di nuovo chiacchiere (sua logorrea) per l’atterraggio (“mamma che bello questo passaggio, sembra un quadro con tutti questi quadrati. Ma questa cos’è? Una foresta? E questa cosa bianca? E questo paese come si chiama? Ma perché ancora non vedo la pista di atterraggio? Guarda, un elicottero giallo! Perché non fa la musica? Ma siamo in orario? Ah, siamo in anticipo? E allora perché ancora non fa la musica? Ah ecco, l’ha fatta, si doveva fermare. Ma quando aprono le porte? Perché scendono prima loro?“)
Stordita scendo con i due trolley cercando di non precipitare dalla scaletta, saliamo sull’autobus- “Voglio stare seduto, posso provare a fare una corsa col giro? Ma quando parte? Che bel tempo che c’è qua, appena scendo voglio fare vedere i trasferelli alle bambine, voglio vedere se sanno cosa sono. Ah non ci sono? E perché? Ma quando vengono? Ah, andiamo noi dopo? Bene. Quanto restiamo? Solo fino a dopodomani? Ma uffa, volevo restare di più. Dov’è Marco? Eccolo!”-
Noi due non riusciamo a scambiare due parole, c’è nel mezzo un bambino iper eccitato e molesto.
Due minuti alla coop, a comprare un gelato, e poi a casa.
Finalmente il terzo incomodo va in bagno e pare ci resti.
Amore voglio baciarti! Vieni qua… Smack smack smack… Mmmm, senti…
MAMMAAAAAAAAAAAAA!!! Quale asciugamano devo usare???
E siamo appena all’inizio. E quelle due ancora non sono arrivate.
  

E’ successa una cosa

Nei nostri due giorni pasquali a Roma, tutta la famiglia componibile riunita, è successo che mi sono resa conto di una cosa molto importante: non ho più paura.

Tutti i timori che per mesi mi hanno attanagliato respiro, cuore e pensieri ogni volta che ci dovevamo vedere tutti insieme, sono scomparsi.

Se ne sono andati via così, senza dire niente, senza annunciare la loro dipartita, lasciando spazio solo a una grande serenità, allegria, rilassatezza, sensazioni che hanno accompagnato tutti noi per i due intensi e pure faticosi giorni nella città che così tanto io e lui amiamo.

Siamo partiti in due dal nord e in tre dal sud per ritrovarci al centro, alla stazione, vestiti a cipolla, carichi di zaini, regali di compleanno, uova di Pasqua, bambine che chiamavano i nostri nomi al binario, gli occhi sorridenti di Marco che cercavano i miei fra la folla, tutto è stato naturale, spontaneo, perché così è: siamo una famiglia, seppur non convenzionale, ci vogliamo bene, nel tempo tutto si è assestato, i rapporti si sono consolidati.

È tutto più facile adesso!

Certo gli equilibri con i bambini sono sempre in movimento, in evoluzione (e talvolta involuzione), ma ormai ci conosciamo, sappiamo come affrontare i problemi, se così si possono definire, non ci sono più imprevisti o episodi che ci spiazzano o ci riempiono di dubbi.

I nostri figli ci hanno stupito per la resistenza alla fatica, i giorni erano pochi, le cose da vedere tante, il tempo stupendo ma inclemente perché freddissimo e tanto ventoso.

Nessuno si è mai lamentato del freddo o della stanchezza, forse era troppa la felicità di essere in una città così bella e di nuovo tutti insieme, chissà.

I bambini sempre curiosi, pieni di domande, contenti ed entusiasti (“io vorrei vivere qui!” “Magari ci potrai venire a fare l’università” “Chissà il lavoro dove ci porterà negli anni” “chissà perché i romani la odiano tanto Roma”), simpatici e pure spiritosi.

E quando ci siamo salutati eravamo un po’ tristi ma anche un po’ no perché la prossima settimana ci rivedremo tutti al Sud, perché fra poco arriva l’estate e staremo sempre insieme.

Perché ormai davvero ci sentiamo famiglia, e siamo una forza.

Se ripenso anche solo a un anno fa, all’estate scorsa, quante cose sono cambiate, come è normale che sia. Ma a me sembra sempre così strano. Ho questa sensazione di piacevole stupore che non mi abbandona quasi mai.

Certo siamo consapevoli che ci saranno momenti non sempre facili, come anche in tutte le famiglie “tradizionali”, ma già pensare che un amore così forte ci lega, tutti quanti, ci fa sentire gioiosamente onnipotenti e pronti a tutto!

Vorrei tanto essere da incoraggiamento a tante persone che stanno provando ad avvicinare due nuclei familiari originariamente diversi, e che magari sono all’inizio e hanno tante paure o difficoltà con gli ex: tutto è possibile.

Basta armarsi di santa pazienza, soprattutto all’inizio, essere forti e restare uniti al nostro compagno (la fonte di amore da cui è scaturito tutto questo, non dimentichiamolo mai) nei momenti difficili (che a volte, si sa, non dipendono da noi, ma da elementi esterni comunque presenti e quindi da tenere in considerazione) e soprattutto crederci sempre.

Senza (più) paura.

Roma Pasqua 2015_0059blog

Il tempo passerà di nuovo

Ciao sud, ciao mare che vedo dappertutto intorno a me: dalla finestra di casa, dall’aereo quando atterra e quando decolla, di cui percepisco l’odore ad ogni angolo, ciao case bianche e basse, terrazze in fiore anche d’inverno, palme alte e rigogliose, buganvillee coloratissime su tutti i muri, ciao sole accecante, vento impetuoso che mi scompiglia i capelli e mi colora le guance, ciao pane così buono e mozzarelle insuperabili, ciao terra che amo in tutta la sua apparente semplicità e le sue contraddizioni, ciao amore mio.

Il cielo stamattina dall’aereo sembra una vaporosa distesa di zucchero filato e panna montata, il sole illumina il biondo dei miei capelli e lo schermo dell’iPad su cui scrivo, ma non lo chiudo il finestrino, devo incamerare tutta questa luce, tutto questo calore, tutto questo bianco, e portarli a casa dove il cielo sarà grigio e avrò freddo, dove starò, per la prima volta dopo tanto tempo, dieci giorni lontana da te.

Sono stati tre giorni di soli noi due, giorni sognati e meritatissimi, tre giorni in cui non abbiamo fatto niente, se non essere noi e basta. Sono state lunghe dormite, di notte e di giorno, abbracciati, intersecati, almeno un pezzetto di noi sempre a contatto, pomeriggi mai troppo lunghi di chiacchiere, film, sperimentazioni di nuove ricette da gustarci con la meritata calma, musica ascoltata e suonata, e, come sempre, tante tante risate.

L’attimo prima di addormentarci, girati l’uno verso l’altra, ci guardiamo, e una specie di strana magia, da sempre, si compie: iniziamo a chiacchierare e, come ai bambini quando sono molto stanchi e a cui prende quella ridarella incontrollabile, a noi viene da ridere. Una battuta dietro l’altra e risate che non si contengono, ci fa male la schiena, non si riesce a finire un discorso perché ridiamo troppo e allora “aspetta aspetta, fammi finire” “ti prego, fermati che mi dimentico quello che ti volevo dire” “ridimmelo” “sei troppo bravo, rifammi me quando sono polemica, quando sono puntigliosa, quando faccio la regina delle nevi” “oddio muoio”.

Sono momenti di assoluta e totale e complicità, e che a noi sembrano ogni volta un miracolo, venendo da un passato in cui tutto questo mancava, in cui eravamo così grottescamente male assortiti, in cui la coppia non era gioia, non era forza, ma individualismo, indebolimento, competizione, fatica, incomprensione, non era coppia.

Ed è un messaggio di speranza quello che vorrei dare, a chi si è ritrovato solo dopo una vita insieme, a chi è infelice e non spera più, a chi ha paura a fare il salto perché l’incertezza e il dubbio lo paralizzano, a chi si trascina consapevole che quello che ha non era quello che voleva, perché si è voluto accontentare, perché così deve essere, perché ormai ho un’età e chi me lo fa fare, perché ho un’età e voglio sposarmi in fretta e fare dei figli altrimenti diventa tardi e io volevo essere una madre giovane, perché ho il terrore di stare solo e quindi meglio che niente, perché ho dei figli e non voglio il loro male.

Tutto è possibile. È possibile ricominciare a quasi quarant’anni, ma anche più tardi, è possibile amare follemente come mai nella vita, è possibile incontrare anche a mille chilometri di distanza l’altra metà di te. Una vita che combacia alla perfezione con la tua.
Non dico che sia facile, dico che se non ci si prova non lo sapremo mai, se non ci si butta e non si rischia la nostra vita rimarrà uguale e nulla cambierà. E anche ritrovarsi da soli pur non avendolo scelto può essere una grandissima occasione, una volta attenuato il dolore forte, acuto, paralizzante, di crescere più forti, più consapevoli di quello che si vuole (e soprattutto di quello che non si vuole più), di quello che si è nel profondo, nutrimento della nostra autostima e del nostro ego bistrattato da una vita, da un’esperienza infelice.

E adesso che sto per atterrare nel mio nord, ritorno in modalità mamma di bambino ingessato che mi aspetta a scuola, fotografa che deve consegnare velocemente un paio di lavori e impostarne un altro, un concerto di musica classica domani e un workshop importantissimo domenica, ritorno alla mia vita piena di tante cose e il tempo passerà di nuovo. Biglietti aerei acquistati fino a tutto maggio, vacanze impostate e concordate fra noi e con gli ex, tutto scorre, e io mi sento felice.

2015/01/img_2645.jpg