“Facciamo un blog o un canale? “

“Perché non apriamo un blog o un canale YouTube con tutti i nostri viaggi? Esempio: viaggio a Napoli, e mettiamo le foto e i video, viaggio in montagna, viaggio a Roma, viaggio a Firenze… Ecco, sì,  qualcosa fatta da noi 5” 

Questo ci ha chiesto oggi la figlia grande, e tutto il giorno, a Napoli, dove siamo in vacanza per tre giorni, non ha fatto che filmare, fare time lapse, abbiamo cantato a squarciagola in viaggio, abbiamo riso, scherzato, i piccoli hanno giocato da piccoli, noi due abbiamo avuto zero tempo per noi (ma non importa) e tutto sembra facile, limpido, naturale.  O forse,  semplicemente, lo è.  

“E se diventi farfalla nessuno pensa più a ciò che è stato quando strisciavi per terra e non volevi le ali.” Alda Merini

Dopo una estate diciamo movimentata, tre mesi passati volontariamente (questo devo dirlo,  non mi aveva costretta nessuno) al Sud per stare vicina al resto della famiglia almeno nei mesi in cui in teoria si dovrebbe essere più liberi, mesi che si sono rivelati faticosissimi per me, e di conseguenza per il mio uomo meraviglioso, in cui mi sono pure ammalata (la forza della psiche), non paga della fatica,  dell’ansia, della poca sopportazione di tutto, a ottobre decido che sarebbe bellissimo andare a sciare tutti insieme a febbraio.

Masochista o forse solo ottimista, chi lo sa, comunque prenoto tutto: casa in Trentino,  figlio, aerei per loro. Il fidanzato mi segue in questa ventata di incosciente e audace allegria e prenota pure lui le figlie per la settimana di carnevale.

Nel frattempo ritiro gli esami, ne faccio altri, mi sottopongo pure ad una risonanza magnetica dalla quale si evidenzia che non ho nulla al cervello (che cosa buffa), concludo che è stata l’estate a farmi ammalare e che forse non sono così portata per fare la mamma, la matrigna, per avere una famiglia, non solo mia, ma tanto meno allargata. Nel frattempo,  o contemporaneamente, il mio uomo si paralizza e mi comunica che no, la vacanza non si farà, che non ci vedremo più tutti insieme per tanti giorni perché anche lui è stato male,  ha sofferto e si è stancato in modo abnorme l’estate passata, non se la sente di ripetere l’esperienza. È categorico e risoluto.

Ecco. Io non so cosa mi sia scattato in quel momento, forse ho semplicemente capito,  vedendo le cose dall’esterno, con lucidità e la rinnovata serenità, che era il momento di prendere la situazione in mano e rimettere a posto le cose.

Perché, estate a parte, prima andavano bene, cosa è successo e perché?

Ho iniziato un duro lavoro su me stessa, ho scritto tanto, analizzato, ho letto un libro bellissimo che mi ha aperto gli occhi su tante cose e che consiglio a tutti, proprio a tutti,  perché illuminante (La forza della gentilezza, di Piero Ferrucci), ho trascorso due mesi cercando di aprirmi, di calmare la mia ansia al pensiero della famiglia riunita, cercando di capire che non c’è nessuna minaccia da cui devo proteggermi,  e poi ho dovuto convincere lui,  il mio amore.

Non ho fatto tutto in un giorno, anche con lui ho cominciato da lontano, parlandogli di quelli che credevo fossero i miei progressi, di quello che avevo compreso, degli errori fatti e mai più da ripetere, senza promettere nulla,  perché non me la sentivo, avevo troppa paura di sbagliare e di fare promesse che non avrei potuto mantenere.

Ma lui niente. In montagna non si va.  Piuttosto pago l’appartamento,  ci vai tu,  ci andiamo io te e tuo figlio,  ma tutti insieme no.

Questo a due settimane dalla partenza.

Così un giorno l’ho fatto. Ho promesso.

HO GIURATO proprio.

Ho giurato che sarebbe andato tutto bene,  che sarebbe stata una bellissima vacanza e se così non fosse stato,  me ne sarei andata con la scusa di un lavoro improvviso da fare o altro.

Lui si è fidato, deve avermi vista così determinata che mi ha dato l’ultima possibilità.

Mi affido a te.

Col peso di questa immensa responsabilità, perché volevo farcela ma non ero affatto sicura che sarebbe andato tutto bene –anzi–  ho respirato a pieni polmoni e ho iniziato a fare le valigie,  perché davvero si era davvero fatta l’ora di partire.

Non posso raccontare gli incubi che hanno abitato le mie ultime notti prima che arrivassero loro tre dal sud, un po’ li ho scritti, un po’ li ho rimossi, ma erano accomunati dall’ansia, dagli imprevisti nefasti, popolati da persone cattive che tornavano dal passato per rovinarmi il presente. Esorcizzo la paura, ho pensato, e ho continuato a riempire borsoni di lenzuola,  asciugamani, tute e abbigliamento da sci per tutti.

E poi un giorno sono arrivati. Sono andata a prenderli in aeroporto, e le bambine mi sono corse incontro abbracciandomi  e ubriacandomi  di parole,  sorrisi,  confidenze.  Abbiamo noleggiato una grande monovolume,  raggiunto il mio bambino,  e siamo partiti alla volta delle Dolomiti.

Com’è andata?

Benissimo.  Meravigliosamente,  perfettamente,  come mai mai mai avrei potuto immaginare.

Non so se sono stata io, che forse sono cambiata, non so se i bambini sono cresciuti e sono cambiati loro, non so se sia stato l’inverno, che è la mia stagione, o la montagna,  che è  la mia dimensione, ma tutto è  filato per il meglio.

I bambini in macchina non si sono sentiti, e le ore di viaggio sono state almeno 4: i piccoli hanno giocato insieme con il mio ipad, condividendo giochi di azione (alternandosi senza mai litigare) e giochi di parole, come i crucipuzzle o la parola da indovinare o il gioco dell’impiccato, mentre la grande ha ascoltato musica e guardato semplicemente fuori dal finestrino, assorta in chissà quali pensieri di preadolescente.

Avranno fatto la famosa domanda che tutti i genitori temono e che in genere arriva dopo dieci minuti di viaggio, quando arriviamo?, forse una volta. Ci siamo fermati quasi alla meta per ammirare una vallata con un tramonto mozzafiato insieme a loro e un’altra per andare a vedere una cascata ghiacciata, per il resto un viaggio da non accorgersi quasi di averli, se non per le grasse risate dei piccoli mentre giocavano.

Noi due abbiamo avuto tanto tempo per chiacchierare,  durante la mattina mentre i bimbi facevano scuola di sci (siamo pure riusciti ad andarcene un’intera mattinata a sciare da soli nonostante una forte nevicata e scarsissima visibilità), anche durante il giorno e i viaggi,  incredibile! Addirittura non volevano venire neanche a fare la spesa,  preferivano essere lasciati a casa da soli a giocare.

Siamo molto felici di questo risultato,  perché stiamo imparando a stare tutti insieme ma con l’indipendenza individuale di chi si ama ed è sicuro dell’amore che riceve. Io lo trovo bellissimo. E mi stupisco perché non so proprio come ci siamo arrivati. Forse piano piano, senza che neanche ce ne accorgessimo, perché i cambiamenti, quelli profondi, avvengono nel tempo, non senza cadute, delusioni, involuzioni, momenti di sconforto. Sarà stato così anche per noi. Ma che bello adesso!

Spero di riuscire a scrivere di nuovo quanto prima,  mi scuso con tutti gli amici di blog a cui non sono materialmente riuscita a stare dietro, è che sto lavorando tantissimo, anche dopo cena, e quando non lavoro sono in viaggio o indaffarata a fare la mamma, mi resta davvero poco tempo libero,  ma vi leggo con piacere anche se non riesco a  commentare sempre.

Il mio lavoro di fotografa procede alla grande,  mi sto specializzando nella fotografia di neonati,  minuscoli fagottini di pochi giorni di vita,e durante l’ultimo shooting mi sono sentita dire così: tu quando fotografi i neonati sembra che fai un mandala,  o uno di quegli album da colorare per rilassarsi, eppure è un lavoro lungo e spesso sfiancante, fatto di attese, momenti morti, pianti, pause, scatti rubati…

Sarà terapeutico pure questo!  

A presto allora, spero con tante belle notizie.d87eced94f85a878ce67a79d5df81a8c

Parigi è sempre una buona idea

Comincio il nuovo anno con una bella e sana consapevolezza, con tanta gioia e felicità perché tante cose belle stanno accadendo e sono accadute in questo mese.

Poco prima di Natale sono venuti qui a nord il mio fidanzato e la piccola, soltanto loro perché la grande aveva delle esibizioni di danza e non voleva mancare per nessun motivo.

Devo dire che né lui né io abbiamo fatto nulla per convincerla, primo perché è giusto che lei sia libera di scegliere, secondo perché sappiamo quanta passione la leghi al ballo, quanto sia brava e quanto ci tenga. Non abbiamo insistito anche perché curiosi di sperimentare la formula a 4, con i due piccoli che risentono sempre un po’ della presenza tanto ingombrante della grande.

È andata benissimo: la dolce Anna era felicissima del viaggio col suo papà in aereo all’andata e in treno al ritorno, ha giocato tantissimo con Pietro, ma proprio tanto, e senza mai litigare, li sentivamo ridere in camera come forse mai in questi anni, le brillavano gli occhi di una nuova luce, era la mia complice e la mia aiutante in casa, era ammirata dalle decorazioni natalizie che avevo messo, prendeva in braccio il mio gatto, che è quasi più grande di lei, e passava ore ad accarezzarlo, a dire che le era mancato.

L’abbiamo vista rifiorire, una tenerezza disarmante.
È buffo e insieme affascinante notare i meccanismi che legano i fratelli e le sorelle fra loro e con quelli acquisiti, le dinamiche che si creano a seconda delle ricomposizioni

Sembrava quasi più dispiaciuto mio figlio dell’assenza della sorella grande.

In quei giorni abbiamo inaugurato il mio nuovo studio fotografico, i nostri bambini insieme ai cuginetti come impazziti si sono provati tutti i costumi appesi al porta abiti dell’Ikea bianco, si sono travestiti, mascherati, abbiamo fatto centinaia di foto, sparato coriandoli e cuori, in un’euforia generale contagiosa anche per noi grandi.

Esausti, poi, siamo andati a mangiare una pizza in centro, ammirando le luminarie quest’anno ancor più belle della mia già stupenda città.

L’ultimo giorno ho chiesto alla piccina: sei contenta di tornare a casa?

Mi aspettavo una risposta affermativa, che le fosse mancata la mamma, invece mi ha risposto: insomma… no. Io stavo bene anche qui.

Li abbiamo accompagnati alla stazione, dopo una mattinata trascorsa a pattinare sul ghiaccio tutti e quattro, ci siamo abbracciati forte e baciati, e io e il mio bimbo siamo tornati a casa.

La vigilia e il Natale sono stati all’insegna del riposo e dei nostri parenti, io ho passato, lo confesso, più di qualche ora nel mio nuovo studio a pulire e a sistemare: me lo coccolo come fosse un altro figlio, ancora mancano degli accessori e dei dettagli, ma sta venendo su sempre più carino e accogliente.

Tempo qualche giorno ed è tornato su il mio uomo. Da solo.

Quest’anno non ci spettavano i bambini, avendoli avuti in esclusiva una settimana l’anno scorso, e così abbiamo deciso di stare da me senza fare niente di niente.

In realtà non era neanche arrivato che la stessa idea ci è balenata nella testa: e se partissimo? se prendessimo un last second e ce ne andassimo a Parigi?

Il giorno dopo eravamo proprio a Parigi, nel quartiere latino, in un piccolo hotel davvero bello, con la Nespresso in camera (salvavita per le nostre levatacce!) e una bellissima vista.

Abbiamo camminato instancabilmente per tre giorni, ci siamo persi pure la mezzanotte dell’ultimo dell’anno per la stanchezza (dai! Aspettiamo la mezzanotte in camera e vediamo i fuochi dal balcone…zzzzz) ma il primo gennaio alle nove di mattina a Montmartre c’eravamo solo noi, ed è stato impagabile: le nuvole così basse che dipingevano il cielo di un bianco candido, gli alberi stupende silhouette nere con lo sfondo della chiesa del Sacré-Cœur che si vedeva e non vedeva, e tutti i vicoli che in genere sono così affollati da non poter camminare erano deserti, salvo, appunto, noi due più svariati militari con mitra in mano che si guardavano intorno passeggiando posizionati a triangolo.

Inutile dirvi che ho fatto foto stupende, che siamo stati tanto felici, che i polpacci ancora non riusciamo a sentirli dal dolore e dalle scale che abbiamo fatto (abbiamo scalato tutte le chiese per ammirare i panorami mozzafiato di Parigi, non ricordavo di aver mai salito tanti gradini in vita mia!), che i bambini non ci sono mancati ma stavolta li abbiamo coinvolti raccontando loro ogni sera cosa avevamo visto, mandando foto in diretta di quello che pensavamo potesse piacergli, e che abbiamo promesso loro torneremo a vedere tutti insieme; intanto, però, ci torneremo un’altra volta da soli in autunno, per ammirarla e fotografarla con il foliage, un sogno per me. Mi emoziono immaginando come sarà il mio parco preferito, il Jardin des Tuileries, a ottobre/novembre.

Adesso la vita è ricominciata, io mi sento più tranquilla perché ho fatto qualche passo avanti nella ricerca del mio io materno più profondo, da un lato ho anche sdrammatizzato e relativizzato le mie paure, e quindi andiamo, si riparte in questo 2016 con tantissimi progetti e tanta tanta allegria, ché quella non è mai troppa.205 PARIS_0166w

Quando aspettare è anche sperare

Sono di nuovo qui, dopo una lunghissima assenza. Sembrano così lontani i giorni della nostra vacanza a due nell’isola che è anche casa, giorni di sole e di vento, di noi che giriamo in bicicletta per i bastioni, sulla via del mare, alla ricerca del tramonto, in gita all’isoletta dal mare che così azzurro non l’ho mai visto, e poi alla presentazione di due libri: il primo di una mia amica, esordiente, il secondo dell’amica di infanzia di mia mamma, una delle più conosciute scrittrici per l’infanzia, che mi ha stretto le mani con affetto e mi ha baciata, dandomi appuntamento al prossimo anno, magari per cenare tutti insieme, occhi sorridenti e parole che mi hanno scaldato il cuore ed emozionata, io che sono cresciuta con i suoi romanzi e che ho sempre sentito parlare di lei come la fiera bambina che giocava con mia madre, bimba temeraria e avventurosa, caratteristiche a cui è sempre rimasta fedele, in tutta la sua vita.

Sono stati giorni in cui ci siamo finalmente ritrovati, io e lui, e in cui ho iniziato a riprendermi dalla stanchezza, soprattutto mentale, di questa incandescente e lunghissima estate. I figli non ci sono mancati, forse noi a loro un po’ di più, ma era ormai ora di tornare quando sono iniziate le telefonate più lunghe e chiacchierine, e non ce ne siamo fatti alcun problema. Ci sentivamo pronti e rigenerati.

Poi è arrivato settembre, e il nuovo inizio di tutto. Lavoro, scuola, sport, routine che rasserena, fresco che ridà vita.

Tutto tornato al proprio posto.

Il mio bambino sempre più biondo ha iniziato la terza elementare, così come la piccola del mio fidanzato, mentre la grande è in prima media e sembra molto felice ed entusiasta della nuova scuola. 

Noi grandi siamo riusciti a fare anche un’altra capatina sull’Isola per un week-end lungo, ed è stato ancor più bello perché non era più estate, non c’erano quasi più turisti, a parte qualche nord europeo e noi. Faceva pure freddo, ma la città, il mare, tutto era silenzioso, rilassante, i nostri ritmi rallentati, le attività ridotte ai minimi termini.

Abbiamo dormito come non mai, abbiamo riso a crepapelle, abbiamo chiacchierato, ci siamo concessi un paio di cene fuori, e poi siamo tornati a casa.

E qui l’imprevisto, proprio quando pensi che finalmente ti sei ritrovata e che va tutto bene, che hai mille progetti che ti entusiasmano e che vuoi realizzare presto, che la tua vita scorre tranquilla, tuo figlio è un amore, tu sei felice, innamorata come non mai e sei contenta perché questa felicità te la sei anche un po’ sudata e quindi sì, molli tutte le tue difese, le tue paure e hai voglia di godertela in pace.

Succede che hai fatto delle analisi perché durante i tre mesi estivi non sei stata molto bene, ti sono successe delle cose un po’ strane, e quando le ritiri un valore è altissimo, ma non alto in modo normale, è davvero troppo troppo alto. Succede che a partire da questo valore si prospettino varie possibilità, di cui la più brutta non è orribile né, diciamo, eterna, ma tu speri che non se ne avveri neanche una, però devi aspettare perché quello che i medici ti consigliano è di ripetere l’esame perché un valore così alto non si è quasi mai visto e forse c’è un errore, e quindi fra pochi giorni lo ripeti e da lì si capirà come procedere.

Io non voglio essere preoccupata, perché il peggio che può accadere non è grave, anche se non è bello. Mi angoscia molto ricadere, dopo i lunghi anni dell’infertilità, in una spirale di esami, anche invasivi, analisi, medici, diagnosi e cure. Non ne ho più voglia. Ma si sa, non decidiamo noi, e quello che a un certo punto si vorrebbe può essere molto diverso da quello che ci attende.

Così sospendo ogni giudizio, cerco di non pensarci e di vivere come se questo non stesse capitando a me, tanto più di così non posso fare. In spagnolo esperar è evocativo di attesa e di speranza, un unico verbo per due concetti che sono legati indissolubilmente. Posso solo attendere e vedere che cosa ho, sperando nell’errore di laboratorio.  Voglio essere positiva, qualunque cosa sarà la affronterò, e tanto presto o tardi sarà solamente un ricordo lontano.

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Into the wild

È l’ultima notte nella minuscola casina bianca sita nella riserva marina protetta, a cinque minuti a piedi da un mare meraviglioso.

I giorni sono volati, e posso dire che è stata veramente vacanza, per me e per tutti i componenti di questa strampalata famiglia, che io nei momenti di crisi mi rifiuto di definire tale, ma che in realtà lo è, e lo è eccome.

Il discorso schiaffo (vedi post precedente) è stato brillantemente chiarito e archiviato, prima dal mio compagno di vita in una telefonata con ex e le due figlie in viva voce, in cui la piccina è stata messa di fronte alle sue responsabilità, e la ex umiliata in quanto superficiale e cattiva, e poi da me.

Un paio di giorni dopo le bimbe sono tornate da noi, mi sono corse incontro ubriacandomi di parole e sorrisi, affettuose anche più del solito, e io ho approfittato di un momento in cui la piccola mi si è avvicinata sorridente con la bici, per parlarle a quattr’occhi.

Ho esordito dicendole che le voglio molto bene, come a una nipotina (mai sia che se avessi detto “figlia”, presto avremmo ricevuto sms intimidatori della serie “La madre sono solo io!!!”), e che se davvero aveva pensato che le avessi tirato uno schiaffo anziché un buffetto sulla manina per toglierla dalla bocca mentre facevamo la foto e ridevamo tutti insieme, allora mi sarei sentita troppo dispiaciuta per lei e per quello che avrebbe provato in quel momento (discorso furbino, lo so, concedetemelo).

Poi una serie di varie ed eventuali sulla sincerità e sull’essere sempre trasparenti e leali fra noi, come era successo anche con la sorella (la quale chiaramente si era subito messa seduta vicino a noi a sentire) nella precedente vacanza: ci si era mandate a quel paese e la sera però avevamo fatto pace e tutto era finito a tarallucci e vino.

La grande rideva e confermava: “Vero, vero!” E giù occhiolini e sgomitate, da amica ad amica.

Con lei è amore dichiarato, senza se e senza ma.

Qualche giorno dopo ci siamo trasferiti qui. In questa piccolissima casina con un grande spiazzo davanti, con tavolo, sedie, una sdraio, tenda per il sole, cucina in un adiacente casottino, e doccia esterna. Una grande pianta di lavanda (deve essere il mio destino), muretti bianchi, altre piante fra cui oleandri, gerani, e citronella.


Attaccato al nostro, un monolocale gemello abitato da un padre lombardo separato con due figli neanche a farlo apposta dell’età dei nostri.

Sono stati giorni gioiosi, in cui non ci siamo fatti mancare nulla, compresi 5 giorni su 10 senza corrente elettrica perché qualcuno ha pensato di rubare un chilometro e mezzo di cavi di rame della rete aerea Enel, e non è stato facile riparare il guasto.


Immagino che sia difficile da credere, ma i giorni più belli e rilassanti sono stati per me proprio quelli senza luce. Frigorifero a parte, che è una gran rottura più che altro perché era complicato cucinare e conservare, abbiamo vissuto con i ritmi della natura.

La sera quando faceva buio avevamo delle piccole torce, ma piccole piccole, e con quelle si faceva tutto. Si chiacchierava intorno al tavolo mettendo un’insalatiera bianca su un bicchiere posizionato su una torcia, e si creava una lampada, andavamo a letto presto, ci svegliavamo altrettanto presto, e si arrivava in spiaggia in orari in cui non c’era quasi nessuno.

La notte, sopra di noi, un cielo illuminato solo da miriadi di stelle, anche cadenti. Io e lui ad osservarle sulla sdraio in giardino mentre i bambini dormivano.

Bellissimo.

Abbiamo preso il sole nelle giuste ore, diventando tutti nerissimi, e persino il mio bambino catarifrangente da quanto è bianco di pelle, adesso ha il segno del costume e mi sembra così strano!

Io, che non dormo la notte se prima non leggo, ho risolto iniziando “La storia” di Elsa Morante che mi ero scaricata sull’iPad prima di partire, pensando che non sarei riuscita mai a leggere su tablet piuttosto che su carta. Invece, non avendo alternative, ho abbassato al massimo la luminosità e mi sono goduta, nel buio pesto delle notti di campagna, la lettura di questo bellissimo romanzo.

Abbiamo vissuto sempre all’aperto: la mattina in spiaggia, poi doccia esterna e fredda per tutti, pranzo in giardino e, nelle ore più calde, prima compiti, poi agguerritissime partite a Monopoli, carte o altri giochi da tavola tutti insieme, anche con i vicini di casa. E forse questi momenti sono stati fra i più divertenti della vacanza.

Abbiamo riso, combattuto, c’è chi ha cercato di barare ed è stato scoperto, chi, avido, non guardava in faccia nessuno pur di comprare, costruire, riscuotere, chi faceva investimenti alla caz di cane e alle aste offriva più denaro di ciò che possedeva e quando si ritrovava a vincerle era costretto a vendere alla banca dei terreni… Mi sono divertita tanto anche a osservare come ragionavano questi bambini, tutti tra gli 8 e i 12 anni, intravedendo un po’ il loro futuro di ragazzi e di uomini, in qualche caso sperando che non fosse proprio così come sembrava, sempre sorridendo e pensando che queste sono alcune fra le cose belle dell’avere figli di questa età, io che temevo tanto la loro crescita e l’adolescenza.


Mi accorgo che adesso mi spaventa molto meno, perché ho imparato a conoscerli e a capire di loro tanti meccanismi: alla fine fanno tanta tenerezza perché da un lato sono piccoli e vorrebbero pure continuare a esserlo, dall’altro sono già grandi ed è troppo bello vedere che ci ragioni, che ti capiscono e che hanno, a momenti, gesti maturi e complici con te che sei l’adulto.

E che dire del tardo pomeriggio, quando noi andavamo in spiaggia fino a quasi il tramonto, e tutti tornavano indietro? La spiaggia tutta nostra, bagni infiniti, mare caldo e pulitissimo,  abbiamo giocato ore e ore col frisbee ad anello tanto che alla fine ci guardavano tutti tanto eravamo bravi. Tanti bambini, anche sconosciuti, si sono uniti a noi incuriositi. E il tempo è sempre volato.

La famiglia componibile non si è scomposta mai, neanche di fronte alle avversità dovute al distacco dalla corrente elettrica, agli incontri molto ravvicinati con ragni grandi quanto il mazzo di carte, viscidi millepiedi, qualche scarafaggio, e a una lotta impari a colpi di Cif spray con le formiche in cucina (lotta perdutissima: mai visto formiche così determinate e organizzate come quelle di campagna).

Siamo stati felici, felici e basta. Qualche arrabbiatura di lieve entità con i propri figli, io un paio di giorni col mio un po’ difficili per dei suoi modi sgarbati (e lì mi tocca dire che si è fatto molto influenzare dai milanesi vicini, che si mandavano affanculo ogni mezz’ora, fratello con sorella, figli col padre, padre coi figli, era proprio il loro modo di comunicare, perché a quanto pare si vogliono molto bene), ma rientrato tutto abbastanza velocemente.

Non ho sofferto di mancanza d’aria da troppa famiglia, e anche questo è strano e indicativo del mio stato di benessere di questa vacanza.

Ho avuto un paio di momenti in cui ho tentato di cogliere l’attimo e andarmene da SOLA in spiaggia a leggere (sempre quando il Monopoli si prolungava oltre le 17, cominciando dopo pranzo), ma sono stata regolarmente e rapidamente intercettata da una delle due bimbe “Aspetta! Vengo con te, ho proprio voglia di farmi un bel bagno!”
Ah. Ok, vieni, non disapprovo

E giù chiacchiere, ancora chiacchiere, bagni insieme, baci (ebbene sì, la grande ogni tanto viene e mi bacia, e io mi commuovo e penso che sia un miracolo), confidenze, frisbee (“Chiara ti devo allenare, così vedrai come diventiamo sempre più brave” “Veramente pensavo di legg… però sì, hai ragione, fammi un bell’allenamento che poi vedranno papà e gli altri come sono diventata brava”) e ancora frisbee…

Domattina tutto questo finisce. Si fanno i bagagli e ci si prepara per la terza e ultima parte della nostra lunga estate. Quella senza figli. Ancora un giorno e saremo soli.

Ce n’è molto bisogno, moltissimo, a questo punto.

Ho già un po’ di magone perché starò senza il mio piccoletto per lunghi 15 giorni, ma lui sarà col padre ancora al mare e si divertirà: me lo devo far passare e anche in fretta.

Io e il mio meraviglioso fidanzato abbiamo tanto da fare, da ora a fine agosto, e allora chiudiamo gli occhi e tuffiamoci senza più pensieri nel nostro prossimo futuro, che sarà emozionante e ricco come sempre di solo cose belle.

Ps. La televisione c’era, il proprietario l’aveva posizionata su un comodino.  Non abbiamo fatto in tempo ad entrare il primo giorno, che il mio uomo l’aveva già  nascosta in cima all’armadio. Nascondiglio ovviamente subito scoperto dai bambini ma abbiamo inventato loro che era rotta. (Solo una volta hanno chiesto come mai quella dei vicini invece funzionava, poi si sono arresi)

TORRE

Non sono tipi da miniclub. (E qualcosa è cambiato)

Siamo a fine luglio ormai e, nel mio conto alla rovescia perché l’estate finisca (sono notoriamente amante del fresco e dei mesi autunnali), posso dire che anche la vacanza tutti insieme nell’hotel 4 stelle all inclusive, è andata.

Non proprio come c’eravamo immaginati, ma il bilancio è comunque positivo.

Siamo partiti io e il mio bambino dal nord e loro dal sud, per raggiungere la località marina a metà strada, non propriamente il mare che amiamo noi, ma il rapporto qualità-servizi-prezzo era allettante, come lo era il fatto che questo hotel avesse il mini club, perché –illusi– eravamo convinti che ci saremmo ritagliati molti momenti io e lui da soli, mica per fare grandi cose (che non avremmo disdegnato comunque, eh), ma anche solo per chiacchierare, riposarci, leggere un po’, stare semplicemente in silenzio.

Nella realtà, fin dal primo giorno ci siamo resi conto che tutto quello che avevamo immaginato sfumava di fronte a un semplice dato di fatto: i nostri bambini dapprima timorosi (“papà, posso qualche volta non andare al miniclub se non mi va?”), poi categorici (animatrice all’accoglienza: “Volete venire al miniclub?” “NO”), hanno deciso che non sarebbero mai andati insieme ai loro simili al miniclub. E neanche allo junior club, dove li avrebbero anche accolti nonostante partisse dai 12 anni.

Rassegnati all’evidenza, e non dico lusingati, ma consolati dal pensiero che per loro la cosa più bella fosse stare con noi 24 ore su 24 a giocare, chiacchierare, fare domande, rompere, abbiamo sperato almeno di riposarci la notte, ma i tre bambini, nonostante schifassero il miniclub, avevano, le femmine, un innamoramento per una delle animatrici, il maschio, che di per sé sarebbe uno tranquillo e un dormiglione, il desiderio di vedersi tutti gli orrendi spettacoli che l’animazione organizzava neanche presto: dalle 22 in poi. Desiderio che si coniugava perfettamente con quello delle bambine.

Inutile far notare loro che dalla mattina alle 8 facevamo insieme miliardi di cose fra bagni in piscina, gare di tuffi, di apnea, tornei di freccette, biliardino, bocce, noleggio di risciò e biciclette subito dopo cena, con tanto di pedalate con 33 gradi umidi per l’infinito lungomare della località di vacanza, gite in montagna nel famoso e bellissimo parco nazionale: loro la sera volevano vedere gli spettacoli, che era roba che coinvolgeva anche il pubblico tipo “Scommettiamo che”, il gioco dei pacchi e simili. Qualche volta li abbiamo dovuti accontentare, pensando è estate, è la loro vacanza, sono piccoli e quindi sono scemi, è normale che gli piacciano queste serate di -diciamo- grottesco varietà, e così il mio paziente fidanzato è andato con loro, mentre io salivo in camera e provavo a dormire (inutilmente perché colpita da una strana forma di insonnia nervosa).

Altre abbiamo tenuto duro avvertendo fin dalla mattina che la sera avremmo preso le bici, saremmo andati alla sagra di paese, ma lo spettacolo NO, di non polemizzare né protestare perché non ce li avremmo portati.

Avvertenza che funziona alla perfezione con due bambini di 8 anni, ma avete provato a far patti con un’adolescente?

Adolescente che ha alternato momenti di dolcezza estrema, confidenza, maturità e affettuosità uniche, a sbalzi di umore che neanche io in sindrome premestruale (e non oso immaginare come sarà lei quando arriverà il suo momento!).

E un dopo pranzo afosissimo, in cui stazionavamo nella hall sotto l’aria condizionata, e i piccoli facevano i compiti, nella famiglia componibile per la prima volta si è rotto un tabù.

E’ successo che quel giorno all’adolescente era uscito un’esantema sulle cosce, e nessuno di noi si è preoccupato perché un paio di settimane prima la sorella aveva avuto la 5a malattia, con relativo esantema che è comparso ogni giorno in una zona diversa fino a scomparire completamente in qualche giorno e anche più, quindi non abbiamo dato alcuna importanza alla cosa.

Noi due, il genitore e la fidanzata del genitore, io.

Lei ha deciso che tutti l’avrebbero guardata e avrebbero riso del suo esantema (che detto fra noi neanche si notava, dovevi proprio andarci vicino), a pranzo non si è mossa dal suo posto coprendosi con la tovaglia, dopo pranzo l’ho portata su in camera e le ho spalmato una crema antistaminica tanto per tranquillizzarla (essendo soggetto allergico, il padre aveva pensato anche a una qualche allergia), lei docile si è affidata a me e se l’è fatta spalmare ovunque avesse le macchie senza vergogna (cosa che mi ha colpita molto e mi ha fatto capire quanto sia legata a me, essendo loro due bambine molto pudiche e riservate riguardo all’intimità e alla confidenza), l’ho consolata, l’ho rassicurata che non si vedeva nulla davvero, e siamo tornate giù.

Tutti insieme a un tavolino della hall, i piccoli silenziosi che studiavano (o facevano finta), io che desideravo solo dormire (con la mia media di poche ore per notte dei primi giorni), lei, annoiata, ha chiamato la madre, e quando ha chiuso ha sentenziato:

Da oggi non posso più prendere il sole né lavarmi col sapone, l’ha detto la mamma

Io e lui ci siamo guardati, complici, e abbiamo cercato di andarci piano, senza comunque prevedere la tragedia che sarebbe successa entro pochi minuti.

Il padre l’ha assecondata, dicendole va bene, non prenderai il sole, invece di andare in piscina andremo nella saletta dove fanno i tornei e staremo là, ma questo evidentemente non è bastato. Ha iniziato a dire che sarebbe arrivata al primo giorno di scuola media bianca perché non avrebbe più preso il sole, e io a rassicurarla siamo a luglio, mancano due mesi all’inizio della scuola, vuoi mettere quanto sole prenderai? Finita la malattia poi vai al mare quanto ti pare, ci abiti anche! 

– Ah, non può ritornare la 5a malattia? – No, stai tranquilla, viene solo una volta -Evvai! Non torna, meno male perché non ne posso già più. Comunque adesso non mi posso lavare eh, quindi la doccia non la faccio.

Allora. Chi ha figli adolescenti, o si ricorda come è stato, saprà quanto è acre e nauseante l’odore di ascella di bambina quasi donna, ci siamo passati tutti, io mi ricordo che mi lavavo addirittura due volte prima di mettere il deodorante.

Lei è perfettamente consapevole di questo e fino a un mesetto fa erano docce mattina e sera, adesso, come dovremmo capire che funziona a quest’età, tutto al contrario: non ci si lava più.

Abbiamo, con tutto il tatto possibile in questa vita, provato a dire: vabbé, almeno lavati a pezzi, poi ti dai una sciacquata sotto la doccia…

– NOOOO!! Perché poi va il sapone comunque dove ho l’esantema quando mi sciacquo!! (alterazione lieve)

Silenzio nostro. (i piccoli non pervenuti)

Tanto la mamma prima di partire mi ha messo un deodorante che dura 7 giorni, quindi posso anche non lavarmi!

Ora, io ammetto di essere un po’ intollerante nei confronti delle cazzate, e questa del deodorante che dura 7 giorni, che è dai miei tempi che esiste e che fa pure male, è una di queste. Nonostante tutto, con una calma zen e un tono neutro (non pensasse mai volessi contraddire la madre) le ho spiegato il concetto di questo deodorante: non è che non ci si lava per una settimana, ma non c’è bisogno di ridarselo, però lavare ci si lava, altrimenti non funziona.

Il mio fidanzato deve aver annuito, credo, o con la testa, con lo sguardo, o dicendo è vero, non lo so perché da quel momento è stato come se un terremoto avesse aperto una voragine sotto i nostri piedi: lei è scattata urlando qualcosa come: “Ecco!! Adesso io devo usare il sapone per forza, voi volete che io non guarisca mai più!! Mi terrò queste macchie per sempre!” davanti a tutta la hall, cambiando poltroncina e andando a sedersi da sola più avanti.

Ecco. Io non so come mai, non lo so davvero, ma in un nanosecondo ho sentito un CRACK e ho rotto gli argini.

Io, proprio io che ho sempre professato che ai figli del proprio compagno non si deve dire nulla, che le cose gliele deve dire lui, che ognuno ai propri bambini, perché poi si rompono gli equilibri, perché poi la loro madre si mette a mandare messaggi polemici a lui e non è giusto, ecco, tutti questi miei incrollabili principi sono andati a quel paese e la mia natura, così abilmente controllata, di impulsiva, è venuta fuori senza che volessi minimamente neanche provare a fermarla.

Sapete che c’è? Mi sono rotta le palle, mi avete rotto tutti quanti: stiamo dalla mattina alla sera dietro a voi, ai vostri capricci, alle vostre richieste, alle vostre lamentele, alle vostre paranoie, tutto il giorno a gestire tutti voi, ora basta. Cosa avevo detto di male? Che quel deodorante lo dice anche la pubblicità che non sostituiva l’acqua e sapone? Io me ne esco, vado a comprare quei prodotti per i miei capelli e vi dirò di più, mi faccio anche una piega e torno direttamente stasera, cosa pensate di esistere solo voi? Noi dobbiamo misurare ogni parola che diciamo e voi potete fare e dire quello che vi pare?

Un fiume in piena. Non so neanche se ho detto proprio queste cose e in questo modo. So che ero fuori di me dalla rabbia.

Tutta quella rabbia che evidentemente se ne stava repressa in chissà quale angolo di me e da quanto tempo.

Sono salita in camera, ho fatto la doccia, e con 36 gradi alle quattro del pomeriggio ho preso la macchina, impostato il navigatore e guidato tanto per raggiungere la città vicina e il parrucchiere che cercavo, sperando di calmarmi. Ho comprato i prodotti ma non ho fatto nessuna piega, con quel caldo sarebbe stato inutile, e poi avevo voglia di guidare ancora, di starmene in giro per cercare di sbollire e di capire che diavolo era successo, quali sarebbero state le conseguenze, era importante ritrovare lucidità prima di tornare.

Nei dintorni c’era un outlet. Ho pensato che ci sarei andata e mi sarei consolata facendo shooping sfrenato ai saldi.

E fanculo tutta la famiglia.

Invece.

Invece sono entrata, io e poche altre anime che con quel caldo si aggiravano per negozi forse più in cerca di refrigerio che di affari, e ho visto un negozietto di occhiali da sole che in vetrina ne aveva di troppo carini per bambini. A un prezzo a cui non si poteva proprio dire di no. Ho preso tre paia di occhiali pensando a ognuno di loro, alla forma del viso, alle preferenze di colore e di genere, sono stata là dentro tanto tempo e mano mano che immaginavo questi nostri figli con i nuovi occhiali, loro che non ne hanno mai avuti e a volte usano i nostri per divertirsi, ritrovavo un po’ di pace. Ho chiacchierato con la commessa che ha fatto di tutto per farmi tre bustine regalo, lei che non ha materiali per pacchetti, ma ha compreso l’importanza che aveva per me quel piccolo pensiero.
E non era un regalo riparatore, assolutamente. Neanche per un attimo l’ho pensato.

Ho poi continuato a girare per un altro paio di ore, mi sono presa due cose per me che desideravo da tempo e che non riuscivo a trovare, e, prima di andare via che ormai era quasi l’ora di cena, ho trovato un negozietto per bambini che svendeva (regalava) tutto a 5 euro al pezzo.

Inutile dire che in macchina avevo alla fine tante buste, di cui una enorme di magliette e pantaloncini (le gonne non le vogliono più, dice che non si usano) per tutti.

Arrivata in hotel quasi non avevo il coraggio di salire. Ero calma ma impaurita. Come li troverò? Come LA troverò?

Invece appena sono entrata mi sono corsi incontro, tutti e tre, e mi hanno abbracciata.
L’ho buttata sul ridere: guardate quante buste! Regali per tutti!

Si sono scaraventati sui pacchetti e non ho mai, mai, mai visto dei bambini così felici per dei semplici occhiali da sole. Carini molto, poi perfetti per i loro visini, ma ho avuto l’impressione che tutta quella felicità fosse più legata alla tensione che si scioglieva, alla ricomposizione, alla pacificazione degli animi.

Siamo andati a cena, allegramente, e quando ci siamo ritrovati tutti insieme a tavola, nel mezzo di chiacchiere e risate, la grande mi ha guardata e mi ha detto: “Comunque Chiara, scusa se prima ti ho risposto in quel modo

Giuro, il mio cuore ha saltato un battito.

Stavo per dire scusa tu amore per come ho reagito, ma poi non so, non ce l’ho fatta e non è stato per orgoglio.

Forse per un attimo, quell’attimo in cui tanti genitori si chiedono cosa devono rispondere e hanno troppo poco tempo per pensarci e allora arrivano mille pensieri e si sceglie quello che sembra meno sbagliato, ho creduto che non avrei dovuto scusarmi anche io, per non sminuire il messaggio, forte, che avevo lanciato quel pomeriggio.

E allora semplicemente le ho detto: “Non ti preoccupare, anche io ero stanca, può succedere di discutere, di non capirsi, non importa, davvero, l’importante è fare pace“.

Così abbiamo riso, mi ha raccontato che la mamma quando lei ha questi momenti va a prendere lo scudo, poi ci si è messo di mezzo anche il mio bambino che, a supportarla, ha aggiunto tutto contento che io non ho pazienza e che quando mi arrabbio esplodo, e poi abbiamo parlato di altro e la vacanza è andata avanti. Nel modo migliore. Fra confidenza e complicità crescenti, come se questo tabù che si è infranto abbia liberato tutti noi, me soprattutto, da catene e paletti invisibili.

Mi rendo conto che abbiamo ancora tanto da imparare e tanta strada da fare ma ormai solide e profondissime radici e questo è l’importante. Non è facile mettere insieme due nuclei familiari che esistevano e avevano una vita anche prima di incontrarsi, ce la stiamo mettendo tutta e i risultati, fra un litigio, uno scazzo, una risata, un compromesso e l’altro,  prima o poi arrivano.

Ah, non c’è stata nessuna ripercussione della mamma delle bambine sul mio compagno per via di questa lite. O non le è stata neanche raccontata, o lei conosce i suoi polli e quindi ha capito e bene così.

cool kids