Fidanzarsi con un uomo separato che ha figli: piccole regole di sopravvivenza

Mi arrivano ultimamente tante mail, tanti messaggi, di donne che stanno iniziando o hanno una relazione con un papà single, in cui mi si chiede il segreto per una convivenza felice e serena, per riuscire a incastrare emozioni, sentimenti di tutti i tipi, figli (a volte entrambe le parti), ex mogli, case e momenti liberi, e quello che emerge da queste lettere è una grande confusione, soprattutto dal punto di vista emotivo, una poca chiarezza dei ruoli di ognuno, una grande paura e un senso di solitudine, spaesamento, timore di sbagliare, rancori accumulati e inespressi che rischiano alla lunga di minare la buona riuscita di relazioni di questo tipo.

Inutile dire che mi immedesimo in un ognuna di queste donne, perché come ho scritto più volte in questo blog, la famiglia allargata può essere una realtà meravigliosa e ricchissima, ma anche insidiosa e complessa.

Diciamo che bisogna giocarcela bene fin dall’inizio, perché gli errori sono meno perdonati (da tutti i componenti, persino quelli esterni), rispetto alla famiglia tradizionale, in cui si è già familiari, già legati dalla nascita e da una parentela forte e quindi tutto è più facile, perché i sentimenti sono dati per scontati, la fiducia pure e l’amore già costruito senza fatica alcuna.

Vorrei provare in questo post ad elencare, in ordine sparso, qualche regoletta che ho imparato e che può essere utile per non cadere in errori fatali che potrebbero compromettere tutti i vostri sforzi e i risultati raggiunti.

Queste piccole regole ovviamente le ho pensate e scritte per bambini dagli 0 ai 12 anni circa, perché questa è la mia esperienza. Quando sono più grandi, quindi ragazzi, le cose cambiano un po’ e allora affidatevi al vostro buonsenso, o in qualche modo ne riparlano.

Appena potrò, inoltre, scriverò anche un post ‘dalla parte’ delle ex mogli, essendo pure io una ex moglie che ha un bambino.

Ecco dunque il mio elenco di regole, a cominciare da quella che secondo me è la più importante

  1. La ex moglie, che è quindi la mamma dei figli di lui, è sacra. Mai mai mai vi scappi detta una battuta, una presa in giro, un’offesa per la Santa Madre. Perché anche se per voi è una stronza, una scoppiata, una donna instabile, diseducativa e maligna, i bambini, i ragazzi, la amano perché è la loro mamma, e voi, ricordatelo sempre, siete un ‘in più ‘, anzi, all’inizio potreste anche essere considerate delle usurpatrici del ruolo materno (da lei e dai figli), o una persona che è arrivata a rubare l’affetto del padre. Quindi se non volete rovinare tutto e definitivamente, la ex moglie è intoccabile. In privato poi col vostro uomo potrete dirne di cotte e di crude, ma attenzione che i figli, che hanno mille occhi e mille orecchie (specie in questi casi) non vi sentano! Questo vale anche nel caso che gli stessi figli vengano da voi a lamentarsi di lei: voi siate diplomatiche e non vi venga in mente di approfittare del momentaneo litigio fra madre e figli per parlar male di lei, perché anche questo, poi, vi si ritorcerà contro. Quindi la regola numero 1, riassumendo, è semplicemente questa: ‘la mamma è sempre la mamma, e non si tocca’.
  2. I figli di lui. Soprattutto se siete all’inizio del vostro amore, passate più tempo che potete con i di lui figli: conosceteli, siate aperte al dialogo, interessatevi alle loro cose, in modo sincero e affettuoso. Da mamma vi dico che nessun bambino è un mostro: ci sono solo bambini spaventati, bambini che hanno paura di affezionarsi a persone che temono spariranno dalla loro vita, perché come si sono lasciati la mamma e il papà potrebbe succedere anche a voi, ci sono bambini che hanno paura che se vi amano faranno un torto alla mamma e hanno un conflitto interiore che sembra loro insanabile, ci sono bambini che sono semplicemente timidi e riservati e fanno fatica ad aprirsi. Ma sono i figli del vostro compagno, dell’uomo che amate, sono parte di lui e lo saranno per sempre, provate a vederla da questo punto di vista. Non sono vostri rivali, sono solo creature che hanno bisogno di persone affettuose, stabili e coerenti intorno a se’. Dedicate loro un po’ del vostro tempo, evitate almeno all’inizio effusioni esagerate col vostro compagno in loro presenza, dimostrategli che siete felici di fare qualcosa che li coinvolga, e piano piano, nel tempo, andrà bene. Ricordate sempre la volpe del Piccolo Principe.
  3. Non pensate mai, e con mai intendo MAI, a sostituirvi ai genitori, neanche se ci vivete insieme. La mamma ce l’hanno e il padre anche. Se c’è da fare qualche appunto, è sempre meglio che lo facciano loro, non voi, che potreste passare dall’Olimpo agli Inferi della Terra in un nanosecondo. Se proprio non resistete, o siete sole con i bambini, e quindi vi tocca, mi raccomando, la massima delicatezza e dolcezza. Certo se, per dire, due fratellini si stanno tirando oggetti contundenti o uno di loro si butta in mezzo ad una strada trafficata e non c’è il vostro compagno con voi, è vostro dovere intervenire, e anche fermamente, ma sono casi in cui i bambini stessi sanno benissimo che il vostro intervento era necessario e doveroso.
  4. Nella famiglia allargata, se tutto va bene, si va un po’ a fasi, che nel nostro caso sono state tutte in divenire, ma è chiaro che in questa progressione in positivo, essendo i componenti del nuovo nucleo tanti e variegati, ci sono a volte regressioni, cambiamenti, stravolgimenti di tutto quello che sembra(va) acquisito. Ecco. Cercate, lo so che è difficilissimo, sconfortante e a volte snervante, di abituarvi un po’ a questi alti e bassi, mantenendo voi e il vostro compagno l’equilibrio, perché se vi perdete voi, tutto si perde. I nostri figli sono tre in tutto, le età e le personalità sono diverse, e ogni anno c’è qualche novità, qualche “nuovo astro che sorge”, mi riferisco a gusti, scatti di crescita, amicizie, crisi varie, c’è sempre uno dei tre che in una vacanza rompe di più, che si lamenta, che è geloso, ci sono alleanze a volte fra le due sorelle, altre fra i piccoli, altre fra il mio e la grande, c’è sempre qualcuno che si sente escluso e quindi rompe. Succede anche nelle migliori famiglie, in quelle allargate si tende a tollerare di meno, vuoi perché non sono figli tuoi, vuoi perché sei in vacanza e avresti voglia di fare la famiglia del mulino bianco, vuoi perché avresti voglia di stare per mano al tuo uomo ma una figlia ha deciso che per tutti i dieci giorni la mano gliela darà solo lei. Ebbene: PAZIENZA. I bambini sono fatti così, e i figli di separati ancora di più. Subiscono tanto le influenze esterne, magari la loro mamma in quel periodo è nervosa, o non presente, o ha trovato un uomo e non pensa ad altro, o ha trovato un uomo di cui è innamorata ma che non la considera e quindi è isterica con le figlie, vai a sapere tu, però questo si riflette inevitabilmente sui figli e di questo soffrono e lo esternano in tutti i modi possibili. Ci vuole pazienza, empatia e tenerezza. Se la tenerezza non vi viene spontanea, perché siamo umani, e non sono figli nostri, quindi tolleriamo meno, abbiate almeno pazienza. Anche per il vostro rapporto di coppia: perché se non sopportiamo i bambini, se troviamo poco spazio per noi (perché magari siamo partiti tutti insieme e ci aspettavamo qualcosa di diverso), se poi quando la sera finalmente i pargoli dormono ci mettiamo pure a litigare perché rinfacciamo al nostro uomo che la figlia/il figlio rompe le palle, bé, è chiaro che non si potrà andare molto lontano.
  5. La coppia. Questa regola segue e si collega alla 4: la coppia sta alla base di tutto. Voi, tu e lui, siete le fondamenta di una casa grandissima difficile da costruire, una casa che può diventare bellissima ma che nasce su un terreno scosceso, o dissestato, che va piano piano reso stabile prima di mettere su mattoni, e questo lo potete fare solo voi che siete grandi. I bambini devono camminare sicuri sul pavimento di questa casa, senza trovare ostacoli né inciampare, perché si potrebbero fare molto, molto male. E siccome di male ne hanno già subito (a volte tanto a volte tantissimo), bisogna preservarli. Sempre. Quindi io, per la mia esperienza, consiglio sempre di aspettare, di non avere fretta nel presentarsi vicendevolmente i figli, e tanto meno di andare a vivere insieme. Non è che se non si vive insieme ci si ama di meno, no? D’altronde con grande probabilità venite entrambi da matrimoni falliti, quindi convivenze come minimo di anni, si può aspettare ancora un po’ prima di stabilirsi a casa dell’uno o dell’altra, che dite? Certo, qualcuno mi dirà che ci sono ragioni anche economiche per cui vivendo insieme si dimezzerebbero le spese, ed è vero, ma io penso che valga sempre la pena fare qualche sacrificio in più e aspettare comunque, se davvero si pensa che questa sia la Storia adatta a noi e che si vuole portare avanti. Date tempo alla vostra coppia di crescere, conoscetevi bene prima voi due, fate di nuovo i fidanzatini e quando siete soli dedicatevi a voi, a cenette in casa o fuori davanti a un buon vino e a un camino acceso (vabbè, qualcuno ce lo avrà un camino! 😉 ), oppure davanti a un tramonto estivo in riva al mare, week-end fuori porta e fughe anche non lontano da casa, ma romantiche e dense di passione, che dopo tanti anni di matrimonio o di solitudine ci stanno pure bene, c’è da rifarsi di taaaanto ses… ehm… tempo perduto. E poi parlate, parlate tanto, chiarite prima cosa vi aspettate da questa relazione, perché se lui, ad esempio, cerca una badante o una baby-sitter e voi non avete figli e non ci pensate neppure, anche ciao, ma se il progetto inizia ad essere comune, vi prego e mi raccomando, il dialogo. Da non arrivare a quando si conoscono i bambini ed esclamare terrorizzati: e ora?? Ma io non volevo questo, non mi aspettavo questo! E desiderare solo di riavvolgere il nastro e tornare indietro nel tempo.
  6. La regola numero 6 riguarda le modalità e il rispetto dei tempi nella conoscenza dei figli di lui/lei. E per questo vi rimando al post che scrissi proprio sull’argomento. Questo
  7. La Gelosia. La gelosia è un sentimento che affiora sempre un po’ da tutte le parti nella famiglia allargata. A volte sono gelosi i bambini di voi, a volte fra di loro (come fra fratelli comunque), a volte sarete gelose voi di loro (ammettiamolo, capita eccome). Quello che posso dirvi, è che è un sentimento totalmente inutile, capisco che capiti, ma cercate davvero di tenerlo a bada, perché distruttivo e basta. Non aiuta, non serve a nulla, e mina i rapporti. Se ci pensate non avete motivo di essere gelose dei figli di lui. Loro sono i suoi figli, lui li ama ma di un amore diverso da quello che prova per voi. Non c’è un di più e un di meno. Molti padri sono disintegrati dai sensi di colpa per la separazione e la sofferenza dei bambini e tendono quindi ad essere troppo permissivi con loro, ad accontentarli in tutto, altri vorrebbero stare con loro più tempo possibile (e magari in questo modo ne tolgono alla coppia), ecco: sappiate che sono sentimenti del tutto legittimi. Cerchiamo di non giudicare un uomo che soffre, semmai aiutiamolo, se ci riesce, cercando di essere dalla sua parte, non contro di lui, cercando, non so, di organizzare cose che possono fargli piacere quando siete tutti insieme: una giornata al parco divertimenti (anche se odiate le montagne russe e quei personaggi Disney o simili con cui tutti si fanno la foto), un pic-nic in collina (i bambini adorano i pic-nic, e basta così poco: un cestino, una coperta, qualche pietanza preparata in modo carino, ci sono tanti siti con ricettine facili facili che colpiranno molto i piccoli e daranno colore al vostro pranzo), un pomeriggio al cinema con pop-corn e bibita e tante risate, e magari subito dopo cena al fast-food, che una volta non fa male e chi se ne frega dei grassi e dell’olio di palma, intanto siamo stati tutti tanto bene e abbiamo messo un mattoncino in più alla costruzione della nostra famiglia. Aiutatelo, se lo vedete in difficoltà, ad avvicinare i figli, a far sì che loro vengano volentieri anche da voi (si sa che per le mamme le cose sono più facili, perché in genere i bambini restano domiciliati da loro e il padre prende un’altra casa che a volte i piccoli non amano o non sentono loro), perché voi siete una figura positiva e che dà allegria alla casa e affetto a loro. Sarete ripagate con tanto ma così tanto amore, che forse neanche una mamma prova un tale senso di appagamento e benessere del cuore.

Per oggi è tutto. Avrei voluto scrivere 10 punti perché sarebbe stato più carino, ma mi sono venuti questi 7 e i bambini mi reclamano, siamo all’ultima settimana di vacanza tutti insieme e ci sono tante cose da fare. Come sempre non scrivo per mesi e poi scrivo due post in due giorni, perdonatemi, spero questo autunno di avere più costanza!

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Genitori separati e sindrome da alienazione parentale. 

Scrivo questo post a caldo da New York, dove io e lui siamo solo per una settimana, io per lavoro, lui per accompagnarmi e vedere questa stupenda città insieme a me. 

Premesse varie che sanno un po’ di excusatio non petita, ma tant’è.

– Abbiamo sentito i bambini ogni giorno,  facendo anche videochiamate e facendoli sentire partecipi di ogni cosa, le bimbe molto incuriosite da tutto, con mille richieste di regali tipici come la tazza di Starbucks, magliette e cappellini, mio figlio invece era a un campo estivo residenziale in un’altra regione, da solo per la prima volta. Lui al telefono è stato davvero essenziale (è un maschio, non dimentichiamolo), si è pure ammalato e tanto ha fatto che è riuscito a convincere gli educatori a tenerlo lo stesso e a curarlo là, da quanto si divertiva e non voleva andarsene. 
New York è meravigliosa, ma cara come non mai. Ero già stata qui dieci anni fa, vivendoci un mese e mezzo, e non era così costoso mangiare, sia al ristorante sia facendo la spesa al supermercato. Adesso i prezzi sono alle stelle, tanto che un gelato confezionato costa sui 6 dollari,  il dentifricio dai 5 ai 15 dollari (non dimenticatelo a casa se andate a NY!), e cose così, soprattutto i generi alimentari.

Venire qui tutti e 5 sarebbe stato come andare in bancarotta a Monopoli, non ce l’avremmo fatta e inoltre i bambini non sarebbero riusciti a stare al nostro passo di 12 ore e chilometri non quantificabili di cammino ogni giorno. A parte qualche attrazione ce li saremmo letteralmente trascinati dietro.

– Senza contare che sarebbero stati almeno metà giornata con Marco, perché io avevo anche da lavorare. 

Detto questo, proprio oggi la figlia piccola, che poi tanto piccola non è più, perché ha quasi 9 anni, aveva il saggio di danza. Noi non lo sapevamo quando abbiamo fatto i biglietti per gli Usa, erano tanti mesi fa, e ci siamo regolati in base alle ferie di Marco.  

Quando ha avuto la data del saggio, la bambina si è dispiaciuta ma il padre è stato super come sempre convincendo gli organizzatori a farlo assistere alle prove generali e tutto sembrava tornato a posto, lei era fierissima di avere il suo papà con sé, l’unico genitore ammesso alle prove. 

Pure in questi giorni era tranquilla, ha mandato foto, ha mandato i saluti a me in videochiamata, ha chiesto dei regalini, ha parlato del saggio ma come una cosa normalissima. 

Oggi era il grande giorno. Marco l’ha chiamata poco fa dal battello che fa il giro di Manhattan per sapere come era andata e lei? 

Papà, io sono molto arrabbiata con te perché tu non c’eri, voglio vedere come ti saresti sentito se a un tuo saggio fosse venuta solo tua madre e tuo padre no, questo vuol dire che non ti importa nulla di me

Che dire? Penso che qualsiasi commento sia superfluo. Confesso che sì, è vero, non si fa mai l’abitudine a certi giochini sporchi e distruttivi per i piccoli, ma la rabbia passa in fretta, complice la certezza che il tempo ci darà ragione, che le bambine diventeranno ragazze, poi donne, e si renderanno conto di tante cose. 

A chi inizia una relazione con un uomo separato con figli,  sento di dover dire che spesso accadrà che le ex mogli rosicheranno a morte (specie se non riescono a rifarsi una vita a causa della loro immaturità, o inaridimento,  o qualsiasi altra cosa), soprattutto se voi sarete a fare i piccioncini a New York, e loro hanno il mito dell’America anche se a mala pena sanno dove si trova. Il punto è solo questo: siete abbastanza innamorate del vostro compagno? Lui è vostro complice e amico? Riuscite a resistere agli impulsi violenti che le sue azioni cattive da rosicamento acuto vi susciteranno? 

Se la risposta è sì, come ormai accade a noi, che sinceramente ci stiamo godendo ogni minuto di questo viaggio, allora è fatta

Non so.

Non so che fare di questo blog. Un blog nato due estati fa perché cercando in rete esperienze di famiglie allargate non trovavo nulla: qualche blog abbandonato, pochi articoli interessanti, nessun vissuto simile al mio, e io avevo un indispensabile bisogno di esorcizzare le mie paure, di sapere che qualcuno stava vivendo qualcosa di simile, che ce la si poteva fare, e possibilmente anche bene.

Abbiamo iniziato in due, lui più per farmi sentire la sua partecipazione a una cosa per me importante, perché di base è sempre stato molto più sicuro di me, più positivo riguardo alla nostra famiglia.

Perché di famiglia si tratta? Siamo una famiglia noi?

Se lo chiedessi agli amici comuni, ai nostri parenti, a chi ci vuole bene e vive la nostra faticosa ma determinata quotidianità, penso che risponderebbero tutti di sì, senza alcun dubbio. E anche una bella famiglia.

Siamo tutti e cinque carini, siamo anche simpatici, ognuno a modo suo, i bambini sono tutti diversi ma straordinariamente dotati, chi per il ballo, chi per la scienza, chi per il disegno e l’arte in generale, siamo spiritosi e con noi si ride sempre.

E quindi?

Quindi io vivo di dubbi. Vivo di paure. Ora lo so. E in questi mesi mi sono chiesta se questo blog non sia -sempre stato? o solo ultimamente?- un modo per raccontarmela, per convincermi che va tutto bene e che tutto è nella mia mente, non c’è nessuna minaccia quando siamo tutti insieme, non ci sono problemi importanti, grazie al Cielo, o a noi.

Allora forse va bene che io lo tenga in vita, perché è una sorta di autoanalisi che faccio ogni volta che scrivo, in attesa di capire bene il perché di tante cose.

Tanto per cominciare perché ogni volta che dobbiamo vederci tutti e cinque io entri in fibrillazione, e se questa convivenza dura tre mesi come la scorsa estate, io mi ammali, tanto che alcuni valori sballano talmente tanto che da un massimo di 200 io arrivi a 10000, per dire, e viva con l’ansia di non farcela, di non sopportare nessuno, con la sensazione di essere chiusa in una gabbia in compagnia di leoni affamati.

Miracolosamente, dopo che torno alla mia vita qui nella mia città, comincio a sentirmi meglio, e mi accorgo che il mio corpo riprende a funzionare, non c’è bisogno di risonanze magnetiche, di ulteriori analisi, che confermino che non solo non ho nulla, ma che sto proprio bene. Quel valore è sceso addirittura ai limiti bassi nel giro di due mesi. Fate voi.

Adesso ho capito che il problema è solo nella mia mente, che devo fare un lavoro molto profondo, e probabilmente lungo, per capire cosa mi accade, quali radici ha (sicuramente lontane), quali corde vanno a toccare i bambini, (la famiglia in generale?), cosa scatta in me che mi porta a cercare solo la fuga quando siamo insieme.
A volte mi sento un mostro, e non riesco a perdonarmi, perché in quei momenti soffro io, ma soffre anche il mio uomo, il mio compagno di vita, la persona meravigliosa che mi sta accanto e che è la mia forza. Da lui ho solo amore, un amore puro e senza riserve, come da questi bambini, che per fortuna riesco a preservare dalla me che divento in quei momenti, e che mi vogliono bene, mi ammirano, desiderano stare con me e pensano che io sia una bella persona.

Non so che fare di questo blog. Forse scriverò ancora cercando di essere più sincera nei confronti di me stessa e delle sensazioni, a volte orribili, che provo. Forse scriverò del mio percorso e di cosa verrà fuori.

Ma ancora non lo so, e per stasera penso che possa bastare.

Auguri di cuore a tutti voi.

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Non sono tipi da miniclub. (E qualcosa è cambiato)

Siamo a fine luglio ormai e, nel mio conto alla rovescia perché l’estate finisca (sono notoriamente amante del fresco e dei mesi autunnali), posso dire che anche la vacanza tutti insieme nell’hotel 4 stelle all inclusive, è andata.

Non proprio come c’eravamo immaginati, ma il bilancio è comunque positivo.

Siamo partiti io e il mio bambino dal nord e loro dal sud, per raggiungere la località marina a metà strada, non propriamente il mare che amiamo noi, ma il rapporto qualità-servizi-prezzo era allettante, come lo era il fatto che questo hotel avesse il mini club, perché –illusi– eravamo convinti che ci saremmo ritagliati molti momenti io e lui da soli, mica per fare grandi cose (che non avremmo disdegnato comunque, eh), ma anche solo per chiacchierare, riposarci, leggere un po’, stare semplicemente in silenzio.

Nella realtà, fin dal primo giorno ci siamo resi conto che tutto quello che avevamo immaginato sfumava di fronte a un semplice dato di fatto: i nostri bambini dapprima timorosi (“papà, posso qualche volta non andare al miniclub se non mi va?”), poi categorici (animatrice all’accoglienza: “Volete venire al miniclub?” “NO”), hanno deciso che non sarebbero mai andati insieme ai loro simili al miniclub. E neanche allo junior club, dove li avrebbero anche accolti nonostante partisse dai 12 anni.

Rassegnati all’evidenza, e non dico lusingati, ma consolati dal pensiero che per loro la cosa più bella fosse stare con noi 24 ore su 24 a giocare, chiacchierare, fare domande, rompere, abbiamo sperato almeno di riposarci la notte, ma i tre bambini, nonostante schifassero il miniclub, avevano, le femmine, un innamoramento per una delle animatrici, il maschio, che di per sé sarebbe uno tranquillo e un dormiglione, il desiderio di vedersi tutti gli orrendi spettacoli che l’animazione organizzava neanche presto: dalle 22 in poi. Desiderio che si coniugava perfettamente con quello delle bambine.

Inutile far notare loro che dalla mattina alle 8 facevamo insieme miliardi di cose fra bagni in piscina, gare di tuffi, di apnea, tornei di freccette, biliardino, bocce, noleggio di risciò e biciclette subito dopo cena, con tanto di pedalate con 33 gradi umidi per l’infinito lungomare della località di vacanza, gite in montagna nel famoso e bellissimo parco nazionale: loro la sera volevano vedere gli spettacoli, che era roba che coinvolgeva anche il pubblico tipo “Scommettiamo che”, il gioco dei pacchi e simili. Qualche volta li abbiamo dovuti accontentare, pensando è estate, è la loro vacanza, sono piccoli e quindi sono scemi, è normale che gli piacciano queste serate di -diciamo- grottesco varietà, e così il mio paziente fidanzato è andato con loro, mentre io salivo in camera e provavo a dormire (inutilmente perché colpita da una strana forma di insonnia nervosa).

Altre abbiamo tenuto duro avvertendo fin dalla mattina che la sera avremmo preso le bici, saremmo andati alla sagra di paese, ma lo spettacolo NO, di non polemizzare né protestare perché non ce li avremmo portati.

Avvertenza che funziona alla perfezione con due bambini di 8 anni, ma avete provato a far patti con un’adolescente?

Adolescente che ha alternato momenti di dolcezza estrema, confidenza, maturità e affettuosità uniche, a sbalzi di umore che neanche io in sindrome premestruale (e non oso immaginare come sarà lei quando arriverà il suo momento!).

E un dopo pranzo afosissimo, in cui stazionavamo nella hall sotto l’aria condizionata, e i piccoli facevano i compiti, nella famiglia componibile per la prima volta si è rotto un tabù.

E’ successo che quel giorno all’adolescente era uscito un’esantema sulle cosce, e nessuno di noi si è preoccupato perché un paio di settimane prima la sorella aveva avuto la 5a malattia, con relativo esantema che è comparso ogni giorno in una zona diversa fino a scomparire completamente in qualche giorno e anche più, quindi non abbiamo dato alcuna importanza alla cosa.

Noi due, il genitore e la fidanzata del genitore, io.

Lei ha deciso che tutti l’avrebbero guardata e avrebbero riso del suo esantema (che detto fra noi neanche si notava, dovevi proprio andarci vicino), a pranzo non si è mossa dal suo posto coprendosi con la tovaglia, dopo pranzo l’ho portata su in camera e le ho spalmato una crema antistaminica tanto per tranquillizzarla (essendo soggetto allergico, il padre aveva pensato anche a una qualche allergia), lei docile si è affidata a me e se l’è fatta spalmare ovunque avesse le macchie senza vergogna (cosa che mi ha colpita molto e mi ha fatto capire quanto sia legata a me, essendo loro due bambine molto pudiche e riservate riguardo all’intimità e alla confidenza), l’ho consolata, l’ho rassicurata che non si vedeva nulla davvero, e siamo tornate giù.

Tutti insieme a un tavolino della hall, i piccoli silenziosi che studiavano (o facevano finta), io che desideravo solo dormire (con la mia media di poche ore per notte dei primi giorni), lei, annoiata, ha chiamato la madre, e quando ha chiuso ha sentenziato:

Da oggi non posso più prendere il sole né lavarmi col sapone, l’ha detto la mamma

Io e lui ci siamo guardati, complici, e abbiamo cercato di andarci piano, senza comunque prevedere la tragedia che sarebbe successa entro pochi minuti.

Il padre l’ha assecondata, dicendole va bene, non prenderai il sole, invece di andare in piscina andremo nella saletta dove fanno i tornei e staremo là, ma questo evidentemente non è bastato. Ha iniziato a dire che sarebbe arrivata al primo giorno di scuola media bianca perché non avrebbe più preso il sole, e io a rassicurarla siamo a luglio, mancano due mesi all’inizio della scuola, vuoi mettere quanto sole prenderai? Finita la malattia poi vai al mare quanto ti pare, ci abiti anche! 

– Ah, non può ritornare la 5a malattia? – No, stai tranquilla, viene solo una volta -Evvai! Non torna, meno male perché non ne posso già più. Comunque adesso non mi posso lavare eh, quindi la doccia non la faccio.

Allora. Chi ha figli adolescenti, o si ricorda come è stato, saprà quanto è acre e nauseante l’odore di ascella di bambina quasi donna, ci siamo passati tutti, io mi ricordo che mi lavavo addirittura due volte prima di mettere il deodorante.

Lei è perfettamente consapevole di questo e fino a un mesetto fa erano docce mattina e sera, adesso, come dovremmo capire che funziona a quest’età, tutto al contrario: non ci si lava più.

Abbiamo, con tutto il tatto possibile in questa vita, provato a dire: vabbé, almeno lavati a pezzi, poi ti dai una sciacquata sotto la doccia…

– NOOOO!! Perché poi va il sapone comunque dove ho l’esantema quando mi sciacquo!! (alterazione lieve)

Silenzio nostro. (i piccoli non pervenuti)

Tanto la mamma prima di partire mi ha messo un deodorante che dura 7 giorni, quindi posso anche non lavarmi!

Ora, io ammetto di essere un po’ intollerante nei confronti delle cazzate, e questa del deodorante che dura 7 giorni, che è dai miei tempi che esiste e che fa pure male, è una di queste. Nonostante tutto, con una calma zen e un tono neutro (non pensasse mai volessi contraddire la madre) le ho spiegato il concetto di questo deodorante: non è che non ci si lava per una settimana, ma non c’è bisogno di ridarselo, però lavare ci si lava, altrimenti non funziona.

Il mio fidanzato deve aver annuito, credo, o con la testa, con lo sguardo, o dicendo è vero, non lo so perché da quel momento è stato come se un terremoto avesse aperto una voragine sotto i nostri piedi: lei è scattata urlando qualcosa come: “Ecco!! Adesso io devo usare il sapone per forza, voi volete che io non guarisca mai più!! Mi terrò queste macchie per sempre!” davanti a tutta la hall, cambiando poltroncina e andando a sedersi da sola più avanti.

Ecco. Io non so come mai, non lo so davvero, ma in un nanosecondo ho sentito un CRACK e ho rotto gli argini.

Io, proprio io che ho sempre professato che ai figli del proprio compagno non si deve dire nulla, che le cose gliele deve dire lui, che ognuno ai propri bambini, perché poi si rompono gli equilibri, perché poi la loro madre si mette a mandare messaggi polemici a lui e non è giusto, ecco, tutti questi miei incrollabili principi sono andati a quel paese e la mia natura, così abilmente controllata, di impulsiva, è venuta fuori senza che volessi minimamente neanche provare a fermarla.

Sapete che c’è? Mi sono rotta le palle, mi avete rotto tutti quanti: stiamo dalla mattina alla sera dietro a voi, ai vostri capricci, alle vostre richieste, alle vostre lamentele, alle vostre paranoie, tutto il giorno a gestire tutti voi, ora basta. Cosa avevo detto di male? Che quel deodorante lo dice anche la pubblicità che non sostituiva l’acqua e sapone? Io me ne esco, vado a comprare quei prodotti per i miei capelli e vi dirò di più, mi faccio anche una piega e torno direttamente stasera, cosa pensate di esistere solo voi? Noi dobbiamo misurare ogni parola che diciamo e voi potete fare e dire quello che vi pare?

Un fiume in piena. Non so neanche se ho detto proprio queste cose e in questo modo. So che ero fuori di me dalla rabbia.

Tutta quella rabbia che evidentemente se ne stava repressa in chissà quale angolo di me e da quanto tempo.

Sono salita in camera, ho fatto la doccia, e con 36 gradi alle quattro del pomeriggio ho preso la macchina, impostato il navigatore e guidato tanto per raggiungere la città vicina e il parrucchiere che cercavo, sperando di calmarmi. Ho comprato i prodotti ma non ho fatto nessuna piega, con quel caldo sarebbe stato inutile, e poi avevo voglia di guidare ancora, di starmene in giro per cercare di sbollire e di capire che diavolo era successo, quali sarebbero state le conseguenze, era importante ritrovare lucidità prima di tornare.

Nei dintorni c’era un outlet. Ho pensato che ci sarei andata e mi sarei consolata facendo shooping sfrenato ai saldi.

E fanculo tutta la famiglia.

Invece.

Invece sono entrata, io e poche altre anime che con quel caldo si aggiravano per negozi forse più in cerca di refrigerio che di affari, e ho visto un negozietto di occhiali da sole che in vetrina ne aveva di troppo carini per bambini. A un prezzo a cui non si poteva proprio dire di no. Ho preso tre paia di occhiali pensando a ognuno di loro, alla forma del viso, alle preferenze di colore e di genere, sono stata là dentro tanto tempo e mano mano che immaginavo questi nostri figli con i nuovi occhiali, loro che non ne hanno mai avuti e a volte usano i nostri per divertirsi, ritrovavo un po’ di pace. Ho chiacchierato con la commessa che ha fatto di tutto per farmi tre bustine regalo, lei che non ha materiali per pacchetti, ma ha compreso l’importanza che aveva per me quel piccolo pensiero.
E non era un regalo riparatore, assolutamente. Neanche per un attimo l’ho pensato.

Ho poi continuato a girare per un altro paio di ore, mi sono presa due cose per me che desideravo da tempo e che non riuscivo a trovare, e, prima di andare via che ormai era quasi l’ora di cena, ho trovato un negozietto per bambini che svendeva (regalava) tutto a 5 euro al pezzo.

Inutile dire che in macchina avevo alla fine tante buste, di cui una enorme di magliette e pantaloncini (le gonne non le vogliono più, dice che non si usano) per tutti.

Arrivata in hotel quasi non avevo il coraggio di salire. Ero calma ma impaurita. Come li troverò? Come LA troverò?

Invece appena sono entrata mi sono corsi incontro, tutti e tre, e mi hanno abbracciata.
L’ho buttata sul ridere: guardate quante buste! Regali per tutti!

Si sono scaraventati sui pacchetti e non ho mai, mai, mai visto dei bambini così felici per dei semplici occhiali da sole. Carini molto, poi perfetti per i loro visini, ma ho avuto l’impressione che tutta quella felicità fosse più legata alla tensione che si scioglieva, alla ricomposizione, alla pacificazione degli animi.

Siamo andati a cena, allegramente, e quando ci siamo ritrovati tutti insieme a tavola, nel mezzo di chiacchiere e risate, la grande mi ha guardata e mi ha detto: “Comunque Chiara, scusa se prima ti ho risposto in quel modo

Giuro, il mio cuore ha saltato un battito.

Stavo per dire scusa tu amore per come ho reagito, ma poi non so, non ce l’ho fatta e non è stato per orgoglio.

Forse per un attimo, quell’attimo in cui tanti genitori si chiedono cosa devono rispondere e hanno troppo poco tempo per pensarci e allora arrivano mille pensieri e si sceglie quello che sembra meno sbagliato, ho creduto che non avrei dovuto scusarmi anche io, per non sminuire il messaggio, forte, che avevo lanciato quel pomeriggio.

E allora semplicemente le ho detto: “Non ti preoccupare, anche io ero stanca, può succedere di discutere, di non capirsi, non importa, davvero, l’importante è fare pace“.

Così abbiamo riso, mi ha raccontato che la mamma quando lei ha questi momenti va a prendere lo scudo, poi ci si è messo di mezzo anche il mio bambino che, a supportarla, ha aggiunto tutto contento che io non ho pazienza e che quando mi arrabbio esplodo, e poi abbiamo parlato di altro e la vacanza è andata avanti. Nel modo migliore. Fra confidenza e complicità crescenti, come se questo tabù che si è infranto abbia liberato tutti noi, me soprattutto, da catene e paletti invisibili.

Mi rendo conto che abbiamo ancora tanto da imparare e tanta strada da fare ma ormai solide e profondissime radici e questo è l’importante. Non è facile mettere insieme due nuclei familiari che esistevano e avevano una vita anche prima di incontrarsi, ce la stiamo mettendo tutta e i risultati, fra un litigio, uno scazzo, una risata, un compromesso e l’altro,  prima o poi arrivano.

Ah, non c’è stata nessuna ripercussione della mamma delle bambine sul mio compagno per via di questa lite. O non le è stata neanche raccontata, o lei conosce i suoi polli e quindi ha capito e bene così.

cool kids

Famiglia componibile + 2

La famiglia componibile questo pomeriggio è partita per andare a visitare un luogo di grande interesse naturalistico, non molto lontano da casa. È il secondo tentativo, in quanto al primo aveva piovuto talmente forte, che arrivati a destinazione, sandali e calzoncini, non erano riusciti neanche a scendere dalla macchina.
Stavolta siamo equipaggiati meglio: abbiamo messo negli zaini felpe e k-way, scarpe chiuse e leggings.

La grande, arrivata a casa direttamente dalle prove di danza, sudata e allegra (peccato non potervi mostrare il suo meraviglioso sorriso di ragazzina oggi felice), si è tolta la maglia ‘spalla scesa’ con top a vista per mettersi una semplice t-shirt grigia, mi si è seduta vicino per chiedermi di scaricarle un po’ di canzoni da mettere nel suo mp3 per quando andrà al campo scuola (una settimana da sola), e profumava di buono, ancora di bambina.

Fra noi una grande tenerezza, ammirazione, stima quasi da donna a donna. 

Questo momento di contraddizioni è allo stesso tempo spiazzante e meraviglioso.

Pure per me che non sono la madre

Mai avrei pensato che vederla crescere, cambiare di giorno in giorno, sarebbe stato così affascinante ed incantevole.

Vederla sbocciare come un fiorellino dai colori a volte tenui e delicati come l’insicurezza, il bisogno di coccole, la dolcezza di un sorriso che solleva dal tormento interiore, altri decisi, forti, violenti come la rabbia, la paura, la perdita di controllo.

L’empatia fra me e lei è molto forte. Sto male, come l’altro giorno, se la vedo persa, sono felice quando la vedo serena ed entusiasta.

La amo più di quello che voglio ammettere.

Al contempo i piccoli ci sembrano sempre più piccoli. Sono due giorni che giocano sempre insieme loro due, in perfetta sintonia. 

E oggi, qui in macchina, siamo in 7: noi cinque più i loro due peluche (con cui ancora dormono e a cui attribuiscono sentimenti umani, in perfetta identificazione con loro stessi), che riposano adesso serenamente in braccio a loro perché il viaggio è lungo e sono un po’ stanchi. 

“Papi, Filo si è addormentato” 

“Anche Rocco si è addormentato!”

 “Eh, perché loro sono piccoli ancora”

“Sì mamma, Rocco ha 2/3 anni” (maschi approssimativi)

“Filo invece tiene 1 mese, lui è veramente piccolo.” 

  

Il nostro meraviglioso viaggio in Provenza

Eccomi finalmente a raccontare i nostri bellissimi giorni in Provenza e Costa Azzurra. Mi affido, per le parole, al quadernino che quasi ogni sera io e lui (soprattutto lui) scrivevamo un po’ come promemoria, un po’ come diario. Le foto, invece, sono mie, fatte con la reflex e col cellulare, ma qualcuna, bellissima davvero, è anche sua.

N.B.: post lungo e per chi è molto interessato a questa parte così pittoresca, dai mille colori, profumi e sapori, della Francia.

PRIMO GIORNO

Partiti di buonora con un sole caldo e una primavera avanzata dalla città del nord, il clima è stato ottimo per quasi tutti tutta la durata del viaggio, tranne una lenta e implacabile virata al brutto con pioggia e freddo (da 20 a 15 gradi) con vento frizzante.

(La compilation con playlist a tema, al momento, non sembra essere aderente al profilo del viaggio. Lo dimostra il consumo del tasto seek.)

In Francia si parla francese. Prodotto tipico, almeno in questa parte del giro, sono i gare (i caselli), i limiti di velocità sono intorno ai 90/110.

I prezzi sono alti: il GPL a 0,980 € al posto di 0,599 € italiani. Frontieristi molto sgarbati.

Prima di arrivare ad ARLES, prima tappa del nostro viaggio, siamo passati in macchina attraverso la Camargue, la zona più ad ovest della Provenza, dove abbiamo visto infinite saline, paludi, cavalli bianchi liberi e non (come descritto in tutte le guide), fenicotteri e gabbiani, turisti stoici in bicicletta sotto la pioggia portati via dal vento a raffiche, e un paesino, Saintes Maries de la Mer (appunto) tutto bianco con persiane celesti, probabilmente una località di vacanza estiva che in questa stagione e con questa pioggia forse aveva poco senso visitare.

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Ad Arles la casa prenotata con Airbnb è bellissima: palazzo antico tutto in pietra, di fronte alla chiesa, la nostra camera sullo stesso piano del loro appartamento ma indipendente, molto curata, carina, con futon come letto, duro come una pietra, piccolo, misura alla francese, dormiremo vicini vicini.

Scuri alle finestre non presenti, e qualcuno non ha pensato di portare la mia mascherina, che io gli avevo premurosamente affidato pregandolo di portarla in Francia, ma non importa: ho una morbida sciarpina nera.

La signora che ci affitta la stanza avrà la mia età, un compagno francese, e un figlio molto carino di 7 anni. Peccato che lei sia una un po’ dissociata, probabile nevrotica con mania del controllo, che non sopporta il suo bambino.

Abbiamo cenato in un piccolo bistrot, diciamo pure nel primo che abbiamo trovato vista la pioggia incessante e i piedi zuppi, con entrecôte e anatra al miele. Poi siamo andati a morire sul futon.

SECONDO GIORNO.

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Sveglia sul comodissimo futon e pioggia scrosciante (ancora).

Colazione gentilmente offerta dal compagno della signora, timido e riservato, che ci ha fatto un ottimo caffè con la moka, e ci ha fatto trovare cornetti freschi, ottimi e leggeri. La loro casa è bellissima, librerie infinite alle pareti, muri in pietra, arredamento di design, moderno ma caldo, terrazzino sui tetti su cui generalmente offrono la colazione, ma oggi proprio non è il caso.

Giro di Arles stando attenti a non prendere le pozzanghere. Città veramente bella, nonostante il buio dovuto all’acquazzone che non mai accennato ad attenuarsi.

Ovunque italiani in gita (fortunatamente non molesti come quelli dell’alta stagione).

Per il pranzo (scelta che faremo per tutta la vacanza, con molta goduria) decidiamo di convergere su baguette fresca e affettati comprati al market (un po’ anche per tamponare le spese).

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Note e curiosità. Ci dicono qui che la carne di toro offerta come piatto del giorno nei ristoranti e nei bistrot è quella degli animali ammazzati nelle corride che ancora qui hanno un grande seguito. L’animale viene macellato in diretta e servito. Fino a qualche tempo fa anche trascinato fuori dall’arena sulla pubblica piazza. Disgustorama.

Dopo pranzo partiamo da Arles e, sulla strada per AVIGNON facciamo un paio di deviazioni: la prima per il Moulin de Daudet, un vecchio mulino a vento su una collina con un suggestivo panorama, piuttosto noto perché qui si ritirò il famoso poeta e drammaturgo Daudet. Sulle guide sembrava più bello, il tetto rosso che spiccava nel cielo azzurro, nella realtà era grigio e tutto rovinato.

Mulino

Poi ci spostiamo verso un delizioso paesino delle Alpilles.

Il paesino arroccato si chiama LES BAUX DE PROVENCE, un borghetto scavato nella roccia, tutto bianco, o almeno così sembrava, visto che diluviava e non si capiva molto.

Ci è sembrato bellissimo, il che, in una giornata come questa, vuol dire che è veramente bello.

Ci fanno sapere che è uno dei paesi più visitati di tutta la Francia con migliaia di turisti ogni giorno.

Obbligo di parcheggiare fuori dal paese, a 5€ (tariffa giornaliera non frazionabile).

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Da qui ci siamo diretti verso AVIGNON, dove abbiamo parcheggiato nel comodo parking des Italiens, che è gratuito e ha una navetta ogni 5 minuti che porta in pieno centro.

Il b&b prenotato era proprio nella piazza dove ci ha lasciato l’autobus, quindi perfetto.

Era di proprietà di una ragazza giovane, madre di due gemelle di un anno, scoppiatissima (come darle torto?), che ci ha aperto e se ne è andata di corsa con le due bambine appese una su un fianco e una sull’altro.

Appartamento monolocale arredato con colori chiari e toni dell’azzurro, con soppalco e letto in pratica appiccicato al soffitto, dove comunque abbiamo dormito bene perché meno duro del futon di Arles. Lui aveva la trave del soffitto proprio sulla sua parte di letto, ma afferma di aver dormito bene, quindi basta.

Siamo usciti per la cena sotto la pioggia incessante, eravamo stanchi e tutto ci è parso molto caro, così ci siamo infilati in una risotteria dove abbiamo speso pochissimo e mangiato molto bene, chiacchierando con la ragazza corsa che lo gestiva in un’atmosfera familiare e molto allegra.

C’è un ottimo clima sociale, la gente è molto cortese, ci si saluta per strada anche se non ci si conosce, se due persone incrociano lo sguardo si sorridono.

Avignone

TERZO GIORNO.

Al mattino ci sveglia un sole meraviglioso che filtra dalle tende a righine, e andiamo al mercato, con tutti i suoi banconi di carni, formaggi, salumi e frutta e verdura.

E dolci.

Ci procuriamo le baguette per il pranzo e facciamo colazione con caffé, croissant e un pain au chocolat da sogno.

Il giro della città, che ha duplicato in pratica quello che avevamo fatto la sera precedente, con l’aggiunta della favolosa terrazza dei papi, è stato funestato da un vento tremebondo, polvere e foglie turbinanti, sferzate gelate! Cose che altri provvidenziali pain au chocolat e intrusioni in negozi senza comprare nulla, hanno mitigato.

Ma gli occhi erano pieni di lacrime, e gli starnuti abbondanti ci hanno fatto pensare ad allergie acquisite al momento o polmoniti istantanee.

Avignone day

Per sfuggire a certa morte abbiamo deciso di riprendere la navetta (con le nostre brave baguette con salumi e formaggi) e siamo tornati alla macchina, in direzione della tappa successiva.

Nota. La BAGUETTE: il francese, di base, gira con la baguette in mano, in borsa, sotto il braccio. La baguette è una specie di status symbol, di simulacro, di dio pagano. A ogni ora del giorno, mattina e sera, la baguette spunta da una borsa o da una tasca, viene posata su un tavolo sventolata contro qualcuno, usata per fermare l’autobus, il traffico, o salutare un amico. Poi non sappiamo se se la mangino. Noi ce ne siamo mangiate a volontà.

baguette

Tappa successiva. L’ISLE SUR LA SORGUE è un piccolo paese circondato da un piccolo torrente di acqua limpida e cristallina, pieno di negozi di antiquariato dove ogni tanto ti trovi davanti una grossa ruota di mulino ad acqua.

Forse la stagione, ma dovunque siamo stati è stato un exploit di fiori.

Abbiamo fatto un giro attorno all’ ‘isola’, sempre col vento che ci portava, mangiato la nostra baguette seduti su una panchina davanti al fiume.

Isle

Poi preso un caffè Lavazza da Paolo.

NOTE. Il caffè in genere è buono dappertutto, L’espresso è simile al nostro. Il prezzo più variare, e senza alcuna ragione, da 1€ a 2€ e passa.

Il fruttosio non esiste e nemmeno lo zucchero di canna (eccetto eccezioni). Le ZOLLETTE piacciono molto. Si trovano dappertutto, non l’ho capita questa cosa.

Zollette. Io nella mia città di nascita, al sud, ho visto alcune zollette negli anni ’80. Poi sono finite e nessuno le ha più ricomprate. Qua zollette ovunque.

Caffe

Siamo ripartiti per andare a ROUSSILLON, punto di partenza per le escursioni al Colorado provenzale, ovvero ai sentieri dell’ocra, questa polvere colorata dal giallo all’arancione, al rosso, usata per preparare i colori per dipingere. E tutto il paese è tutto di questi colori (il paradiso dei fotografi, dicono). E infatti.

Roussillon

Le guide dicevano di vestirsi in modo da sporcarsi, poiché la polvere di questi sentieri ci avrebbe sporcati per sempre, ma la pioggia dei giorni precedenti ci ha salvati, compattando la terra.

Canyon

Ocra2

A Roussillon c’è la maggiore concentrazione di italiani di tutta la Francia. Ne abbiamo trovati più qua che a casa nostra: un sacco di ragazzini delle scuole in gita e poi svariati vecchi che spendono la loro pensione in viaggi invece di donare i propri risparmi ai poveri (tipo me), tra questi uno che avrebbe preferito morire piuttosto che farei aiutare da me a salire le scale, ma non importa.

vecchio

NOTA. Lungo il percorso da un paese all’altro non sono mancate delle deviazioni in base all’ispirazione del momento, che ci hanno portati in piccoli villaggi carini con fiori, imposte colorate e mulini a vento, subito immortalati, mai sia finiscano.

porta blu

Arrivati ad APT, questo paese dal nome così suggestivo, proviamo a fare due passi nel ventoso centro storico. Il paese è simile ai nostri villaggi di montagna, dove, quando è un poco più freddo, è la morte.

Ci sono tanti negozietti carini, tra cui uno di espadrillas che ci vedrà passare almeno sette volte.

La casa di Claire, la host che ci ospiterà, è su un colle dirimpetto al paese. C’è un bel panorama e volendo, attraversando un tunnel sotto terra, si può raggiungere il centro in pochi minuti a piedi. Ma non lo faremo perché il freddo è assai (siamo in montagna, praticamente).

Claire è una donnina iper fumatrice, e la sua casa, piena di fiori e quadretti, puzza un po’ di fumo e di camino.

Il problema è, ci pare di capire dal suo inglese semplificato, che non andrà mai via di casa.

La casa è bella, ha una veranda con vista sul paese e le montagne, dove si potrebbe mangiare, ma non lo faremo per il freddo.

Veranda

C’è un bel salotto con camino e una zona pranzo molto luminosa. La cucina è buia con un frigo dove ci sta un timballo di cous cous in bella vista. Poi ci sono due porte: in una c’è la doccia con il lavello (tutto molto grande, con accessori provenzali), e di fianco, in un buco di stanza, il gabinetto con, alla parete, una lavagna (una lavagna in bagno?)

Una finestra in alto unisce i due servizi. Poi le due camere da letto, divise da un muro piuttosto sottile.

La nostra aveva un grosso foro per l’aria sopra la porta che, oltre a fare entrare/uscire i rumori (noi abbiamo riso con le lacrime, la notte, pensando che Claire lo avesse fatto aprire per spiare i suoi ospiti), al mattino faceva entrare un vigoroso raggio laser di sole.

NOTA: non è una leggenda. In Francia i bidet non esistono. A volte decidono di lasciare i bagni più grandi e spaziosi piuttosto che mettere un piccolo bidet. Se uno è abituato a farsi il bidet, ha certamente delle difficoltà, e deve attrezzarsi come può (fantasia, elasticità, agilità).

La piccola Claire ci dà delle indicazioni circa possibili locali dove poter mangiare, indicazioni che verranno completamente disattese, eccetto che per Le Platane, indicato da lei come ristorante caro e gourmand.

Le Platane è un bel ristorante dall’aria chic e decadente. Difficile farsi capire dalla ragazza scoppiata che tira per la sala sbuffando e strisciando i piedi. Parla solo francese e non riesce a comprendere che, anche se continuasse a ripetere le stesse cose per tutto il tempo, io non riuscirò a capirla.

Preso dalla disperazione, mentre provo col dialetto della mia città del sud e con la gestualità mimica che fece la fortuna del compianto compaesano Marcel Marceau, chiediamo l’aiuto a una persona a caso del backstage (se dobbiamo spendere, almeno sapremo come abbiamo speso i nostri soldi).

NOTA. Ecco, la lingua non è mai stata un problema, un po’ complice la gentilezza delle persone del posto, ma l’inglese è ancora lontana dall’essere la lingua comune. Ci si arrabatta con l’italiano, lo spagnolo (in molti lo parlano, vedi corride, nonostante non siamo proprio vicini alla Spagna), l’inglese e il francese, alle volte anche parlati contemporaneamente.

Arriva una signora molto sorridente, evidentemente felice del suo lavoro, o semplicemente di vivere. Riusciamo a chiedere bene in inglese e a ordinare. Al posto dell’entrecôte ci arriva un filetto spaziale, e anche il resto era molto buono.

Peccato la ragazza strisciante da un certo punto in poi ha anche smesso di parlare con noi, o se noi le chiedevamo qualcosa, diceva automaticamente “sì” senza portare niente, peccato il bicchiere di acqua gelata tra le mie pudenda che quel giorno mi ha ricordato di quanto fossimo in montagna e l’estate lontana.

NOTA. Dove siamo stati, l’acqua non si è pagata quando non imbottigliata, e nemmeno il coperto. In genere quando prendevamo un ‘menù’, invece di ordinare à la carte.

NOTA2. Una cosa che si è osservata, è che da queste parti la 626 non esiste, e si dà molta poca importanza (o nessuna) ai fili ‘volanti’, alle prolunghe sporgenti, alle prese in bilico. In molti locali, inoltre, abbiamo trovato arredamento che era contemporaneo agli anni ’70. Evidentemente molti gestori non si preoccupano dell’immagine che offrono.

QUARTO GIORNO

La notte passa tranquilla. Ci sveglia dolcemente il raggio fotonico di luce che passa dal buco sopra la nostra porta e che si posa esattamente sui nostri occhi, la colazione a base di piccoli croissant e pane scuro tostato con marmellate homemade (limoni verdi della Corsica e pesche di vigna), e le chiacchiere con la signora. (faticose, per noi, di prima mattina, lo ammettiamo).

APT

Prima di lasciare Apt ci fermiamo in un bar per un altro caffè, in un forno per il pane e al mercato per comprare varie ed eventuali, tra cui una cassetta da un chilo di fragole che aromatizzeranno l’intero viaggio.

fragole

Il percorso, da questo momento, sarà completamente nella natura: attraverseremo boschi e campi di lavanda fino a Valensole, ci fermeremo spesso per fotografare l’albero, la casetta, il fiore, lo sfondo di windows, il particolare più o meno insignificante come “la nuvola che c’è”.

I campi di lavanda non ancora in fiore ci sembrano molto suggestivi, figuriamoci in giugno!

Lavanda campoWindows

casetta

A Valensole ci fermiamo per una piccola sosta pranzo in un giardino pubblico per bambini, dove si affacciano delle case private. Non ci sono bambini in giro, o perché sono in vacanza (in Francia, ci dicono, hanno più vacanze di noi a scuola, sparpagliate durante tutto l’anno), oppure sono stati rapiti.

Ci fermiamo nella piccola bottega di una signora ruvida di campagna attirati dai colori del caseggiato (viola ed ocra) e dall’insegna che richiama al miele di lavanda. Appena dentro ci si rende conto che potrebbe essere una merceria, un negozio di fiori, una rivendita di olio, una sartoria, qualsiasi cosa, anche la casa disordinata della signora.

Compriamo del miele in vari formati, e chiediamo utili informazioni circa i periodi di fioritura della lavanda (15 giugno-15 luglio).

Per dirci che il 15 luglio non ci sono più fiori nei campi, fa un segno come a tagliarsi la gola.

negoziolavanda

Fantasticando su un prossimo ritorno da queste parti, con una precisa mappatura dei campi, arriviamo sull’orrido delle Gorge du Verdon, il canyon più alto d’Europa, scavato dal fiume Verdon, che si riversa nel gran lago del Verdon.

Non sappiamo perché questo nome.

Verdon

La strada che segue il precipizio, da cui si affacciano numerosi balconi e punti panoramici vertiginosi, è molto suggestiva ma va percorsa con molta attenzione per non finire contro le rocce spigolose della montagna o giù per la meravigliosa scarpata verdeggiante.

strapiombo

Alla fine delle gole e prima di cominciare un altro lungo tratto di strada curviforme ci fermiamo nella piazza di Castellane, dove mangiamo le nostre belle fragole prima che maturino troppo e ci nauseino con il loro dolce profumo zuccheroso.

Castellane potrebbe essere qualsiasi centro montano abruzzese, di quelli che vendono souvenir in legno con scoiattoli in pelo e set da cucina ricamati.

La strada ci porta ad ANTIBES, una cittadina che in noi non ha destato alcun fascino. Il nostro karma positivo ci fa trovare, come al solito, un parcheggio comodo in centro e senza pagare. La città presenta come diversi strati urbani, affiancati tra loro fino al porto. Ci sembra caotica e disordinata. Una piazza è legata all’altra da un flusso di gente che vaga come formiche.

Qui il gelato, ovunque in Francia carissimo, può costare anche 3€ a palla.

Lasciamo il posto coi suoi “non so” e, dopo un salto al Mac per ricaricarsi di spiccioli per l’autostrada, andiamo a NIZZA.

Nizza

Inutili le considerazioni sulle innumerevoli auto e case di lusso incontrate nei dintorni: questa è (sembra) zona di accoglienza, dove tutte le culture, le razze e le classi possono co-abitare felicemente con educazione e gentilezza.

Il navigatore GPS risulta alleato fondamentale per non perdere (o per ritrovare) la strada, anche se ci riporta sempre su strade a “peage“, dove ai caselli vede gente che lancia monetine nei cestoni del self-service anche in maniera rabbiosa. Anche io.

NOTA. Gli automobilisti, comunque, sembrano diligenti e pazienti: mai sentito un clacson, eccetto dove esplicitamente richiesto (galleria a doppio senso di circolazione a unica corsia), i limiti di velocità sono rispettati e anche le distanze di sicurezza.

Davvero, c’è molta correttezza.

C’è anche molta polizia in giro: forse a causa degli attentati di Parigi a Charlie Hebdo, ma vedere in giro delle ronde armate di mitragliatori automatici non è per niente bello né rassicurante, specie se l’immagine di contrasto è il mare di turisti gioiosi, colorati, vacanzieri, felici e spensierati.

Mitragliatori automatici.

Abbiamo facilmente raggiunto il nostro budget hotel, in una parallela del lungomare di Nizza.

Le sistemazioni per questa vacanza sono state prenotate tramite Airbnb e Booking, senza un vero criterio di base, forse solo per un giusto senso di risparmio, ma senza scadere nella mortificazione della dignità.

E tutti gli alloggi si sono dimostrati degni, incluso questo albergo senza fronzoli.

Da subito si capisce che qui in città le cose sono un poco diverse, perché il personale della reception ci dice di parcheggiare tranquillamente sul marciapiede. E quando comincio a pensare che sia una concessione propria dell’hotel e del marciapiede prospicente all’hotel, ci accorgiamo che la normalità qui è di parcheggiare nelle aiuole, nei posti riservati ai bus, ai mezzi di P.S., al carico e scarico merci. Gli unici posti liberi sono quelli riservati ai taxi, e questo ci lascia intuire che i tassisti sono piuttosto benvoluti in città (oppure portano cicatrici vistose come i giostrai, non lo sappiamo, non abbiamo verificato).

Rinunciamo alla colazione dell’hotel a 6,15 € a persona, barattandola l’indomani con una da bar a 4,5€ totali, tutto molto buono.

La camera all’ultimo piano ha una vista sul tramonto con tangenziale, subito sostituita con una ampia il doppio con vista mare.

L’hotel è sufficientemente budget: non c’è frigo, non ci sono altri asciugamani oltre quello da doccia (non c’è l’asciugamanino da bidet, è normale: non c’è il bidet), ma il letto è super comodo e il mare blu giustifica il nome della Côte d’Azur.

Altro alleato di questo giro è stato tripadvisor, che ci ha condotti sul dock del porto antico, a L’escale, ristorante marinaro a cui non daresti granché ma la cucina OHGADEÈ possibile mangiare cozze in formula all you can eat per 13 €, cucinate in una decina di modi diversi.

Te le portano in un secchiello di metallo e ciao. Zuppa di pesce meravigliosa. Menù a 19€.

Anche in questo caso niente acqua a pagamento.

La cena, ben posizionata nelle viscere, ci invita a una passeggiata in centro. Qui notiamo la tradizionale esposizione di parcheggi creativi, in alcuni casi la seconda fila è sorprendente, addirittura in pieno crocevia stradale.

Nei casi limite viene messo sul cruscotto un biglietto con numero di telefono del proprietario.

La sera le vie del centro storico sono piene di colori, lasciano intravedere il loro fascino, mentre trans e prostitute ci suggeriscono di ritornare alla macchina e andare a dormire, anche se in giro ci sono normalmente anche ragazze sole che passeggiano senza alcun timore.

QUINTO GIORNO

La mattina parcheggiamo lontano dal centro e facciamo una splendida passeggiata sull’infinito lungomare.

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La giornata è bella, e preannuncia un aumento della temperatura, ma un vento sferzante fa rabbrividire le carni.

Il mare è di un blu che non abbiamo mai visto: sembra illuminato al led.

Sul lungomare i preparativi per la prossima stagione estiva, e orde di persone di tutte le estrazioni sociali, dal barbone al milionario: chi corre, chi prende il sole, chi legge, chi si bacia, chi chiacchiera, chi fotografa a mani basse.

Dal lungomare è facile scorgere tra le varie traverse tra i palazzi, anteprime delle piazze e gli spazi da visitare durante il giorno.

Raggiungiamo il coloratissimo e profumatissimo mercato di Cours Saleya: fiori e fiori, saponi, prodotti gastronomici e primizie, tutte robe meravigliose che, ad avere tempo, ci tufferemmo dentro.

Nizza Fleurs

Nizza rose

Nizza lavanda

Nizza marsiglia

Nizza saponi

Nizza Asparagi

Nizza salumi

Poi decidiamo di perderci tra i vicoli colorati, dove si spandono profumi di bucato e di cucina (sia dalle casette, sia dai tantissimi ristorantini e bistrot).

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La città è davvero molto pittoresca, piena di visitatori nel grande triangolo del centro storico, chiuso a est dal porto storico, a nord dalla grande piazza Garibaldi e a ovest da quello che era il corso del fiume Paillon, al cui posto sono state inserite infrastrutture, edifici, strade, piazze e servizi di alto livello: il museo di arte contemporanea, il grosso edificio dell’Acropolis (cos’è?), giardini pubblici, la piazza enorme e bagnata con le statue sospese, gli spruzzi di vapore e altre cafonerie per la gioia dei più piccoli.

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Al di là dell’ex fiume, la zona liberty con i palazzi ricchi di fine ‘800/’900, le mega-ville, i palazzi dei grandi hotel e casino, e, per la gioia delle donne, i Magazzini Lafayette (dove abbiamo speso parte del pomeriggio alla ricerca di capi in promozione tra i tanti reparti delle grandi marche, facendo ottimi affari).

Per il pranzo la città è prevedibilmente attrezzata per tutte le tasche, e nel centro, nei vicoli, fuori dalle botteghe di carne e di pane, già sono lunghe le code per mangiare.

Noi cerchiamo alle spalle della cattedrale, su indicazioni di tripadvisor e di un vecchio signore che in francese, probabilmente, ci ha coglionati in modo ridicolo ridendo a crepapelle con un amico, un piccolo posto che per 11€ a testa ci dà uno smoothie genuino, un panino niçoise (o altro) dalla bontà infinita, dessert e caffè espresso, più bagno pulito e Wi-Fi.

La coppia di gestori è molto gentile e simpatica e parla un ottimo inglese, descrivendo meticolosamente tutti i piatti.

Per smaltire questa buona roba ci arrampichiamo sulla collina del castello (ex castello: ci sono solo quattro pietre) tramite dei sentieri o delle scalinate. Il colpo d’occhio sulla città, sul mare, sulle colline, è straordinario.

E camminando lungo il bordo del promontorio si può godere di 360° di panorama.

Nizza panorama

In cima ci sono un ristorante/bar, fontane spente, campi di bocce, panchine e prati dove giovani ragazzi prendono il sole e grosse comitive di bambini urlanti giocano nel parco o a giochi di gruppo con animatori (tipo centri estivi nostri) affatto stressati.

Lasciamo questa stupefacente città con la certezza di ritornarci appena possibile, scommettendoci: vale la pena di starci più tempo che un giorno. Nessuno ci aveva parlato di Nizza come di una città così bella, noi ne siamo rapiti e innamorati.

E il senso di bello e di benessere si fa ricordare ancora di più percorrendo la strada verso casa coi suoi francesi frontieristi sgarbati, il cielo grigio, gli svincoli micidiali della Liguria.

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