Fasi e oscillazioni nella famiglia allargata 

Per la prima volta stanotte una delle due bambine è rimasta qui con me sebbene il padre stamattina entrasse a lavorare prestissimo.  La grande è andata a dormire da un’amica,  hanno solo 12 anni ma per loro prima delle 2 non si dorme: si fanno video, si chiacchiera, si gioca col telefono. Abitudine malsana ma d’altronde non sono io la loro madre.  Il padre poco può fare,  standoci di meno. 

Così i due piccoli sono rimasti con me ed è un sogno. Hanno dormito tutta la notte e fino a tardi: alle 9 si sono svegliati, hanno trovato tutto apparecchiato e le piadine con la cioccolata pronte, abbiamo chiacchierato dei loro sogni e di cosa avremmo fatto oggi, poi mi hanno aiutata a sparecchiare (cosa che quando c’è il papà non fanno!) e si sono lavati e vestiti.  Una meraviglia. 

Adesso è un’oretta che giocano insieme io non li sento.  Ho potuto prepararmi, iniziare a lavorare e fare una seconda colazione in silenzio leggendo le notizie. 

Ecco. Tutto questo con la figlia grande sarebbe stato impossibile. Perché sarebbe stato tutto un “chiara guarda questo video!!!” (l’orrore di YouTube e soprattutto degli YouTuber, che sono i loro indiscussi miti), guarda questo tutorial per fare una cover con gli smalti,  senti questa canzone,  senti questo cosa dice, ahahahaha,  guarda questa parodia, guarda me è i miei amici del mare cosa abbiamo filmato… ” e giù,  due ore di filmini inutili e stupidi.  (ma sì, non è politicamente corretto ma diciamolo!)

Io non sono per lei,  come invece per i piccoli, una figura grande, una mamma e una vice mamma: sono un’amica, e questo a volte è lusingante e mi fa capire che sto lavorando bene con queste figlie,  altre è sfinente, perché mi fagocita a tal punto che non più tempo per niente e per nessuno. La sorellina si sente trascurata,  mio figlio non ne parliamo (e fin qui pace), il mio lavoro addio. 

Tutto questo per dire che nella famiglia allargata, ma forse in tutte le famiglie, si va un po’ a fasi, e io ora sono nella fase che ho fatto carte false perché la figlia grande restasse pure a pranzo dall’amica,  ma invece tornerà qui,  e l’amica pure.  E sarà tutto un video

“Perché voi vi amate” (fratellanza nella famiglia componibile) 

Vorrei tanto raccontarvi la nostra estate ma ci sarebbe così tanto di bellissimo da dire che non so da dove cominciare, quindi partirò dalla fine, anzi dalla semi fine, visto che domani inizia l’ultima settimana tutti insieme. 

Qualche giorno fa io e Marco abbiamo comprato un bel divano letto per la casa al Sud per vari motivi: perché quello che c’era era piccolissimo, per potersi sedere tutti e cinque, per fare finalmente qualche serata cinema senza che qualcuno, in genere i due piccoli,  stia buttato a terra, perché ora che stanno crescendo (siamo a 9, quasi 9, 12 anni) forse ci avrebbe potuto dormire mio figlio durante i nostri soggiorni da loro. 

Il divano è arrivato quando io ero già qui, a nord, insieme al mio bambino. 

Lo stesso identico giorno queste sono state le conversazioni fra genitori e figli nelle due città a più di mille chilometri di distanza. 

Sud.  “Papi, ma questo divano esattamente per cosa l’avete comprato?” 

Seguono spiegazioni di cui sopra. 

“Evviva, possiamo invitare tutti i nostri amici a fare serata cinema con le Anime! “(chi ha figli preadolescenti dovrebbe capire),

“Possiamo dormirci stasera per provarlo?” 

“Eh no, Pietro no, non deve dormire qui, lui dorme in cameretta con noi!”

Nord. “Allora Pietro sei contento che andiamo da loro? È dai primi di agosto che non vi vedete, quasi un mese.”  “Sì, contentissimo mamma, però voglio portare dei regali alle bambine.” “Guarda che ho già preso due cose io, visto che mentre siamo là sarà il compleanno di Anna e poco dopo quello della sorella.”

 “No, voglio comprare qualcosa da parte solo mia per loro.”

Segue elenco lunghissimo e meditato su cosa vorrebbe regalare,  pensando davvero a cosa potrebbe piacere all’una e all’altra, con sincera generosità e affetto, mai sentito un tale trasporto per nessuno (a parte per me e per il padre).

Incuriosita gli dico: “Certo che vi volete proprio bene, parli di loro quasi come fossero le tue sorelle…”

Non quasi mamma, noi siamo fratellastri, perché voi vi amate,  quindi…  quindi noi siamo come dei fratelli”

Tutto ciò, da nord a sud, con una naturalezza, con un amore, con una spontaneità che ci ha, come sempre, perché non ci abituiamo mai, meravigliati, resi felicissimi, confermato che, nonostante ogni tanto ci siano difficoltà, a volte fisiologiche, altre imposte dalla vita e da terzi, stiamo lavorando bene e i risultati si vedono. 

Ho voluto scrivere subito qui perché non voglio dimenticare mai questo bel momento, e soprattutto desideravo tanto condividerlo con chi ci ha sempre seguiti, incoraggiati, dato consigli, o anche solo semplicemente ascoltati. 

Grazie. 

“E se diventi farfalla nessuno pensa più a ciò che è stato quando strisciavi per terra e non volevi le ali.” Alda Merini

Dopo una estate diciamo movimentata, tre mesi passati volontariamente (questo devo dirlo,  non mi aveva costretta nessuno) al Sud per stare vicina al resto della famiglia almeno nei mesi in cui in teoria si dovrebbe essere più liberi, mesi che si sono rivelati faticosissimi per me, e di conseguenza per il mio uomo meraviglioso, in cui mi sono pure ammalata (la forza della psiche), non paga della fatica,  dell’ansia, della poca sopportazione di tutto, a ottobre decido che sarebbe bellissimo andare a sciare tutti insieme a febbraio.

Masochista o forse solo ottimista, chi lo sa, comunque prenoto tutto: casa in Trentino,  figlio, aerei per loro. Il fidanzato mi segue in questa ventata di incosciente e audace allegria e prenota pure lui le figlie per la settimana di carnevale.

Nel frattempo ritiro gli esami, ne faccio altri, mi sottopongo pure ad una risonanza magnetica dalla quale si evidenzia che non ho nulla al cervello (che cosa buffa), concludo che è stata l’estate a farmi ammalare e che forse non sono così portata per fare la mamma, la matrigna, per avere una famiglia, non solo mia, ma tanto meno allargata. Nel frattempo,  o contemporaneamente, il mio uomo si paralizza e mi comunica che no, la vacanza non si farà, che non ci vedremo più tutti insieme per tanti giorni perché anche lui è stato male,  ha sofferto e si è stancato in modo abnorme l’estate passata, non se la sente di ripetere l’esperienza. È categorico e risoluto.

Ecco. Io non so cosa mi sia scattato in quel momento, forse ho semplicemente capito,  vedendo le cose dall’esterno, con lucidità e la rinnovata serenità, che era il momento di prendere la situazione in mano e rimettere a posto le cose.

Perché, estate a parte, prima andavano bene, cosa è successo e perché?

Ho iniziato un duro lavoro su me stessa, ho scritto tanto, analizzato, ho letto un libro bellissimo che mi ha aperto gli occhi su tante cose e che consiglio a tutti, proprio a tutti,  perché illuminante (La forza della gentilezza, di Piero Ferrucci), ho trascorso due mesi cercando di aprirmi, di calmare la mia ansia al pensiero della famiglia riunita, cercando di capire che non c’è nessuna minaccia da cui devo proteggermi,  e poi ho dovuto convincere lui,  il mio amore.

Non ho fatto tutto in un giorno, anche con lui ho cominciato da lontano, parlandogli di quelli che credevo fossero i miei progressi, di quello che avevo compreso, degli errori fatti e mai più da ripetere, senza promettere nulla,  perché non me la sentivo, avevo troppa paura di sbagliare e di fare promesse che non avrei potuto mantenere.

Ma lui niente. In montagna non si va.  Piuttosto pago l’appartamento,  ci vai tu,  ci andiamo io te e tuo figlio,  ma tutti insieme no.

Questo a due settimane dalla partenza.

Così un giorno l’ho fatto. Ho promesso.

HO GIURATO proprio.

Ho giurato che sarebbe andato tutto bene,  che sarebbe stata una bellissima vacanza e se così non fosse stato,  me ne sarei andata con la scusa di un lavoro improvviso da fare o altro.

Lui si è fidato, deve avermi vista così determinata che mi ha dato l’ultima possibilità.

Mi affido a te.

Col peso di questa immensa responsabilità, perché volevo farcela ma non ero affatto sicura che sarebbe andato tutto bene –anzi–  ho respirato a pieni polmoni e ho iniziato a fare le valigie,  perché davvero si era davvero fatta l’ora di partire.

Non posso raccontare gli incubi che hanno abitato le mie ultime notti prima che arrivassero loro tre dal sud, un po’ li ho scritti, un po’ li ho rimossi, ma erano accomunati dall’ansia, dagli imprevisti nefasti, popolati da persone cattive che tornavano dal passato per rovinarmi il presente. Esorcizzo la paura, ho pensato, e ho continuato a riempire borsoni di lenzuola,  asciugamani, tute e abbigliamento da sci per tutti.

E poi un giorno sono arrivati. Sono andata a prenderli in aeroporto, e le bambine mi sono corse incontro abbracciandomi  e ubriacandomi  di parole,  sorrisi,  confidenze.  Abbiamo noleggiato una grande monovolume,  raggiunto il mio bambino,  e siamo partiti alla volta delle Dolomiti.

Com’è andata?

Benissimo.  Meravigliosamente,  perfettamente,  come mai mai mai avrei potuto immaginare.

Non so se sono stata io, che forse sono cambiata, non so se i bambini sono cresciuti e sono cambiati loro, non so se sia stato l’inverno, che è la mia stagione, o la montagna,  che è  la mia dimensione, ma tutto è  filato per il meglio.

I bambini in macchina non si sono sentiti, e le ore di viaggio sono state almeno 4: i piccoli hanno giocato insieme con il mio ipad, condividendo giochi di azione (alternandosi senza mai litigare) e giochi di parole, come i crucipuzzle o la parola da indovinare o il gioco dell’impiccato, mentre la grande ha ascoltato musica e guardato semplicemente fuori dal finestrino, assorta in chissà quali pensieri di preadolescente.

Avranno fatto la famosa domanda che tutti i genitori temono e che in genere arriva dopo dieci minuti di viaggio, quando arriviamo?, forse una volta. Ci siamo fermati quasi alla meta per ammirare una vallata con un tramonto mozzafiato insieme a loro e un’altra per andare a vedere una cascata ghiacciata, per il resto un viaggio da non accorgersi quasi di averli, se non per le grasse risate dei piccoli mentre giocavano.

Noi due abbiamo avuto tanto tempo per chiacchierare,  durante la mattina mentre i bimbi facevano scuola di sci (siamo pure riusciti ad andarcene un’intera mattinata a sciare da soli nonostante una forte nevicata e scarsissima visibilità), anche durante il giorno e i viaggi,  incredibile! Addirittura non volevano venire neanche a fare la spesa,  preferivano essere lasciati a casa da soli a giocare.

Siamo molto felici di questo risultato,  perché stiamo imparando a stare tutti insieme ma con l’indipendenza individuale di chi si ama ed è sicuro dell’amore che riceve. Io lo trovo bellissimo. E mi stupisco perché non so proprio come ci siamo arrivati. Forse piano piano, senza che neanche ce ne accorgessimo, perché i cambiamenti, quelli profondi, avvengono nel tempo, non senza cadute, delusioni, involuzioni, momenti di sconforto. Sarà stato così anche per noi. Ma che bello adesso!

Spero di riuscire a scrivere di nuovo quanto prima,  mi scuso con tutti gli amici di blog a cui non sono materialmente riuscita a stare dietro, è che sto lavorando tantissimo, anche dopo cena, e quando non lavoro sono in viaggio o indaffarata a fare la mamma, mi resta davvero poco tempo libero,  ma vi leggo con piacere anche se non riesco a  commentare sempre.

Il mio lavoro di fotografa procede alla grande,  mi sto specializzando nella fotografia di neonati,  minuscoli fagottini di pochi giorni di vita,e durante l’ultimo shooting mi sono sentita dire così: tu quando fotografi i neonati sembra che fai un mandala,  o uno di quegli album da colorare per rilassarsi, eppure è un lavoro lungo e spesso sfiancante, fatto di attese, momenti morti, pianti, pause, scatti rubati…

Sarà terapeutico pure questo!  

A presto allora, spero con tante belle notizie.d87eced94f85a878ce67a79d5df81a8c

Parigi è sempre una buona idea

Comincio il nuovo anno con una bella e sana consapevolezza, con tanta gioia e felicità perché tante cose belle stanno accadendo e sono accadute in questo mese.

Poco prima di Natale sono venuti qui a nord il mio fidanzato e la piccola, soltanto loro perché la grande aveva delle esibizioni di danza e non voleva mancare per nessun motivo.

Devo dire che né lui né io abbiamo fatto nulla per convincerla, primo perché è giusto che lei sia libera di scegliere, secondo perché sappiamo quanta passione la leghi al ballo, quanto sia brava e quanto ci tenga. Non abbiamo insistito anche perché curiosi di sperimentare la formula a 4, con i due piccoli che risentono sempre un po’ della presenza tanto ingombrante della grande.

È andata benissimo: la dolce Anna era felicissima del viaggio col suo papà in aereo all’andata e in treno al ritorno, ha giocato tantissimo con Pietro, ma proprio tanto, e senza mai litigare, li sentivamo ridere in camera come forse mai in questi anni, le brillavano gli occhi di una nuova luce, era la mia complice e la mia aiutante in casa, era ammirata dalle decorazioni natalizie che avevo messo, prendeva in braccio il mio gatto, che è quasi più grande di lei, e passava ore ad accarezzarlo, a dire che le era mancato.

L’abbiamo vista rifiorire, una tenerezza disarmante.
È buffo e insieme affascinante notare i meccanismi che legano i fratelli e le sorelle fra loro e con quelli acquisiti, le dinamiche che si creano a seconda delle ricomposizioni

Sembrava quasi più dispiaciuto mio figlio dell’assenza della sorella grande.

In quei giorni abbiamo inaugurato il mio nuovo studio fotografico, i nostri bambini insieme ai cuginetti come impazziti si sono provati tutti i costumi appesi al porta abiti dell’Ikea bianco, si sono travestiti, mascherati, abbiamo fatto centinaia di foto, sparato coriandoli e cuori, in un’euforia generale contagiosa anche per noi grandi.

Esausti, poi, siamo andati a mangiare una pizza in centro, ammirando le luminarie quest’anno ancor più belle della mia già stupenda città.

L’ultimo giorno ho chiesto alla piccina: sei contenta di tornare a casa?

Mi aspettavo una risposta affermativa, che le fosse mancata la mamma, invece mi ha risposto: insomma… no. Io stavo bene anche qui.

Li abbiamo accompagnati alla stazione, dopo una mattinata trascorsa a pattinare sul ghiaccio tutti e quattro, ci siamo abbracciati forte e baciati, e io e il mio bimbo siamo tornati a casa.

La vigilia e il Natale sono stati all’insegna del riposo e dei nostri parenti, io ho passato, lo confesso, più di qualche ora nel mio nuovo studio a pulire e a sistemare: me lo coccolo come fosse un altro figlio, ancora mancano degli accessori e dei dettagli, ma sta venendo su sempre più carino e accogliente.

Tempo qualche giorno ed è tornato su il mio uomo. Da solo.

Quest’anno non ci spettavano i bambini, avendoli avuti in esclusiva una settimana l’anno scorso, e così abbiamo deciso di stare da me senza fare niente di niente.

In realtà non era neanche arrivato che la stessa idea ci è balenata nella testa: e se partissimo? se prendessimo un last second e ce ne andassimo a Parigi?

Il giorno dopo eravamo proprio a Parigi, nel quartiere latino, in un piccolo hotel davvero bello, con la Nespresso in camera (salvavita per le nostre levatacce!) e una bellissima vista.

Abbiamo camminato instancabilmente per tre giorni, ci siamo persi pure la mezzanotte dell’ultimo dell’anno per la stanchezza (dai! Aspettiamo la mezzanotte in camera e vediamo i fuochi dal balcone…zzzzz) ma il primo gennaio alle nove di mattina a Montmartre c’eravamo solo noi, ed è stato impagabile: le nuvole così basse che dipingevano il cielo di un bianco candido, gli alberi stupende silhouette nere con lo sfondo della chiesa del Sacré-Cœur che si vedeva e non vedeva, e tutti i vicoli che in genere sono così affollati da non poter camminare erano deserti, salvo, appunto, noi due più svariati militari con mitra in mano che si guardavano intorno passeggiando posizionati a triangolo.

Inutile dirvi che ho fatto foto stupende, che siamo stati tanto felici, che i polpacci ancora non riusciamo a sentirli dal dolore e dalle scale che abbiamo fatto (abbiamo scalato tutte le chiese per ammirare i panorami mozzafiato di Parigi, non ricordavo di aver mai salito tanti gradini in vita mia!), che i bambini non ci sono mancati ma stavolta li abbiamo coinvolti raccontando loro ogni sera cosa avevamo visto, mandando foto in diretta di quello che pensavamo potesse piacergli, e che abbiamo promesso loro torneremo a vedere tutti insieme; intanto, però, ci torneremo un’altra volta da soli in autunno, per ammirarla e fotografarla con il foliage, un sogno per me. Mi emoziono immaginando come sarà il mio parco preferito, il Jardin des Tuileries, a ottobre/novembre.

Adesso la vita è ricominciata, io mi sento più tranquilla perché ho fatto qualche passo avanti nella ricerca del mio io materno più profondo, da un lato ho anche sdrammatizzato e relativizzato le mie paure, e quindi andiamo, si riparte in questo 2016 con tantissimi progetti e tanta tanta allegria, ché quella non è mai troppa.205 PARIS_0166w

Il mio cervello anarchico

Ho vissuto due mesi un po’ in apnea, cercando di convincermi che non avevo niente, che tutto questo non stava capitando a me, una tattica perché arrivasse il giorno dell’esame più importante senza ansia che condizionasse la mia vita, ma soprattutto quella dei miei cari.

Fisicamente stavo bene, benissimo potrei dire, in forma, lucida, serena, non potevo credere che qualcosa in me non funzionasse, e così ho deciso che fino a quel giorno io sarei stata sana. Punto.
Ho avuto la fortuna che mi sia capitato un lavoro molto complesso da fare la settimana seguente alla risonanza, uno shooting che presentava varie difficoltà, e questo mi ha talmente impegnata, che l’unico pensiero alla fine è stato quello.
Certo, ci sono stati dei momenti, soprattutto la sera, legati quindi alla stanchezza, in cui a volte ho avuto paura di avere qualcosa di brutto, e allora mi ritrovavo a pensare: e se fosse questo che si fa? Devo sistemare tutto prima di morire. E allora organizzavo viaggi per il mondo per noi cinque, decidendo i posti più belli da vedere per lasciare un ricordo meraviglioso e indelebile ai nostri bambini, e sì, ero triste, ma comunque tranquilla, non so se perché non stava succedendo davvero, o perché davanti all’ineluttabilità di una cosa alla fine ci se ne fa una ragione e si cerca di affrontarla nel migliore dei modi. Non so.

Sono una persona che va dritta alla soluzione, piuttosto che crogiolarsi nella disperazione e nei problemi. Non sarei arrivata fin qui, altrimenti. Non avrei avuto figli, sarei rimasta in un matrimonio infelice, con un marito che non mi amava e che non amavo, non avrei fatto la fotografa, non avrei incontrato, né riconosciuto, il mio uomo stupendo.
In questi due mesi è venuto sempre lui, credo che abbia deciso così per non stressarmi con i viaggi, e mi è servito stare a casa e non muovermi, ero molto stanca dopo i lunghi mesi estivi.
Insieme abbiamo lavorato per realizzare, in un posto bellissimo, il mio nuovo studio fotografico. Ci vuole ancora tempo perché sia finito, perché man mano che si scava vengono fuori nuovi problemi, ma il progetto è entusiasmante e le idee sono tante. Non vediamo l’ora che sia pronto.

I bambini stanno bene, il mio mi fa tanta tenerezza perché ha davvero un’intelligenza superiore, una capacità di ragionamento, dii memorizzazione, di rielaborazione di concetti molto superiore alla sua età, a scuola è bravo senza faticare, fa parte di quella categoria di bambini che legge una volta un capitolo di storia e te lo ripete con proprietà di linguaggio e dimostrandoti che ha capito perfettamente quello che ha letto, e poi però ha una fiducia cieca e incrollabile nell’esistenza di babbo Natale o del topino dei denti.

Le bambine sono sempre più legate al padre, tutto sembra più semplice per lui, complice anche il fatto che la madre ha perso la testa per un suo simile, e adesso per lei non c’è altro che lui, che sta praticamente fisso a casa loro. Non credo che questa cosa così improvvisa e repentina sia del tutto accettata e ben vista dalle bimbe, che infatti preferiscono stare col papà.

Tutti i nodi alla fine vengono al pettine, io l’ho sempre detto, come che la coerenza, la stabilità, la sicurezza, l’essere sempre fedeli a quello che dice e si promette, ovvero tutto quello che noi siamo, alla fine avrebbero pagato, e infatti così è.

Le rivedrò domani: carica di doni, sono sul volo che mi sta portando da loro, mi aspettano con gioia e impazienza. Anche io mi sento un po’ impaziente, sono emozionata. Chissà quanto sono cresciute, quante cose avrà da raccontarmi la mia amica grande, che ora è in prima media e che tutti in giorni aspetta un mio messaggio su whatsapp (io questo non lo sapevo, me l’ha raccontato il padre, e ho appreso la notizia con immenso stupore), chissà la piccola quanto ci farà ridere col suo sarcarsmo e la sua sottile ironia.

Ho una nuova gonna tutta di tulle nero, delle nuove scarpe tipo polacchine, nere con la punta in vernice rosa fucsia, e finalmente avrò due complici femmine per commentare i miei acquisti, circondata come sono di maschi che più maschi non si può. (“Mamma, bella questa gonna, ma non è ancora Halloween. Belle sì le scarpe, ma forse un po’ anche no, forse la punta era meglio nera”)

E poi ho un bel cervello. E soprattutto sano.

Avevo un marito

Avevo un marito che quando suonavo il pianoforte e facevo concerti, invece di portarmi fiori e incoraggiarmi, prima dell’esibizione cercava ogni pretesto per litigare e farmi arrivare sul palco con il batticuore e la rabbia.

Avevo un marito che ha sempre disprezzato quello che sapevo fare, forse per sue profonde insicurezze o poca autostima, chissà. 

Avevo un marito che ha fatto di tutto per spingermi a smettere di suonare e anche di insegnare, dicendo che  tutto ciò non portava arricchimento in meri termini monetari.

Avevo un marito che ha voluto aprire un’attività con me (per i motivi di cui sopra) e quando ha visto la malaparata perché dopo qualche anno non solo non mi consentiva di ricavarmi uno stipendio, ma accumulavamo debiti, è corso dal commercialista ed è uscito dalla società come un coniglio, e io, ingenua e fiduciosa, solo dopo ho capito cosa era successo. Mi aveva intestato una società che era sull’orlo del fallimento. E per fortuna che vengo da una famiglia di avvocati e sia loro che il commercialista, inorridito dal comportamento del marito, mi hanno aiutata a venirne fuori senza fallire.

Avevo un marito che quando ho avuto un aborto gemellare, prima ancora che toccasse a me entrare in sala per il raschiamento, se ne è andato perché doveva vedere la partita, e ha chiamato mia madre (inorridita pure lei) al mio capezzale.

Avevo un marito che mi ha mandata da sola a Bruxelles a riprendere degli embrioni congelati di un ciclo di fecondazione assistita andato male perché lui era stufo di fare su e giù col Belgio. (non escludo che in quei giorni giocasse la sua squadra del cuore, penso di averlo rimosso)

Avevo un marito che, ormai chiusa la storia dello scampato fallimento, quando ho deciso di provare a fare la fotografa mi ha ostacolata in tutti modi dicendomi “questa è un’altra delle tue, non sai fare niente, né saprai mai fare niente, prima il pianoforte, adesso la fotografia, basta sprecare soldi dietro a queste scemenze”.

Ma io ero già oltre. E non l’ho più ascoltato. Ho iniziato i miei corsi, ho studiato, mi sono comprata la prima reflex, mi sono perfezionata, sono passata all’attrezzatura professionale e poi a lavorare, e mica lavoretti da nulla, ma moda e fiere importanti.

Avevo un marito che quando gli ho annunciato che non lo amavo più e che pensavo che non ci fosse più un futuro per noi, immediatamente si è trovato un’altra, e per mesi, mentre cercava di distruggermi secondo lui per farmi cambiare idea, mi ha allegramente tradita.

Io nel frattempo vivevo di sensi di colpa, dubbi e paure per quello che sarebbe stato di noi, di me, del nostro bimbo.

Non è cattivo, non lo è mai stato, io mi sono convinta che abbia agito così per grossi problemi suoi, che lo hanno portato ad essere un adulto un po’ meschino, molto egoista, con molti valori che non condividevamo.

Avevo un marito che ora è un bravo ex marito ed un ottimo padre

Salvo poi uscirsene, come oggi, con “Mi dispiace ma il giorno della tua risonanza non potrò tenere il bambino come ti avevo detto ieri, perché mi sono reso conto che proprio quel mercoledì mi ricomincia il corso di meditazione, e non posso perdermi la prima lezione”.

Ho un fidanzato che vive a mille chilometri da me e che quella settimana resterà sempre qui, mollando lavoro e figlie per starmi vicino, non certo senza difficoltà.

Ho un fidanzato che mi ama in modo incondizionato e assoluto, che vuole che io stia bene, che si preoccupa per me, che fa di tutto per non trasmettermi la sua ansia e le sue paure.

Ho un fidanzato che si commuove quando suono, che mi incoraggia con la fotografia quando non mi sento più ispirata proponendomi progetti sempre nuovi e particolari, che gioisce di una mia idea anche se questa non porterà denaro, solo perché pensa che sia una bella intuizione, e perché viene da me, che sono la donna che ama.

Ho un fidanzato che ha sempre un abbraccio pronto ad accogliermi, mani grandi che mi avvolgono, mi stringono e mi scaldano, uno sguardo pieno di amore e un sorriso che mi illumina anche se solo lo intravedo.

Ho un fidanzato che è il mio compagno di viaggio e di sogni, sempre pronto a partire per nuove avventure, valigia in una mano, macchina fotografica nell’altra.

Ho un fidanzato che è divertente come nessuno che conosca, che mi fa ridere fino alle lacrime, che ha una morale rigorosa, ma è tollerante e non giudica mai senza conoscere bene persone e situazioni. Un uomo passionale, ma che non perde il controllo e non si consuma rimuginando su problemi reali o immaginari.

Ho un fidanzato che per me è il più bello del mondo, e l’attrazione che ho per lui è sconfinata e incommensurabile.

Ho un fidanzato che non ha nessuna fede calcistica, e anche questo non è poco.

Ho ricominciato a suonare, per me stessa e non per lavoro, ho realizzato il mio sogno con la fotografia, e ho ripreso a insegnare.

Non sono io che ho cercato gli allievi, sono loro che sono venuti da me, e vedere di nuovo quelle manine piccole e morbide sulla tastiera, ascoltare quelle vocine che cantano, che mi raccontano, sentire la loro risata cristallina quando dico qualcosa di divertente, è per me nuova gioia e vita che ricomincia.

E un cerchio che si chiude, ma non del tutto, perché sono sicura che tante cose belle devono ancora sorprendermi in questa vita, e io, curiosa come i miei bambini, sono qui che le aspetto.

Leonie

Uomini separati, famiglie ricostituite e figli vari. Appunti.

Ho appena ritirato i risultati delle analisi, e non c’è alcun errore di laboratorio: i valori sono quelli e mi appresto quindi ad andare in fondo alla cosa. Però non ho voglia di angosciarmi, tutti mi dicono che non mi devo preoccupare, e quindi non mi preoccupo finché non c’è da farlo. 
Ho scritto così un post-utility per le famiglie componibili, allargate, ricomposte, per chi vi si avvicina e desidera prima o poi esserlo. Qualcosa che possa seguire il primo (questo) e racconti come sono andate le cose fra mio figlio e le bambine del mio fidanzato.

Quando si comincia una nuova vita con un compagno che ha già figli, e anche noi ne abbiamo, ci si trova a far convivere bambini che prima non si conoscevano, probabilmente molto diversi fra loro, con abitudini diverse, vite diverse (a volte diametralmente opposte), e nella nostra immagine fantastica e stereotipata della famiglia ricostituita, essi subito si ameranno e diventeranno, come per osmosi, fratelli.

Bene, sappiate che non sarà così. E che all’inizio soprattutto, si alterneranno con molta probabilità varie fasi nei loro rapporti.

Posso raccontarvi come è stato per noi. I bambini si sono conosciuti quando ancora noi eravamo solo amici, insieme ad altre persone, altri bambini, e come primo incontro era andato tutto bene.

Quando noi eravamo già coppia e abbiamo cominciato a frequentarci tutti insieme, c’è stato un momento (fase) di iniziale euforia: i piccoletti probabilmente avevano capito tutto ed erano già innamorati di noi adulti (il mio del mio fidanzato e le bimbe di me), quindi nell’aria c’era una grande allegria, eccitazione, un innamoramento collettivo che ci faceva ben sperare e camminare a mezz’aria tutti quanti.

Non c’erano interferenze da parte degli altri genitori, del mio perché di base troppo pigro per interessarsi alla cosa, della di lui ex perché ancora forse non aveva ben chiaro cosa stesse succedendo.

Quando, dopo accurata preparazione, abbiamo annunciato loro che noi ci volevamo bene e che eravamo ‘fidanzati’ le cose sono rimaste sempre carine, facili, con la differenza che finalmente potevamo anche dormire insieme e smetterla con la pantomima di me che dormivo con mio figlio e lui con le sue o in salotto in un pouf.

Poi è arrivata l’estate, e la nostra prima convivenza lunga. Venti giorni a casa loro dopo la fine della scuola, evviva, non ci pareva vero!

E invece… Una gran fatica.

Gli orari diversi, le abitudini diverse, la stanchezza (mia), i problemi di sonno di entrambe le bambine (causate probabilmente da un fuso orario tutto italiano per cui avevano con noi e con la madre orari molto molto diversi) e quindi ogni sera erano tragedie greche (“non dormirò mai“, “non voglio dormire” “voglio andare dalla mamma così poi con lei usciamo“), le gelosie fra i piccoli che hanno cominciato a venir fuori prepotentemente, e allora erano scortesie, intolleranza reciproca, pianti, accuse, malesseri psicosomatici improvvisi, e noi due poveri cristi innamorati nel mezzo.

Abituati a stare insieme di base da soli, due fidanzatini dediti a fughe romantiche, reportage fotografici e lavori a tema, mostre, cinema, concerti, ci siamo ritrovati nel marasma più totale.

Con l’aggiunta della ex di lui che lo chiamava per digli che doveva sgridare ‘il bambino’, perché faceva i dispetti alla sua più piccola e che quindi la metteva su contro mio figlio, rafforzando l’idea che lui fosse tremendo e dispettoso.
Un circolo vizioso che pensavo non si sarebbe mai interrotto.

L’errore è stato illudersi, un po’ infantilmente, come quando da ragazzi sognavamo la famiglia e ce la immaginavamo come quella del mulino bianco (con tanto di macchina familiare e labrador) che tutto sarebbe andato bene da SUBITO, che loro si sarebbero amati, sopportati, rispettati, solo perché si erano in precedenza conosciuti e avevano provato simpatia.

La realtà è ben diversa. La famiglia allargata è un mondo meraviglioso ma anche tanto complesso. Ci vogliono il triplo e quadruplo della pazienza, della sopportazione, della tolleranza rispetto a una famiglia tradizionale, perché ci sono dinamiche diverse, persone diverse, individui che provengono da abitudini, a volte culture, lontane, ci sono gli ex che spesso ci mettono del loro per impicciarsi, per boicottare (noi devo che siamo stati fortunati da questo punto di vista ma anche bravi nel frenare sul nascere anche una embrionale interferenza), i bambini non diventeranno automaticamente fratelli, non si vorranno per forza bene, e a volte non proveranno neanche simpatia l’uno per l’altro.

Ci saranno gelosie trasversali: dopo i primi momenti di euforia da rinnovata armonia familiare, i figli saranno gelosi fra di loro (nel nostro caso il mio è ancora molto geloso quando le bambine vengono da me a chiacchierare di cose da donne o quando mi mostrano balletti, video, o qualunque cosa le riguardi), e a volte saranno gelosi di noi grandi.
(Non fate l’errore di essere gelosi VOI dei figli dell’altro: a noi non è successo, ma so che capita e mi sembra qualcosa di inutile, doloroso, e controproducente.)

La coppia sarà messa alla prova, perché passerà dalla fase che bello siamo innamorati, facciamo i fidanzatini, amiamoci, ci siamo solo noi, quanto siamo felici, a non poter neanche scambiare due parole perché almeno uno (se non di più) dei figli sistematicamente verrà a interrompere perché avrà una cosa importantissima e improrogabile da dire proprio in quel preciso esatto momento. Dovremo quindi riorganizzarci, armarci di logica, e, come due giocatori di tetris, riuscire ad incastrare il tutto in modo da avere ogni tanto qualche momento per noi, se non altro per chiacchierare dieci minuti fra adulti e di cose da adulti.

Sono convinta che l’amore e la costanza paghino sempre. Il tener duro, non perdere la testa, il restare fedeli a quello che noi siamo e che vogliamo portare avanti, senza cedere ai ricatti morali di nessuno (che siano figli o ex), cercando sempre il dialogo con i bambini, mediando quando c’è da mediare, amandoli e non giudicandoli mai.

I nostri tre adesso vanno d’amore e d’accordo, si vogliono davvero bene, e ce ne accorgiamo da tante piccole cose. Intanto ora si difendono l’un l’altro quando li sgridiamo, si alleano contro di noi compatti e risoluti, e comunque non più a fazioni (le sorelle contro il figlio unico). Se una delle due fa un torto al mio, ad esempio, l’altra prende le sue difese, supportandolo e riprendendo l’altra. Questo un anno fa non succedeva, e io, stupidamente, un po’ ne soffrivo. Giocano molto insieme, quando fanno progetti li fanno sempre per cinque, le liti ci sono ma riescono quasi sempre a sbrigarsela da soli e in fretta.

Non escludo che ci saranno altri cambiamenti, ma ora voglio godermi il momento. Va tutto bene, non è sempre facile, ma cosa lo è?

fratelli